Oppenheimer, un cinema lirico e dilaniante. Necessario

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C’è una sequenza centrale in Oppenheimer, quella del Trinity test, che costituisce la famosa svolta del trucco di magia teorizzato in The Prestige: arriva quindi prima del prestigio finale, ma dopo la premessa, una prima parte che in questo ultimo lavoro di Christopher Nolan è stata lunga, verbosa, rutilante, con un dispiegarsi di personaggi che si incontravano, dialogavano, discutevano, teorizzavano e sperimentavano; la svolta è invece una sequenza creata per invadere con pathos e tensione palpabili lo spettatore che, pur conoscendo l’esito del test, ha paura, teme di essere travolto e incenerito, e al pari dei personaggi in scena cerca una crema solare da applicare in viso e occhiali neri per proteggersi dai raggi ultravioletti. Oppenheimer è un’opera potente che ti arriva addosso con una tale forza d’urto da scuotere le viscere, quelle anatomiche per via di un sonoro e un visivo debordanti e configgenti, ma anche quelle morali: non si prova solo la paura concreta di poter saltare in aria, ma anche un vero e proprio terrore verso l’umanità e la sua latente attrazione a distruggere e distruggersi; cosa è stata capace di concepire e di fare, cosa può ancora essere, quale potere può gestire con una sapienza e una saggezza che non le possono appartenere. Il boato della distruzione è silenzioso e magnifico.
Con Oppenheimer Christopher Nolan continua il percorso avviato con Dunkirk (2017) e portato avanti con Tenet (2020), in una filmografia che ancora una volta conferma che nella mente del regista inglese si suddivida in trilogie, se non effettive come per Batman, spesso ideali. Dopo il “non cercare di capirlo, sentilo” di Tenet, di nuovo a inizio film Nolan dà allo spettatore la chiave d’approccio alla visione di Oppenheimer: “non leggere la musica, sentila”. È ancora l’esaltazione del Cinema, di un Cinema sensoriale, percepito e vissuto sulla pelle e sulla retina degli occhi nei suoi principi linguistici fondativi, originari e puri: un montaggio frenetico, ma accuratissimo, che fa vibrare l’immagine, stimola l’intelletto; una fotografia a colori densa e sporca, un bianco nero espressivo e avvolgente; e l’inquadratura, la cellula base del Cinema, che perde ogni confine, quasi a scomparire e sfumare intorno ai personaggi: lo schermo IMAX, così vasto, sembra tuttavia non poter contenere loro, né tantomeno l’azione che mettono in scena, e pare proprio uno di quei paradossi della fisica quantistica dei quali si sente parlare nel film: non c’è azione in Oppenheimer, c’è l’attesa dell’azione; la dinamicità è trattenuta, come i neutroni, che si accendono solo quando vengono bombardati, innescando una reazione a catena capace di libera una quantità di energia spropositata. E lo spettacolo, incandescente e smisurato, si propaga come quando un sasso cade nello stagno, ed è romanticamente spaventoso ma sublime che non puoi non decantarlo: è lirico Nolan, ancora più di quanto lo fosse già stato in Interstellar di fronte alle vastità e al mistero dello Spazio profondo.
Quindi la trama è ridotta all’essenziale, ruota intorno ad un evento chiave, ma insiste poi sulle stesse questioni (i processi farlocchi contro Oppenheimer per condannare i suoi legami con il comunismo; il dibattimento di valutazione su Lewis Strauss e i suoi stessi rapporti con lo scienziato), non ci sono evoluzioni sostanziali negli eventi, se non movimenti sotterranei, nascosti, la maggior parte dei quali interni al personaggio principale, il fisico Robert Oppenheimer appunto, un Cillian Murphy nella miglior interpretazione della carriera: sono i dialoghi, sono i personaggi e le loro asperità psicologiche, è la Storia, è il bianco e nero e il colore, a rendere l’intreccio articolato e la sceneggiatura la più sofisticata e maniacale del regista inglese: un esercizio di scrittura che lascia esterrefatti.
Oppenheimer va sentito, non letto. Nolan si sporge e guarda l’abisso dentro l’uomo: un abisso di domande senza risposta; di grandi responsabilità, esercitate con scelte annacquate, blande e superficiali. Poi si butta, e noi con lui. Per questo è l’opera più ostica del regista, quella che dilania maggiormente. Forse non la più complicata, ma sicuramente quella più complessa. Siamo dentro Robert Oppenheimer e sentiamo tutta la sua passione e il suo amore per la scienza e la conoscenza, le sue tensioni e ambizioni, ma anche i suoi deliri, i suoi tormenti morali, e infine le sue emozioni, i sentimenti che prova: è tutto così tangibile ed è tutto lì dentro compresso, in uno stato di implosione che tiene lo spettatore continuamente sulle spine. Poi non ce la fa, il mondo intorno esercita troppa pressione, ed esplode, il personaggio e il film, improvvisamente, e l’opera diventa un horror del contemporaneo, dove i mostri sono gli uomini potenti che dietro il palcoscenico della Storia credono di poter giocare a scacchi con la morte, intessono le trame degli eventi compiendo scelte avventate e senza spessore morale da incutere vero terrore. È il terrore verso un potere politico becero e vacuo. Il potere “che lavora nell’ombra” come afferma l’altro personaggio chiave del film, Lewis Strauss, interpretato da Robert Downey jr. È esattamente dove si muove Nolan con il suo film, cioè dietro le quinte di uno degli eventi storici più decisivi di sempre: il bombardamento atomico di Iroshima e Nagasaki. Il regista inglese resta con i personaggi, suggerisce, rimanda, come solo il Cinema sa fare; l’impatto di quell’evento lo leggi negli occhi vitrei di Oppenheimer, nella sua inquietudine, ma anche nelle parole del presidente Truman. Vediamo le cause e gli effetti. Non il fatto. Vediamo i fantasmi di quell’annuncio, tremendo e terribile, dell’Apocalisse. Anche la bomba atomica è presente nel film come un oggetto fantasmatico, di cui si discute e si parla, ma che, una volta vista terminata e pronta ad essere testata, sembra come se ci fossero mancati dei passaggi della ricetta della sua costruzione. Sono le parole, le idee, le intenzioni che interessano a Nolan. Le persone. L’uomo.
Ma c’è un’altra scena centrale nell’arco narrativo di Oppenheimer, che vediamo all’inizio, e che poi chiude il film. È il dialogo tra Oppenheimer e Einstein. All’inizio li vediamo da lontano, non sentiamo cosa si dicono, ci avviciniamo ma quando arriviamo hanno già terminato la loro chiacchierata. Poi Nolan però, nel finale, ritorna sulla scena e ci porta con loro, chiude la tenaglia come in Tenet, e stringe il suo protagonista, le sue immaginazioni e i suoi dissidi, gli applausi e le strette di mano e il terrore degli esiti devastanti delle scoperte compiute, a se stesso, e noi a lui, in un’implosione che è solo attesa di annientamento e di distruzione. Compressi. Conto alla rovescia. E poi esplosi. Il silenzio si squarcia. La reazione a catena innescata. Le conseguenze sono sparse davanti ai nostri occhi. Non possiamo chiuderli. È tempo di agire. L’azione è quindi dopo Oppenheimer. È anche nel nostro tempo.
Un cinema lirico e sporco. Dilaniante e atroce. Ma necessario.

Simone Santi Amantini

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