Una vita dedicata alla danza, intervista ad Antonino Sutera

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Primo ballerino da molti anni del Teatro alla Scala, ora anche Maitre, splendido in tutti i ruoli affrontati, con un’elevazione fantastica, eppure simpatico, cordiale, alla mano: chi è Antonino Sutera, uno dei nomi di punta del Corpo di Ballo scaligero.

Nino, andiamo a ritroso. Noi ti conosciamo come Primo Ballerino del Teatro alla Scala, ma ora la tua carriera artistica ha preso un’altra strada.

Sì, il tutto è iniziato poco prima del Covid, intorno al settembre del 2019: il Direttore dell’epoca, Frédéric Olivieri, mi ha proposto di dare delle lezioni, in particolare la lezione quotidiana ai miei colleghi. E’ iniziato tutto da lì. Ricordo che la notte prima di dare la lezione non ho dormito, è normale, è come quando vai per la prima volta in scena: è differente il luogo, è differente la tua posizione, ma non la voglia di far bene, di poter arrivare a chi ti sta davanti, quando sei in scena, al pubblico, quando sei in sala, agli altri danzatori, e cercare di fare tutto quello che serve al danzatore per prepararsi alla giornata; perché per noi la lezione è un momento sacro, almeno io l’ho sempre vissuto così, quindi dare la lezione quotidiana è una grossa responsabilità, e poi ovviamene la prima volta, si sa come funziona… Poi ho inziato a tenere qualche prova della produzione del nostro attuale direttore, Manuel Legris, perché stavamo iniziando Sylvia, la sua Sylvia, e adesso ormai è diventata la mia uova strada.

Come si struttura una lezione a dei danzatori della Scala.

Una cosa che amo del mio lavoro è la lezione, la sbarra, per me è sempre stato fondamentale. E’ sempre stato un momento importante, anche quando arrivavano maestri ospiti, oppure i maestri di casa, eh ho avuto sempre il privilegio di poter lavorare con maestri incredibili, sono riuscito ad imparare tante cose da vari stili diversi, perché anche questo ci offre la Scala; insomma, fortunato. Sono partito da quello che sono io: devi cercare di andare bene un po’ a tutti, cosa che si auspica sempre, ma allo tesso tempo devi cercare di avere la tua identità, solo così segui la tua strada, che è la cosa più importante. A seconda del momento, prima di uno spettacolo, od alla fine di una settimana pesante, ovviamente devi calibrare anche un base a questo; la mia idea ogni giorno è una, penso ad una struttura, a quello su cui voglio lavorare, però è fondamentale pensare anche a quello che la compagnia sta facendo, a come ci arriva, ci sono tante cose da considerare, quindi molte volte bisogna mettersi nei panni del danzatori, capirne le esigenze, rispettando sempre le mie idee. Cerco nella mia lezioni di dare tutto quello che ho imparato in tanti stili differenti: mi sono formato all’Accademia del Teatro alla Scala quindi ho avuto per lo più insegnanti russi, del Bolshoij, del Mariinskij, e nel corso della mia carriera ho lavorato tanto con maestri francesi, in particolare Gilbert Meyer, che è stato per me uno dei più grandi, che è stato anche il maestro di Manuel Legris: ciascuna scuola ha qualcosa di importante e di costruttivo, poi anche in base al gusto personale te la giochi e ti muovi.

Adesso quindi i tuoi colleghi sono diventati i tuoi allievi. Fino a ieri eri alla sbarra con loro, ora dici loro cosa devono fare.

Sì, in un certo senso sì. Non è semplice, non è un passaggio automatico, devo ringraziarli perché sono stati tutto molto felici, mi hanno sempre supportato anche solo con uno sguardo quando ho iniziato… Perché comunque ho iniziato da zero, avevo fatto qualcosa fuori ma non è la stessa cosa, quindi ho avuto il loro supporto, c’è stata molta stima reciproca; la nostra è una compagnia bellissima, c’è sempre stata molta sintonia, certo non si ha lo stesso rapporto di amicizia con tutti, ma mi hanno aiutato tanto, e di questo li ringrazio. Cerco ancora oggi, perchè sto ancora imparando, al di là che nella vita non si finisce mai di imparare, di affrontare ogni cosa con grande umiltà, forse anche questo per loro è qualcosa che ha giocato a mio favore, perché bisogna essere umili nella vita, e sto cercando d imparare da tutte queste situazioni che mi stanno facendo crescere.

Ed il passaggio per te com’è stato?

