Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

La giovane figlia paga il fio della colpa materna in “Banco 24” con G. Silvestri

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Le periferie sono per antonomasia consolidata zone d’emarginazione, povertà e miseria, favorite dalla mancanza delle strutture essenziali per elevare il piano culturale, civico e sociale dei loro abitanti, come sostiene da tempo fa l’architetto e senatore a vita Renzo Piano, seguendo il cui pensiero il sindaco della nostra metropoli Gualtieri, già ministro dell’Economia e Finanze, nonché l’assessore delegato Gotor stanno incentivandogli interventi spettacolari, le rassegne cinematografiche e musicali, nei quartieri sottosviluppati ed ai margini del GRA, per aiutarne la crescita ed il decollo attraverso pure la progettazione dell’Associazione “Zetema Cultura”. Lasciate a se stesse sono aree di malaffare, scippi e microcriminalità con gli orologi di valore rubati ai rappresentanti di commercio ed agli amministratori, i Ceo, di grandi industrie e fabbriche, l’estorsioni con il pretesto della rottura dello specchietto pagato caramente da un anziano sacerdote, spaccio di sostanze stupefacenti, quali eroina, cocaina e l’ultime “bombe” di allucinogeni per cui si mette a repentaglio la propria esistenza, oppure si viene rapinati per comprarsi la sostanza, quando non avvengono sanguinosi regolamenti di conti  tra clan rivali come il giovane ammazzato anni fa in via T. Mommsen  in quanto tradito dalla fidanzata polacca od il ragazzo rumeno morto alla stazione metro di Pantano ( Montecompatri) dato che quattro connazionali, due fratelli e due cugini, dovevano vendicarsi del patrigno e lui s’è trovato in mezzo similmente al povero Bricca ad Alatri. In altre circostanze sono  i clienti presunti a  colpire gli spacciatori e sottrarre loro la merce come accaduto a Casal Bruciato. Tuttavia  nelle borgate si vive anche di promiscuità e prostituzione, libertinaggio sessuale e protezione del malcostume che ci rammentano i “lenoni” con le loro etere dell’antica Grecia di Menandro , riprese nell’Urbe dalla commedia satirica di Plauto. Appunto da tale mondo ha preso spunto la brava attrice e feconda scrittrice Gabriella Silvestri che, facendosi ispirare dalla proverbiale massima del sommo geniale Edoardo De Filippo che “ il teatro è finzione quale riproduzione della vita” per sorridere ed emendare i vizi ed i difetti principali, promuovere le virtù ,ha composto un “pamphlet” sull’esistenza sofferta e travagliata, piena d’angherie a partire dalle subdole ed infide attenzioni paterne, della sventurata Loredana, che la madre invece di tutelare dalle grinfie del satanico consorte alcolizzato, per stare tutto il giorno neghittosamente all’osteria, per salvare l’onore e la dignità della famiglia, aveva incitato ad andar via dalla magione avendo ormai la strada del lavoro spianata dalla truce, vile ed intollerabile esperienza domestica. La poveretta era stata quindi costretta ad esercitare il mestiere più vecchio del mondo ed aveva conosciuto una serie d’avventori  occasionali,  tra questi un egiziano che l’aveva messa incinta promettendo di darle un’occupazione al banco d’un mercato rionale, quello del titolo, ma poi era scappato senza far fronte ai suoi obblighi genitoriali e lei, traumatizzata dall’abbandono subito, per indignazione aveva strappato tutte le sue foto. Così Loredana, di cui la Silvestri ci dà un’ottima interpretazione calandosi perfettamente nella parte, aveva dovuto donarsi completamente con il suo lavoro diurno di vendita al minuto e notturno d’adescatrice dai “facili costumi” al mantenimento totale ed educazione della figlia Kalida , che ormai sta per festeggiare i suoi 17 anni. La notte della vigilia del genetliaco, dopoché la ragazza ha stirato i suoi vestiti e fatto la lista dei compagni di scuola da invitare privandosi della compagnia di Christian, tra le due scoppia un fragoroso scontro dialettico in cui Loredana sente la necessità di svelare alla figlia, quasi maggiorenne, tutto il dolore patito e quello che si profila all’orizzonte non avendo il denaro per risarcire l’usuraio Luca, boss di quella parte urbana ai limiti del territorio comunale, del prestito di trentamila euro . Si tratta d’un problema sociale molto grave rischioso per coloro che finiscono nel giro ,se non hanno di che farvi fronte, alla guisa dei sequestri di persona, dove nei casi più eclatanti qualcuno c’ha rimesso un dito ed un orecchio per imprimere massima credibilità alla richiesta del riscatto. Karida, una promettente e genuina, sincera e spontanea quale ragazza innocente, Valentina Marziali ascolta con interesse la confessione a “cuore aperto” della madre in cui s’alternano intimità, ansie e paure, segreti e rabbia, disappunto per il brutto ed amaro vissuto, da cui vorrebbe preservare il frutto delle sue viscere., Karida non riesce a perdonare alla mamma il brutale trascorso in quanto la fanciulla sente su di sé il peso delle colpe materne, per essere stata macchiata nella sua identità di prole diretta ed interiorità dal turpe mercimonio della madre che non l’hanno risparmiata nei commenti dei compagni di classe e degli amici, ma soprattutto del suo fidanzatino Christian con cui non è stata in grado d’assaporare i primi palpiti sessuali d’amore