Jeffrey Dahmer, il serial killer più iconico

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Quando la morte diventa spettacolo ecco che la serie TV “Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” ha trasformato il serial killer in protagonista assoluto del piccolo schermo. Conosciuto come il cannibale o il mostro di Milwaukee, fu responsabile di diciassette omicidi tra il 1978 e il 1991 con metodi particolarmente cruenti, contemplando atti di violenza sessuale, necrofilia, cannibalismo e squartamento. Fu condannato nel 1992 alla pena dell’ergastolo per poi essere ucciso, due anni dopo, da Christopher Scarver, un detenuto sofferente di schizofrenia. Jeffrey Dahmer nacque il 21 maggio 1960 a West Allis, un sobborgo di Milwaukee, nel Wisconsin. Dal 1968, il piccolo Jeffrey incominciò a collezionare resti di animali morti che usava seppellire nel bosco situato dietro l’abitazione dei genitori a Bath Township, in Ohio, dove la famiglia si trasferì pochi mesi prima. Subito dopo il divorzio dei genitori, e in seguito al conseguimento del diploma della scuola superiore, Dahmer mise in atto il suo primo omicidio. La sua prima vittima fu Steve Hicks, un autostoppista di 19 anni. In quell’occasione l’assassino invitò il giovane nella casa dei genitori rimasta vuota, gli offrì una birra, gli fece ascoltare della musica e finì per ucciderlo, colpendolo con un manubrio di 4,5 kg, abusò del cadavere e lo smembrò. Nel settembre 1987 incontrò in un bar gay Steven Tuomi, un ragazzo di 25 anni con lontane ascendenze finlandesi originario di Ontonagon, in Michigan: dopo aver assunto consistenti quantità di alcolici, Jeffrey uccise la propria vittima in una stanza di albergo all’Ambassador Hotel di Milwaukee, ne chiuse il cadavere in una valigia acquistata per l’occasione per poi portarlo nella cantina della casa di sua nonna, dove ebbe con esso rapporti sessuali. Infine, il cadavere fu smembrato e i resti gettati tra i rifiuti. Si trasferì in un appartamento di Milwaukee situato vicino alla fabbrica di cioccolata in cui lavorava; in quello stesso mese adescò Somsack Sinthasomphone, un ragazzo laotiano di tredici anni, promettendogli dei soldi per un servizio fotografico. La vittima riuscì però a sfuggire all’aggressore e a denunciarne le violenze. Grazie alla denuncia, Dahmer fu arrestato e accusato di violenza sessuale. In attesa del processo (che lo condannò a dieci mesi di ospedale psichiatrico, nonostante l’accusa avesse chiesto l’incarcerazione), Dahmer in seguito tornò a vivere a casa della nonna. Qui massacrò Anthony Sears, incontrato in un circolo gay: anche in questo caso la vittima fu drogata, strangolata e in seguito violentata. Per quanto concerne gli omicidi del 1991 la polizia fu molto criticata per non aver prestato ascolto ai testimoni, ignorato le telefonate in cui questi aggiungevano dettagli e chiedevano ulteriori informazioni, aver fatto commenti razzisti verso la vittima (emersi dalle registrazioni fra la centrale e la pattuglia) e non aver condotto ricerche nell’appartamento di Dahmer, dove nella camera era ancora riverso uno dei cadaveri delle vittime. In seguito a queste polemiche gli agenti furono rimossi, ma vennero in seguito reintegrati e uno dei due divenne successivamente capo di una sezione di polizia di provincia. Il 22 luglio 1991 Dahmer invitò Tracy Edwards nella sua abitazione, dove gli somministrò una dose di sonnifero, lo ammanettò a un braccio e lo costrinse a entrare nella stanza da letto. Accortosi della presenza di foto di cadaveri smembrati appese ai muri e di un odore insopportabile proveniente da un barile, Edwards colpì l’aggressore con un pugno e fuggì dall’appartamento. Fermato da una pattuglia della polizia, convinse gli agenti ad andare a controllare l’appartamento di Dahmer, all’interno del quale furono ritrovati numerosi resti di cadaveri conservati nel frigorifero, alcune teste e mani tagliate di netto all’interno di pentole, teschi umani dipinti, e fotografie di cadaveri squartati all’interno di cassetti. Dopo una breve colluttazione Jeffrey fu immobilizzato e condotto in prigione, in attesa di essere sottoposto a processo. “Vostro Onore, ora è finita. Lo scopo di questa causa non è mai stato ottenere la libertà. Credo che solo il Signore Gesù Cristo può salvarmi dai miei peccati.” Egli si dichiarò colpevole il 13 gennaio, e nonostante la difesa avesse invocato l’infermità mentale per il proprio assistito, Dahmer fu riconosciuto colpevole e condannato alla pena dell’ergastolo per ogni omicidio commesso, totalizzando 957 anni di prigione. Subito dopo la condanna, Dahmer fu incarcerato nel Columbia Correctional Institute di Portage, dove si convertì al cristianesimo prima di essere ucciso da un altro detenuto.

Denise Micera

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