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“1983” di Lucio Dalla: un album da riscoprire

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MA QUALCOSA CI MANCA E QUEL QUALCOSA CI STANCA/ CI STANCA AVERE TUTTE QUESTE COSE CHE CI MANCANO SE NON LE ABBIAMO PIU’” (da “1983”)

E COM’E’ VERO, CHE NEGLI OCCHI C’E’ TUTTO E CHE OGNI SGUARDO E’ UN MISTERO” (da “Pecorella”)

AMANTE E’ SOLO CHI AMA, NON QUELLO CHE E’ AMATO / PER QUESTO SON FORTUNATO PIU’ DI TE, PIU’ DI TE!” (da “Camion”)

Compie quarant’anni 1983, uno tra gli album più sottovalutati e meno noti di Lucio Dalla, uscito nell’aprile del 1983 e poi rapidamente caduto nell’oblio, anche per via dello scarsa considerazione riservatagli dall’autore stesso, che non lo ha mai amato particolarmente, e per questo lo ha progressivamente rimosso dalle scalette dei concerti. Pur essendo effettivamente privo di singoli di richiamo e brani appetibili per le radio, 1983 è comunque un album di spessore, solido, compatto e ricco di passaggi ad alta intensità emotiva. E’ senz’altro uno dei lavori meno pop di tutto il catalogo dell’artista, come si può intuire anche dalla lunghezza delle canzoni, quasi tutte sopra i 5 minuti, e quindi inadatte agli standard radiofonici dell’epoca – ma anche a quelli attuali -, che raramente concedevano ai brani uno sforamento dei 4 minuti di durata.

Reduce dai successi ottenuti alla fine del decennio precedente col trittico degli album realizzati come cantautore (Com’è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla) dopo la fine del sodalizio artistico con l’autore Roberto Roversi, Lucio avverte il bisogno di cambiare, ed è perciò alla ricerca di nuove coordinate stilistiche. 1983 viene perciò realizzato in una delicata fase di transizione che prelude a cambiamenti importanti, come la separazione dagli Stadio, qui alla loro ultima – e, come sempre, impeccabile – collaborazione con il cantautore loro conterraneo. Come se non bastassero la crisi del rapporto con gli Stadio e il desiderio di rinnovarsi, Dalla è distratto anche da problemi contrattuali; in un contesto simile, per sua stessa ammissione, realizza il disco un po’ controvoglia e frettolosamente. Eppure, ascoltando le canzoni, non si ha certo l’impressione di un lavoro tirato via, anzi: ce ne fossero, di dischi riusciti pur essendo nati in condizioni difficili come questo! Gli arrangiamenti sono puliti e curatissimi, gli Stadio suonano alla grande, e anche la voce di Dalla, limpida e sicura, è al massimo. I testi, poetici e profondi, lasciano il segno.

Basterebbe già la folgorante apertura dell’album a togliere l’etichetta di “opera minore” a 1983: una splendida mini-suite di 6 minuti – la title track – in cui l’autore mette a confronto, con efficacissime pennellate testuali e ripetuti cambi di tempo musicale, l’Italia del 1943 (suo anno di nascita), ferita dalla guerra, spaventata ma ricca di calore umano e slanci di speranza, con l’Italia asettica e “plastificata” di quarant’anni dopo, stordita dal benessere e malata di solitudine. Pecorella, L’altra parte del mondo e Camion sono delicate ballate intimiste che ingranano piano, magari non catturano l’orecchio al primo ascolto, ma se si concede loro un po’ di attenzione entrano, sia pure in punta di piedi, rivelando le loro deliziose melodie. Noi come voi è l’unico brano in cui, accanto a quella di Dalla, compare la firma del leader degli Stadio, Gaetano Curreri, e la sua impronta musicale si sente, specie nell’intonazione della voce di Lucio, che qui raggiunge notevoli picchi di espressività. Stronzo è una vera e propria sorpresa, il pezzo fuori contesto dell’album, un irresistibile funky frutto di un’estemporanea jam session con i BBQ, band americana di passaggio a Modena per una registrazione, con cui Dalla entra in contatto tramite Mauro Malavasi, suo futuro arrangiatore e produttore, presente anche in 1983 come collaboratore. Dopo questo breve intermezzo solare, quasi liberatorio, che vede Dalla esibirsi nel suo caratteristico scat, si torna al malinconico intimismo che caratterizza la maggior parte dell’album con Solo, un classico “notturno dalliano” coi fiocchi, perfetto per concludere il disco.

Etereo e celeste come la sua copertina, 1983 merita un ascolto attento e ripetuto. E’ una perla incastonata in un’ostrica dura da aprire, ma vale la pena compiere lo sforzo, poiché l’opera è degna di essere annoverata tra le migliori di tutto il catalogo di Dalla, forse solo un passo indietro rispetto ai capolavori di fine anni Settanta, ma senz’altro al di sopra della produzione successiva, specie di quella che va dagli anni Novanta in poi.

Francesco Vignaroli

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