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Slanci affettuosi e diatribe tra Riccardo e Marina in “Letto per due”

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L’uomo e la donna sono stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio, che è Amore Assoluto nella sua Trinità di persone in un’unica Natura, perché s’amassero e si completassero a vicenda, se non avessero donato la loro esistenza a Dio stesso per una Santa Vocazione oblativa alla castità come religioso/a o prete secolare, pur se non bisogna dimenticare la scelta volontaria del celibato o nubilato. Il profondo legame del cuore con un altro essere umano rientra quindi nel progetto divino per realizzare se stessi ed è il calore affettivo e sentimentale, il bene primario, l’energia necessaria, il motore dell’esistenza che va ogni giorno rifornito metaforicamente di salubre benzina. Ecco il motivo per cui Nostro Signore l’ha elevato a dignità di Sacramento o segno mistico in riferimento a Cristo ed alla Chiesa, mentre nel Diritto Civile legislativo positivo è un contratto giuridico tra due persone, che responsabilmente decidono d’unirsi romanticamente per tutta la vita, altrimenti se fatto con riserva è già nullo in partenza o la premessa al divorzio come asseriva l’astigiano V. Alfieri nel “Vil secolo” del Settecento. Logicamente è possibile che s’arrivi al capolinea prima per incomprensioni e divergenze di vedute che sfociano in incompatibilità di carattere, per tradimenti adulterini, od in quanto la lugubre “signora in nero” rappresentata in una memorabile partita a scacchi con la sua preda destinata da Ingmar Bergman la ghermisce e la porta via con sé precocemente, com’è dolorosamente accaduto a noi e ad alcuni compagni di strada, che abbiamo conosciuto nella nostra esperienza terrena giunta alla sua terza fase. Proprio su questo s’accentra la ponderata riflessione di un valente e geniale autore come Tato Russo di classe raffinata e valore autentico, accresciuto dalla maturità giusta ed equilibrata acquisita sul campo quale Direttore Artistico del Teatro Bellini di Napoli, che nel suo lavoro in un interno intitolato “Un letto per  due ” analizza  il lungo menage coniugale durato ben 35 anni tra Riccardo e Marina, il nostro ha avuto purtroppo una lunghezza inferiore di 4 anni, ambientandolo unicamente nella camera più intima e segreta dei due sposi , ovvero  quella da letto, talamo per i Greci e “cubiculum” per i Latini. Si tratta d’un vero e sofisticato rondò , quasi un duetto  con sonorità da valzer  abbracciati stretti e felpato fino ai velenosi rancori sorti con il problema e le preoccupazioni dei figli per giungere alla resa dei conti finale dove Marina, avendo terminato il suo ruolo di madre, se ne vuole andare esternando tutto il livore ed il fuoco covato sotto la polvere nel suo   stato d’animo per essere stata trascurata e non pienamente valorizzata nella sua dignità personale e capacità di successo dal marito, che ha badato ad acquistare reputazione  maggiore e relativo più largo guadagno con i suoi libri. Eppure erano partiti bene con le migliori intenzioni quando in abito nuziale di grande stile con lui in tight e lei in splendido abito bianco erano entrati innamoratissimi ed al settimo cielo per la felicità nella loro camera da letto con il letto a due piazze che due silenziose cameriere avevano preparato e ad ogni singola scena rassettano e girano per offrire la migliore prospettiva visibile al pubblico, che concentrato ascolta meditando sulla propria condizione di coppia riflessa da quella focalizzata sul palcoscenico, resa ancor più credibile dal fatto che Riccardo Polizzi Carbonelli e Marina Lorenzi, da qui i nomi dei personaggi incarnati, sono veramente marito e moglie affiatati e fortemente “vincoli” nelle loro decisioni ed opzioni, ma avranno attraversato pure loro dei momenti di crisi e perciò la loro interpretazione  è struggente con l’adeguata verosimile intensità. La relazione romantica s’incrina dopo la gioia e l’ansia per lei che resta incinta e ci fa assistere ai travagli della gravidanza e dell’improvviso sofferto travaglio puerperale, con l’educazione e la crescita dei figli che divide sempre i genitori sulla metodologia da adottare, come contrappose nella commedia classica romana Plauto a Terenzio e quest’ultimo mostrò due diverse linee formative negli “Adelphoe” ossia” I due fratelli”. Ebbero infatti Riccardo e Marina un figlio ed una figlia con due effetti differenti : il maschio voleva ricalcare le orme del padre divenendo anche lui uno  scrittore di talento, ma aveva