La drammatica fine della passione carnale di Anna Karenina con G. Renzi al Quirino

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La seconda metà dell’Ottocento dell’Impero sovietico fu scandita dalle forti differenze sociali che grandi scrittori dall’ingegno acuto misero a fuoco nel loro realismo romantico, che spaziava dall’analisi dei poveri diavoli e dei reietti dalla comunità nazionale, quale l’usuraia uccisa da Raskolnikov in “Delitto e Castigo” insieme al protagonista de “Le memorie del sottosuolo”, all’elucubrazione riflessiva sul comportamento delle classi nobili con professionisti, professori ed ufficiali civili e militari nella metropoli e nelle dacie dei culacchi  in campgna. Se da una parte ricordiamo A. Cechov con “zio Vania” e Il Gabbiano”, “Il Giardino dei ciliegi”,dall’altra v’è Lev Tolstoj con “Guerra e Pace”, ma soprattutto “Anna Karenina” in cui focalizza gli argomenti dell’ipocrisia, dell’amore, della gelosia, del matrimonio con fedeltà opposta al cosciente tradimento,  ad una lancinante passione che ti fa perdere la lucidità mentale ed alla fine ti conduce ad insani gesti atroci ed irreparabili. Tutti codesti sentimenti ed ideali, valori etici e civili, li metteva al centro del suo romanzo “Anna Karenina” che pubblicò a puntate dal 1875 al 1877 sulla rivista “Il Messaggero russo” e che concluse a sue spese con la breve ottava parte nel 1878.Dunque a Mosca l’ufficiale civile  S. Arkadic, che ha appena tradito con un rapporto fedifrago la moglie, chiamata affettuosamente Dolly, sta per essere lasciato e si rivolge alla sorella Anna, sposata con il funzionario governativo Karenin, che viene da San Pietroburgo e quando è alla stazione, dopo aver conosciuto sul treno il graduato militare Vroskij, assiste alla morte di un operaio travolto dal convoglio, che segnerà anche l’epilogo come una circonferenza del dramma che s’avvita su se stesso. Sembra una semplice storia amorosa ed infatti la critica la giudicò subito negativamente come una frivola vicenda epica e mondana delle classi nobili, tuttavia in difesa della stessa intervennero prima il medesimo Dostojevskij ed un secolo dopo Nabokov, il fecondo redattore del volume “Lolita”, che la difesero quale geniale opera d’arte. Il colpo di fulmine esploderà sempre più con vitale ed indomabile passione carnale che toglie ogni remora e rispetto delle convenienze del bel mondo ai due innamorati e che va ad incidere pure sulla personalità e determinazione mentale di Kitty , la sorella minore di Dolly che, aspirando alla mano del seduttore di bell’aspetto Vroskij, rifiuta la richiesta di matrimonio  dell’aristocratico Levin, in cui qualcuno ha intravisto il personaggio autobiografico di Lev Tolstoj, che vive nell’agio della campagna con la fotografia descrittiva del mondo rurale. Anna e Vronskij tornano a San Pietroburgo , dopo essersi ancor più uniti con i loro cuori ad una festa da ballo per una serata mondana piccante, per cui le voci maligne, i sospetti  e l’insinuazioni cominciano a diffondersi unitamente ai pettegolezzi ed il marito, l’ufficiale governativo Karenin, rimprovera aspramente la moglie, minacciandola di toglierle il figlio Sereza. Comunque si sa che quando uno è legato con assidua concupiscenza ad un’altra persona non ci sta a pensare sopra ed Anna rimane incinta come frutto della sua relazione adulterina, fedifraga, morbosa, che l’induce a seriamente preoccuparsi senza remore ed infingimenti allorché Vronskij ha una brutta caduta da cavallo. I due “piccioncini” allontanati dal bel mondo della Nieva che li pone sotto accusa per il loro anticonformismo e la trasgressione d’ogni norma etica, nonostante i consigli di Karenin di non farsi vedere in giro, fuggono in Europa una volta che Anna ha partorito con rischio della vita il pargolo della colpa e peccato;qui entra in gioco per l’autore anche la religione che ritroveremo nel finale del