per il fatto che, toltasi la maglietta per avviare un amplesso, s’è sentita bloccata dalla propria coscienza ed Es con la frustrazione dovuta al motivo che il giovane amante sapeva tutto di ciò che faceva di disdicevole la mamma, essendo stato il defunto nonno Arturo un vecchio cliente di Loredana. Questo c’ha rimandato con la mente alla pianificazione della “baby prostituzione” di Viale Parioli quando le madri , per avere più soldi nell’ambiente bene del sofisticato quartiere capitolino, inviavano le figlie nel mondo ricco delle tenere e minorenni “squillo” al posto di farle studiare. In tal modo poteva avvenire  che qualcuno facoltoso le aspettasse pure fuori dalla scuola per soddisfare le sue voglie lussuriose in macchine di grossa cilindrata od in splendidi appartamenti con vetri riflettenti; medesimo trattamento d’osservazione mirata ed interessata il criminale Luca, che interrompe spesso il dialogo emotivamente commovente e suscettibile di meditate considerazioni,  psicologiche domande interiorizzate dalla concentrazione degli spettatori, con ossessive telefonate di minacce intimidatorie riserva alla pudica Karida all’esterno dell’Istituto ,come  si realizza in occasione di rapimenti di congiunti od eredi di pingui capitalisti. Naturalmente, apprendendo che l’usuraio ha messo gli occhi sulla figlia per voluttuosi ed irrefrenabili desideri, Loredana come genitrice avverte un senso di disperazione, di lancia metaforica che le  trafigge il cuore e perso per perso assicura che il giorno dopo salderà il debito per non  smarrire anche la figlia ricoprendola di disonore ed ignominia, al pari di quelle che, vittime del “revenge porn” seriale e vendicativo sui “ social”, giungono a suicidarsi per non reggerne l’infamia, alla maniera del gesto di molti dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, basti pensare a Primo Levi autore dell’ opera narrativa “La Tregua”. Pur  di sventare il terribile presentimento che ha riguardo al rischio che l’adorata figlia corre, decide di tirar fuori dalla valigia i suoi abiti sfavillanti del vecchio mestiere e riprendere vigorosamente la strada del marciapiede .Però quanto occorrerà per raggranellare il denaro necessario immediatamente il giorno dopo?  Poi la sua dichiarata volontà di “tornare in campo” appare esprimersi in modo patetico e ridicolo, al punto che Karida, una funzionale e multiforme ,politonale a seconda dei momenti della “sit –com”  Valentina ,ne è disgustata ed annoiata, portandola a prendere atto dell’impossibilità della riuscita nell’intento prefissatosi. Che fare allora e come riemergere da quell’incresciosa vicenda che appare senza possibili sbocchi, alla guisa che nella mitologia arcaica toccava ai figli provvedere alla nemesi della responsabilità dei padri. Fu poi Prometeo che, rubando il fuoco agli dei ed aprendo il “Vaso di Pandora”, scoperchiò tutti i mali, le nefandezze e rese ciascun uomo accusabile in proprio delle sue azioni, nonostante che Eteocle e Polinice rampolli e fratelli di Edipo s’uccidano reciprocamente in battaglia anche per la protervia e la “ubris” magari inconsapevole del loro padre. La difficile e fragile condizione in cui sono precipitate sarà sanata da Karida che, dopo aver fatto addormentare la madre sul divano, festeggiato con lo champagne il  “dies natalis” scoccato, vestirà uno scarlatto vestito rosso fiammante con altrettante lucide scarpette con il tacco a spillo per sedurre Luca , attraendolo nella trappola escogitata su due piedi ravvisata la sua ignobile infatuazione che avrebbe potuto condurre allo stupro violento d’una minorenne ;   va fieramente con orgoglio indomito incontro, come una novella Artemisia Gentileschi, che fece condannare comunque il suo stupratore  Agostino Tassi, al rapporto sessuale con Luca per recuperare insieme alla madre, con il suo eroico atto sacrificale  d’amore, la libertà esistenziale senza preclusioni e pregiudizi di sorta. La regia psicologica  è di Federico Vigorito che  dalla Croce Redentrice del Cristo ed il sublime donarsi totalmente dei Santi, per esempio Santa Maria Goretti venerata a Nettuno nell’omonima Basilica,   dei Martiri, specialmente nei luoghi di tortura dei Cristiani o nei regimi dittatoriali, giustifica il suo estremo comportamento valutato parimenti nella “Teologia della Liberazione” , mentre laicamente si potrebbe parlare d’un pragmatismo machiavellico.  La storia  etica ed indagatrice a tutto tondo del carattere e del raziocinio delle “leonesse” del palcoscenico determinate a prendersi la rivincita sul male fino ad allora incontrato nella loro vita  illumina e fa brillare la pièce sulle problematiche di tragica e molteplice attualità con le armi dei contraccolpi dell’esilaranti rivelazioni mozzafiato e della sospettosa atmosfera thriller in quanto non si presagisce quasi mai cosa ha in animo ulteriormente l’antagonista di turno nel serrato diverbio e che cosa la ragione  pensi per aggirare l’ostacolo e venire alla luce dall’ oscuro “ tunnel” o labirinto del Minotauro metafora del malavitoso Luca, simbolo d’una depravata categoria che ti defrauda prima della reputazione e poi di tutto il tuo patrimonio se non denunci. Il lavoro sarà replicato ai Servi di Largo Chigi fino al 18 p.v.

Giancarlo Lungarini     

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