Festa alla Scala con Oropesa e Bernheim

Data:

Al Teatro alla Scala, 29 aprile 2024

Per la serie “concerti straordinari” del cartellone scaligero i due artisti hanno eseguito un programma fatto di arie d’opera per metà italiane e metà francesi, un tipo di concerto con orchestra che non si “usa” più, ma che ha fatto la gioia del numeroso pubblico accorso a riempire la sala del Piermarini. Il Direttore Marco Armiliato ha esaltato la freschezza e vitalità della giovanile Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala disciplinandone gli entusiasmi e l’irruenza, esordendo con la Sinfonia da La forza del destino in intensità di drammatica resa e finezze di suono.  Lisette Oropesa, soprano di New Orleans, si esibisce regolarmente come protagonista nei più importanti teatri d’opera di tutto il mondo; possiede piacevole timbro, caratterizzato da un leggero vibrato e, senza essere dotata di gran volume di voce, la sa piegare con sagacia e professionalità. Si è mostrata fasciata in bell’abito crème mutato poi in un intenso rosso, raggiante nello scintillio di bagliori emessi dai suoi gioielli. Anche il tenore Benjamin Bernheim è ospite regolare dei più importanti teatri lirici al mondo; voce dal timbro lirico, ben proiettata che “corre” per la sala. Spiritoso attore, nel teatrino di recitazione esibito in Caro elisir! sei mio! da L’elisir d’amore con tanto di bottiglia. Ne cava un Nemorino passonale e ingenuo senza essere stolido, convinto nella tenacia credula di Esulti pur la barbara di espansiva ed espressiva partecipazione cui fa prontamente seguito la voce della Oropesa, che ben si espande, in un ritratto di piccata e altezzosa Adina. In Recondita armonia dalla Tosca il timbro del tenore si sposa con passionalità al dettato dell’aria pucciniana, chiusa con marcata e teatrale enfasi a supplire una carenza nello squillo.Tu del mio Carlo al seno da I masnadieri vede Oropesa trovare accenti patetici e commossi, poggiandosi a un timbro dalla screziature larmoyant che sfrutta a suscitare il personaggio;  nell’attacco gli acuti non suonano sempre immacolati, anche se li giostra bene e li “tiene”. Frizzante la cabaletta, precisa nella coloratura, ma  con le chiuse che suonano sempre un po’ calanti. Intensa ed intima la Sinfonia da I masnadieri di Giuseppe Verdi in cui ha  sfolgorato il giovane violoncellista Andrea Cavallazzi, con una prestazione fluida quanto pregnante che ha mandato in visibilio il pubblico, esploso in tellurica ovazione. Dal Rigoletto il duetto Signor né principe… Addio, addio in cui la Oropesa fa valere i punti di forza di un’espressività partecipe e appassionata, turbata e ingenua Gilda, avvalorata da precisa vocalizzazione. Bernheim non ha, qui nel fraseggio,  la piena sfrontatezza del duca di Mantova e la voce suona un po’ nasale. Nel duetto Ange adorable dal  Roméo et Juliette di Gounod il soprano iraggia meglio del tenore lo strumento vocale, risultando più sottile e variegata nel fraseggio. Bernheim si giova della fonazione francesce per giungere a risultati di maggior credibilità quale sincero amante.  Air des bijoux da Faust cimenta la Oropesa in quella che è il cavallo di bataglia dei soprani di coloratura, ma senza riuscire ad ottenere quegli scintillii vocali che si tramutano, per l’ascoltatore, in rapimenti estatici, con acuti non perfettamene calibrati. George Bizet e Je crois entendre encore da Les Pêcheurs de perles offre a Bernheim, la possibilità di esibire la sua intensità d’interprete. Al netto di qualche sbiancatura, ottiene un effetto ammaliante sostenendo l’aria su una continua e straniante mezzavoce, a ben rendere l’atmosfera di sognante rimpianto. Con un biglietto da visita simile si fa una facile predizione sia un pefetto Werther, prossimamente sul palcoscencio scaligero, di cui già possede il phisique du role: sofferente, emaciato e trasfigurato nell’espressione del viso. Segue da Romeo et Juliette di Charles Gounod l’Ouverture, in cui Armiliato sa bilanciare armoniosamente turgori orchestreali a finali dolcezze. Robert, toi que j’aime da Robert le Diable di Giacomo Meyerbeer è un’aria di drammatica intensità e strazio reso solo a metà, preferendo il soprano puntare più sulla precisione della resa vocale che sullo partecipata interpretazione. Prestazione salutata da un’ovazione. Jules Massenet con Ah! Fuyez, douce image da Manon terminava il concerto in cui entrambi i protagonisti hanno dato il meglio e il massimo, sia nel canto sia come interpreti. Bernheim sfoggia acuti tenorili a piena voce, squillanti che si espandono e sovrappongono al variegato fraseggio, in un finale assolutamente travolgente. Lei drammatica e passionale si impegna allo spasimo in una partecipazione incisiva e sentita, supplendo alla carenza di sensualità del timbro con uno scavo della parola; credibile attrice, anche in questra forma scenica “accennata”. Pubblico entusiasta, travolto dalla carica di simpatia sprigionata dai due protagonsiti in palcoscenivo e dal direttore, che li ha obbligati a concedere almeno un bis: O soave fanciulla dalla Bohème. Non si poteva chiedere di più.

gF. Previtali Rosti

foto Brescia e Amisano

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