capolavoro che rispetto al film datato viene meno per la bellezza degli scorci paesaggistici e dei primi piani , dei profili in campo lungo, degli attori,  pure se non mancano dell’immagini in bianco e nero verso il finale dei protagonisti e se i dialoghi si fanno più serrati ed intrecciati sul palcoscenico per la bravura sinergica degli attori, diretti con perfetta maestria e scelta dei ritmi,  delle posture giuste, dal regista Luca de Fusco per conto dello Stabile di Catania e dello Stabile Biondo di Palermo. Intanto Kitty si rassegna e scopre l’amore per Levin sposandolo ed andando a vivere in campagna, per poi soccorrere il cognato Nicolaj con altruismo e volontariato cristiano, pietà religiosa, mentre si creano i primi dissapori tra Anna e Vronskij che non sopporta l’inattività e l’emarginazione sociale, rifiutando Karenin il divorzio alla consorte in guisa che l’amico Stiva gli consiglia tra gentiluomini ed ufficiali. La nuova compagna di Karenin, una nobildonna contessa, detesta quella che un tempo era la perla preziosa di San Pietroburgo, spingendo l’ufficiale  a vendicarsi tenendo duro e provocando così l’isteria mentale, il tracollo psichico , di Anna che cade in profonda depressione ed accesa gelosia per l’amato Vronskij  che dal canto suo, dopo aver tentato il suicidio per il rimorso derivante dalla difficile gravidanza della sua Anna, tende ad allentare la pressione amorosa e va lei da Dolly e Kitty a Mosca per avere conforto e consiglio sul da farsi. Tutto è inutile in quanto è incapace di gestire se stessa, inquadrare i propri sentimenti, arrivando in tal modo aduna piena depressione neurologica con confusione mentale ingovernabile, caos  dell’idee e folle gesto tragico con suicidio sotto il treno, mentre una voce fuori campo sussurra che “Dio molto perdona a chi ha tanto amato”. A mo’ d’epilogo succinto, nell’ottava parte Tolstoij aggiungeva che Stiva otteneva il lavoro nella burocrazia imperiale, Karenin si pentiva della privazione della libertà esistenziale alla moglie per cui accudiva la piccola Annie, Vronskij tornava a combattere per sentirsi vivo contro i Turchi nella rivolta Balcanica del 1877 e Levin approdava alla Fede superiore in Dio per sacralizzare quella laica del sommo scrittore. Tolstoj in realtà aveva contrapposto non solo il vivere della dacia rurale a quello metropolitano delle due maggiori città russe, ma pure l’amore puro ed onesto tanto sospirato di Levin e Kitty a quello dissoluto e frenetico, travolgente, simbolizzato in conclusione dal locomotore, di Anna e Vroskij, che aveva avuto il penoso contrappasso nel dramma finale. Egli Lev aveva altresì condannato l’aristocrazia russa che parlava, scriveva e conversava in francese invece d’usare lo slavo. Il regista ha optato per dei brillanti interpreti, ma ha pure lasciato il filo rosso del racconto narrativo ed i commenti personali dell’autore agli attori, come se fossimo in “Ciascuno a suo modo” di Pirandello, che nei panni dei personaggi esternano i pensieri degli stessi. Il montaggio è fatto in stile cinematografico con scene brevi e veloci, contrappuntate come detto sopra dalla lezione, cornice, visivo – musicale di Ran Bagno.Il cast è numeroso e composto, oltreché dalla strepitosa Galatea Ranzi, da : D. Bernardi, F. Biscione, G. Mangiù, G. Palmarini, S. Santospago, P. Serra, M. Sokoli ed I. Tetto. L’adattamento del drammaturgo Gianni Garrera tende a rendere l’efficacia   letteraria ed il valore universale, intramontabile, del testo. Le scene ed i costumi sono stati creati pure stavolta da Marta Crisolini Malatesta e le proiezioni portano la firma di Alessandro Papa. Il bel lavoro struggente e complesso per 160 minuti sarà replicato al Quirino – Gassman fino a domenica prossima e mette in risalto tutto il carisma , la personalità recitativa, di Galatea  Ranzi.

Giancarlo Lungarini

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