“Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente”, un blockbuster intelligente e solido

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L’origine del male: poteva essere questo il sottotitolo del quinto capitolo del franchise, che è sia prequel sia spin-off, perché pone al centro del suo racconto la figura di Coriolanus Snow, futuro stratega senza scrupoli degli Hunger Games. Nella Ballata dell’usignolo e del serpente ha 18 anni e tutta l’intenzione di riportare lustro alla sua casata, gli Snow, caduta in rovina dell’immediato dopoguerra. Per farlo deve far sì che il tributo di cui è mentore, la giovane Lucy Gray del distretto 12, vinca gli Hunger Games, costi quel che costi.

Il film è perciò un racconto di formazione, l’ascesa al potere di un futuro tiranno, e le ombre, inizialmente solo velate e diradate tra il portamento del bravo studente, il suo basso status sociale, il genuino desiderio di riscatto per sé e la sua famiglia, si addensano sempre più nel procedere della trama, fino a trasformare quelle aspirazioni in cieca ambizione e prevaricazione. Ed è così che piano piano comprendiamo come la storia raccontata dal film sia essa stessa un grande Hunger Games, dove solo chi arriva vivo alla fine dei giochi, solo chi vince, ce la può fare e può emergere nella società così classista e discriminatoria di Pan; solo chi comprende definitivamente che la paura di diventare prede, infine, ti trasforma in predatore può aspirare ad avere successo: un predatore che pur di ottenere ciò che vuole, pur di vincere, istintivamente annienta affetti cari, amicizie importanti e amori appena nati. È quello che fa il giovane Snow, senza che il suo cuore riesca, almeno in prima battuta, ad accettare. È in questi contrasti, in questa ambiguità, in questa struttura psicologica conflittuale di Coriolanus Snow, nelle sue sfumature, nel suo essere indecifrabile, imprevedibile e sfuggente, che la scrittura del film si esprime con assoluta correttezza e solidità.

Ancora più significativo è il fatto che gli Hunger Games non si limitano a svolgersi nel contesto della storia del film, ma si ergono come metafora tangibile della nostra società e dell’industria dell’intrattenimento, contesti capaci di manipolare le persone, di mettere al centro carriere e aspirazioni sociali, di dare valore smisurato ai guadagni, di sacrificare in nome del potere, del dominio, tutti i valori più intrinsecamente umani e fondativi di un’umanità e una collettività. Nonostante qualche incertezza, come i repentini cambi di tono (dalla favola dark al musical, dal film intimista a quello di avventura) poco equilibrati e amalgamati, alcuni personaggi solo abbozzati, il film di Lawrence dimostra il coraggio di andare oltre la superficie del blockbuster epidermico, e configurarsi quindi come dispositivo intelligente di partecipazione attiva, costringendo lo spettatore a sviluppare un pensiero critico nei confronti di ciò che osserva, una riflessione attenta e non scontata sui cambiamenti interiori del personaggio e sulle sue ambiguità sempre più accentuate, che sono le medesime di tanta attuale umanità.

Simone Santi Amantini

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