Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Tre coreografi contemporanei alla Scala di Milano

Data:

 

Teatro alla Scala, fino al 18 Febbraio 2024

La danza contemporanea non è proprio di casa al Teatro Alla Scala, ma ormai da anni almeno qualcosa si vede che non sano cigni, Willi o driadi. Come spesso capita, i titoli sono più di uno nella stessa serata, dato che ogni coreografia dura solitamente meno di un’ora.

Apre la serata Reveal di Garreth Smith, su musica di Philip Glass: otto danzatori e quattro danzatrici danno vita ad un pezzo davvero bellissimo, originale, che ha visto la genesi nel 2015 per lo Houston Ballet. Smith, giovanissimo (classe 1990), americano di Salt Lake City, basandosi sull’eterno concetto di chiaro e scuro, alterna momenti di assolo a passi a due molto complessi, momenti corali ad altri con meno danzatori, con una contrapposizione di base fra due figure femminili, una in azzurro chiaro con punte, l’altra in nero senza, che vanno e vengono circondate da sei danzatori, con prese molto morbide e liriche. I costumi di Mónica Guerra, semplici ma d’effetto, vedono il cappotto in varie forme come protagonista. Le due parti femminili principali sono affidate a due vere bellezze scaligere, le soliste Agnese Di Clemente e Linda Giubelli, molto nello stile; le altre due, Camilla Cerulli e Maria Celeste Losa, hanno parti più ridotte. Il cast maschile vede Nicola Del Freo e Christian Fagetti accompagnare le soliste, con Emanuele Cazzato, Andrea Crescenzi, Matteo Gavazzi, Eugenio Lepera, Andrea Risso e Gioacchino Starace. Uno stile che ricorda il pioniere, William Forsythe, che tra i primi iniziò a lavorare in questo modo anche per compagnie di teatri lirici Applausi lunghi e meritati.

Il secondo lavoro presentato è Skew-Whiff di Sol Leon e Paul Lightfoot su musica di Rossini. Un brano breve, di pochi minuti, per tre danzatori ed una danzatrice. Verrebbe da dire: in due per montare un pezzo così? Creato nel 1996 per il Netherlands Dans Theater II, di cui entrambi, lei spagnola e lui inglese, hanno fatto parte, è un insieme disarmonico: non si capisce né l’inizio né la fine; i quattro, dipinti di bianco su tutto il corpo tipo pagliacci, più che danzare sembrano colti da attacchi epilettici, con movimenti a volte sensati a volte no, espressioni facciali decisamente antiestetiche, pose e movimenti anche volgari che rasentano il cattivo gusto. Chi scrive ha una buona cultura di danza contemporanea, ma in tutto ciò di danza c’è ben poco. Alice Mariani, Edward Cooper, Said Ramos Ponce e Rinaldo Venuti fanno quello che gli è stato detto di fare; la cosa più bella, le impronte che rimangono sul palco dovute agli appoggi di mani od altre parti del corpo. Con tutti i coreografi di talento che ci sono, si poteva sicuramente dare un’opportunità a qualche lavoro migliore.

L’ultima coreografia in programma è Memento di Simone Valastro su musica di Max Richter e David Lang, per tutta o quasi la compagnia scaligera. Milanese 44enne, formatosi alla Scuola di Ballo della Scala ma da subito danzatore all’Opéra di Parigi, Valastro porta qui un lavoro molto lungo, molto ripetitivo, decisamente non originale: belli i movimenti danzati, i passi a due, i momenti in cui tantissimi ballerini sono in scena contemporaneamente per cui, anche se ripetono gli stessi movimenti decine di volte, sembra stia succedendo chissà cosa perché sono tantissimi. Il tutto si svolge su uno scivolo che parte dal fondo del palco, diventa piatto sul palco stesso e torna ad essere uno scivolo alla fine, come una grande onda. Vestiti anche in modo banale, danzatori e danzatrici uguali, e con colori insulsi da Thomas Mika, tanto da confondersi con il colore del pavimento/scivolo, come si suol dire “niente di non già visto”, a partire dal titolo, per nulla originale. Una coreografia lunghissima ma che, quando c’è poco da dire, pare infinita. I solisti Benedetta Montefiore e Nicola Del Freo, seguiti da alcune altre coppie (Linda Giubelli con Marco Agostino, Antonella Albano con Claudio Coviello, ed ancora Said Ramos Ponce, Mattia Semperboni e Domenico Di Cristo) danno vita a continue entrate/uscite, dimostrando chiaramente chi sa fare bene il contemporaneo e chi meno.

Nel complesso una bella serata, sicuramente vedere qualcosa di nuovo fa sempre piacere, anche se nell’immenso panorama contemporaneo ci sarebbero molti titoli che meriterebbero un palco come quello del Teatro alla Scala.

Chiara Pedretti

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