Brutta questa domanda! Prima di arrivare al momento in cui il Maestro Olivieri mi ha dato questa possibilità, purtroppo arrivavo da un infortunio al tendine rotuleo nel 2018, che è stato molto lungo. Tutti i danzatori più o meno hanno avuto un infortunio grave nella vita, io ne ho avuti diversi ma questo è stato quello più serio ma anche quello più subdolo, nel senso che è partito da un’infiammazione e per un danzatore fermarsi è come morire: il nostro ambiente è talmente totalizzante, viviamo proprio in un’altra dimensione, poi torni a casa e ti spiegano che questo è il pianeta Terra, ti rendi conto che la vita è altro, per cui saltare una produzione sarebbe da pazzi, ti senti morire. Quindi questa infiammazione che mi è iniziata durante Corsaro di Holmes, e pian piano è aumentata, ed è iniziato a peggiorare il ginocchio; avevo una tournée a Tokyo, essendo stato ospite residente, avrei dovuto ballare Two Pigeons di Ashton, non l’avevo mai fatto, avevo già fatto le prove, insomma, non potevo non farlo; sono tornato, ho fatto lo Zingaro ed insomma, tante cose, finché durante una tournée in Cina mi sono lesionato il tendine rotuleo nell’inserzione alla rotula, e da lì sono stato fermo tre mesi. Poi ho ripreso, ho cercato di fare Winterreise di Preljocai, ero stato scelto, ma purtroppo ad una settimana dalla prima mi sono rifatto male, non ero ancora a posto. Riesco a rientrare con il balletto di McGregor anche se non ero guarito completamente; in quei mesi i medici me ne hanno dette di tutti i tipi, ma stando fermo inizi a pensare. Avevo 38 anni, stavo benissimo e stavo comunque facendo tutti i secondi ruoli principali; più cercavo di guarire più il ginocchio ci metteva tempo, quindi lì è iniziato il momento di razionalizzazione e di consapevolezza: ti rendo conto che la cosa più importante è tornare a ballare, ma se c’è un problema funzionale che non ti permette di fare più quello che facevi prima… Nel frattempo è successo che il Maestro Olivieri mi aveva dato questo possibilità, ed allora ho iniziato questo percorso; poi con la pandemia siamo stati fermi quasi cinque mesi; al rientro il ginocchio era totalmente guarito però allo stesso tempo avevo appunto iniziato questo percorso, molto difficile, ma che mi rende felice. Mi manca la scena? Sì, questo sì! Però è anche vero che ho finito facendo Birbanto (Le Corsaire, NDR), un ruolo tecnico, dove ero tornato a fare tutto quello che facevo prima. Mi manca un Passo d’Addio, che spero di poter fare prima o poi; però guardando indietro ho finito facendo quello che sapevo fare quindi forse è giusto così. Adesso è una scelta quella di proseguire così; la voglia di stare sul palco non finisce mai, non può finire in questo lavoro, poi viene sublimata con l’insegnamento, il trasmettere tutto quello che si è imparato, l’essere di aiuto ai ragazzi giovani, riuscire a dare consigli; anche se ogni danzatore ha la sua personalità ed affronta i ruoli alla propria maniera, come è giusto che sia, è bello avere tante possibilità diverse e metterlo, come si fa con i figli, in allerta su alcune cose. Questo è il senso di quello che faccio.

Ti occupi anche di rimontare ruoli e repertorio, quindi.

Delle volte succede, sì. Sono fortunato perché avendo un grosso repertorio ho fatto tanti ruoli; è bello perché mi ritrovo anche a lavorare col gruppo pezzi da Corpo di Ballo che ho fatto all’inizio, ed è una grande responsabilità perché è molto bello per l‘insieme. Sono due modi di lavorare molto diversi, ma difficili e belli entrambi.

Andiamo indietro nella tua carriera: i tuoi ruoli preferiti. Quello che ha sempre colpito di te è la tua incredibile elevazione, quindi ruoli poco manieristici ma molto forti.

Sono stato fortunato, ho questa grande facilità del salto quindi questo mi ha aiutato tantissimo nella mia carriera. Il ruolo del cuore è Mercuzio (Romeo e Giulietta, NDR), indubbiamente, perché gli sono legate tante storie: è stato il primo ruolo sia a livello tecnico che artistico importante, poi ho debuttato con lui al Bolshoij, con Roberto Bolle ed Alessandra Ferri. Un altro ruolo importante che ho fatto è il Passo a Due dei Contadini della Giselle di Sylvie Guillem, diverso da quello di repertorio. Un momento incredibile, ero appena entrato e lei mi ha scelto come primo cast! Lavorare con lei è stato un sogno: vederla lì alla sbarra, dopo averla vista in video… Ancora, sempre i Contadini della versione di Yvette Chauviré: quando c’era il Maestro Vaziev abbiamo fatto tante tournée con Giselle ed alternavo una sera Albrecht ed una sera i Contadini. A livello musicale poi Giselle mi è sempre piaciuto moltissimo, anche se il mio sogno a scuola era interpretare Basilio (Don Chisciotte, NDR), l’entrata del Secondo Atto col mantello è magica… Sono molto legato a questo balletto.

