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Ruccello e le rose per Jennifer

Data:

 

Al Teatro dell’Elfo Puccini – Milano, fino al 26 novembre 2023

Deve essere il momento di Annibale Ruccello se, per fortunata coincidenza si sono rincorsi nel giro di pochi giorni su palcoscenici milanesi, due fra i suoi più importanti lavori.  Prima il celeberrimo Ferdinando, e ora il ben più tragico Le cinque rose di Jennifer all’Elfo Puccini che ospita, fino al 26 novembre, l’intenso spettacolo prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. Un testo, quello di Ruccello scritto nel 1980, che non solo non mostra le rughe del tempo trascorso, ma è di una dolorosa quanto preveggente attualità. Le cinque rose di Jennifer è un lavoro potente capace di raggiungere nell’inconscio la nostra parte più segreta e, rimuovendo freni e le chiusure operate, ci obbliga a prendere coscienza del nostro vero essere, del più puro sentire. Allora Jennifer non è più il soggetto di una pièce teatrale, ma si fa carne impastata di sentimenti: archetipo, figura ancestrale e pur moderna che risuona in noi, in eterna contraddizione. La vicenda, forse tutta una proiezione mentale della protagonista, è una perfetta macchina teatrale che trascolora al thriller, pur mantenendo un substrato umoristico tipico dell’animo napoletano. Annibale Ruccello in questo testo ci palesa in tutta la sua mostruosità la solitudine, solitudine che accompagna ciascuno di noi, legata a ogni essere umano che, sempre esistita, oggi assume forme di drammatica intensità perché percepita, ingigantita dai cosiddetti mezzi social che hanno finito per ampliarla anziché lenirla, impotenti nel dotarci di mezzi atti ad affrontarla (o placarla). L’autore napoletano obbliga l’ascoltatore a una salutare quanto ineludibile opera di considerazioni personali e riflessione: significativa la battuta di non saper vivere eroicamente la solitudine, vieppiù degradante, di Jennifer per i miseri riferimenti di fotoromanzi e canzonette a disposizione; nessun conforto, nessuna sublimazione neppure nella religione che Anna tenta invano di offrirle. Pur in un allestimento colorito sono pochi i trucchi di meraviglia scenica impiegati, lasciando intero spazio alla potenza della parola del drammaturgo che cala in noi: uno scandaglio interiore che si spera antidoto contro l’imperante dittatura digitale che miete vittime, ma anche condizione per re-imparare l’arte di non morire. Ecco la potenza teatrale dell’autore napoletano quale lucida presa di coscienza, nell’aprirci sì l’abisso di miseria di cui è fatto l’animo umano, ma lasciando intravedere la divina capacità di amare. Capacità sprigionata dall’intensa recitazione con cui Daniele Russo nella bruciante passione del suo amore – sull’incalzante ritmo narrativo di Ruccello – trascina l’ascoltatore nell’intimo del personaggio facendolo partecipe di ansie e paralisi del pensiero che lo attanagliano, fino al disperato gesto finale. Vero o immaginario. Travolgente interprete, impastato di passione teatrale, posseduto dalla parola che vive pienamente, infondendovi anima e felicità, dubbi e interrogativi, in un caleidoscopico susseguirsi di gesti e colori di voce.  Accanto a lui Sergio del Prete è Anna dalla meccanica e straniata recitazione, specchio inverso in cui Jennifer sembra riflettersi e dialogare ma prendendone le distanze: la sua solitudine non da spazio a solidarietà. Il regista Gabriele Russo sceglie di isolare ancor più la protagonista in uno spazio protettivo in cui ha stabilito la sua dimensione; quando la fa uscire la mostra al ralenty, balenii di follia, in disarticolata e muta recitazione, ad ampliamento del testo. Rappresentazione di travolgente fisicità (come non siamo più abituati, storditi dal virtuale e a un passo dall’asetticità) in cui tutto è vero e tutto non lo è, a ingannare se stessi e gli altri, tenendo lo spettatore sul filo d’incertezza e tensione. Scena efficace di Lucia Imperato, di un kitsch piccolo borghese, costumi fantasiosi di Chiara Aversano, luci potenti di Salvatore Palladino, progetto sonoro di Alessio Foglia parte integrante dell’animo di Jennifer, tanto da diventare l’immaginario di cui vivere e sostentarsi, come lo squillo del telefono. Riflessione amara che si stacca dall’attimo fuggente in cui solitamente la recitazione ci irretisce a teatro (tornando poi quali eravamo), per mostrare la forza dell’arte quale elemento essenziale della vita dell’uomo. Calorosa accoglienza per i due attori.

gF. Previtali Rosti

Foto Mario Spada

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