poca fantasia per cui per farsi venire l’ispirazione beveva alcolici e s’era procurato una cirrosi epatica per cui gli avevano prescritto come farmaco l’assunzione di fegato di merluzzo , tuttavia lui non lo sopportava ed ingannava i suoi familiari versandolo in un’altra bottiglia nascosta tra i manoscritti per dare a pensare d’averlo preso regolarmente; al contrario la sorella aveva studiato e s’era fatta una posizione, però s’era invaghita del condomino del piano di sopra tutto tatuato, per cui il padre Riccardo non lo tollerava,  ritenendolo un inetto senza un progetto vitale e ferrea volontà di riuscita nel consorzio civile. La madre s’era dimostrata più disponibile ed accomodante nel concedere permessi di serate con tardo rientro  e licenze comportamentali ai figli, mentre lui era più rigido rammentando la disciplina dura impostagli un tempo da suo padre senza facoltà di sgarrare pena punizioni corporali. Alla fine il ragazzo era morto 4 anni prima per cancro al fegato ovvia conseguenza del suo trascurato lasciarsi andare all’alcolismo, invece la figlia aveva caparbiamente sposato il proprietario detestato dell’appartamento sovrastante ed il padre con fiore all’occhiello del vestito grigio era rientrato con  nevrotica depressione ed amarezza incalcolabile dal rito matrimoniale, che gli aveva sottratto la giovane verso cui avvertiva un forte trasporto psicologicamente spiegabile con il complesso edipico della sessualità anale. Ad accentuare la sua frustrazione s’era aggiunta Marina che non aspettava altro giorno per dargli il colpo di grazia : ormai la sua funzione materna era finita e dunque poteva abbandonarlo per riprendere la sua agognata libertà dato che, forse, non l’aveva mai amato e lui non aveva fatto niente per meritarlo. In effetti non aveva saputo capire i suoi bisogni e desideri, le aveva sempre regalato quello che faceva comodo e piaceva “ in primis” a lui e poi l’aveva tradita sentimentalmente, che è l’affronto massimo per una donna, insopportabile e scatenante la furia vendicativa d’una compagna o moglie se prolungato ed ostinato nel coltivarlo a lungo con reiterata improntitudine. L’ultime scene comunque ci mostrano un tentativo di riavvicinamento tra i due dettato dalla malattia terminale di lei, che aveva impietosito ed afflitto lui già prostrato dall’essere stato il suo libro respinto dall’editore e dunque aver percepito d’aver perso il suo smalto compositivo ed andare incontro al fallimento intellettuale ed alla solitudine esistenziale giacché lei era destinata a lasciarlo per sempre senza rimedio, avendo capito che qualcosa stava per accaderle tragicamente. Da ultimo, con l’aiuto  delle tecniche recitative degli “Incorporea Group” gli appare il fantasma della moglie, a noi mai capitato neppure per sbaglio come nella commedia eduardiana “ Non ti pago”,  che reca tra le braccia un flagrante mazzo di rose rosse che depone sul lato del letto dove giaceva lei, invitando lui a seguirla non avendo più niente da chiedere alla vita, essendo venute a  mancare le sue certezze, i suoi affetti più profondi. Lui s’accascia sul  materasso ripiegato su stesso e chiudendo gli occhi per una libera interpretazione interattiva. In precedenza l’aveva spinto a vivere le bellezze della vecchiaia, alla guisa dell’apprezzamento dei lirici ellenici con i loro distici elegiaci Mimnermo e Solone, con la speranza di goderla insieme con i piaceri della saggezza, della sempre più raffinata lucida razionalità e dello stare vicini, ma come affermano i diritti civili del laico matrimonio ci si deve interessare l’uno dell’altro nella buona e cattiva sorte, poi però uno dei due resta solo, come s’evince dalla  benedizione sacrale sugli sposi “ fino a che morte non vi separi”: è il momento più brutto da vivere, rischiando di non elaborare il lutto e precipitare nella dannata solitudine, che può farti   perire  dopo non molto di crepacuore. Le due mute cameriere sono Paloma Dionisi e Tiziana Cardella, con i costumi delle varie tappe del rapporto in sfolgorante foggia contemporanea di Giusi Giustino e le musiche di significativa espressione momentanea di Zeno Craig. La brillante regia psicologica e regolatrice della prestazione attoriale fonica e posturale nelle diverse situazioni è di Livio Galassi. Lo spettacolo, che ha un eccelso antecedente in “Scene da un matrimonio” stupendo film sempre di Bergman, sarà al Ghione  di via delle Fornaci, dietro San Pietro, fino al 26, supportato anche dalle coreografie di Aurelio Gatti.

Giancarlo Lungarini

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