Fra i tuoi ricordi legati invece al periodo della scuola, c’era già qualche ruolo che avevi capito che ti sarebbe piaciuto interpretare?

A scuola il ruolo più ambito era Basilio. Guardavo sempre Julio Bocca, Baryshnikov, Maximiliano Guerra, i punti di riferimento per quel ruolo. Un giorno per il Corso Insegnanti ho fatto il Passo a Due da Romeo e Giulietta ed ho capito che anche Romeo era un ruolo incredibile. Io sono un romantico, quindi mi piaceva tantissimo questa cosa: Romeo, Giulietta, l’amore, ed anche lì, ruoli dove interpreti e metti del tuo. Speravo proprio di danzarlo un giorno, e sono stato fortunato perché poi sono stato nominato Primo Ballerino proprio con Romeo. A me piace interpretare, io sono così di natura, ma ho comunque fatto fatica i primi anni perché non è una cosa semplice: devi partire da quello che hai dentro, ed è quello che cerco di dire anche ai ragazzi giovani, anche se c’è chi è più portato e chi meno. Se non lo sei è difficile, ci puoi lavorare ma arrivi sempre fino ad un certo punto, ma è comunque importante lavorarci; ho dovuto capire il modo per esternare e riuscire a collegare la tecnica e l’interazione fisica con quello che vuoi dire, perché all’interno puoi avere un mondo, ma se non riesci a trovare il modo per esprimerlo è finita. Da lì è stato semplice. Il ruolo che mi ha cambiato è stato Mercuzio, mi si addiceva tantissimo, e per me è la mia seconda pelle, perché è come sono io: scherzoso, solare, è molto smile a me, e la cosa più bella è il crescendo del personaggio, che McMillan, da genio assoluto della coreografia qual è, ha reso un dramma vestito da scherzo. Personaggio bello ed interessante con tante sfaccettature, che ti permette di metterci quello che hai vissuto tu e di riuscire a trovare il modo per esprimenti pur essendo fedele al personaggio.

C’è una tua partner preferita, con cui ti sei trovato meglio? C’è una chimica che va al di là della tecnica e di qualsiasi altra cosa, a volte non lo/la trovi mai…

Mi è capitato di danzare anche con ballerine con cui non è che poi mi trovassi così tanto bene, ma quello che ho sempre cercato di fare, perché sono così di natura, è trovare un punto di incontro ed un approccio positivo e propositivo. In compagnia ci sono state diverse ragazze con cui mi sono trovato benissimo, anche con la mia partner in Giappone eravamo molto in sintonia; ma quella che non dimenticherò mai è Alina Cojocaru! E’ arrivata in un momento particolare: non sapevo che dopo quelle recite sarei diventato Primo Ballerino, quindi è stato un regalo che mi ha fatto il Direttore. Ero un semplice solista, davanti ad un’artista come lei sei sempre piccolo, a prescindere che tua sia Primo Ballerino od altro, ed è stato bellissimo il suo modo di lavorare con me. La cosa bella è che con lei, pur avendo provato poco, abbiamo trovato un feeling pazzesco. Lei è molto sensibile, molto tecnica e molto precisa, e pur venendo dalla scuola dell’Est interpreta tantissimo. Ricordo dei momenti in scena come qualcosa di speciale!

Difficile che avessi sempre la stessa partner.

E’ vero, ad esempio ho ballato con Virna Toppi Giselle, Don Chisciotte, Schiaccianoci di Duato, con Vittoria Valerio Giselle, Schiaccianoci, Rubies, quest’ultimo anche con Olesya Novikova, alla fine ho ballato con quasi tutte. Quando c’era il Maestro Vaziev ero uno dei Primi Ballerini con più esperienza, per cui spesso mi capitava di far fare i debutti ed aiutare le ragazze che appunto debuttavano in un determinato ruolo; è stato bello perché è diverso dal lavoro che fai con una partner con cui hai già ballato, ma allo stesso tempo riesci ad aiutare la tua nuova partner acquisendo maggior consapevolezza, il che è doppiamente costruttivo. Quando sei ballerino la tecnica è fondamentale, ma l’anima… Quando guardo le prove ora il livello è sempre più alto ed i tempi di maturazione sempre più rapidi!

Chiara Pedretti

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