L’immagine del cinema hollywoodiano

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Manca un annetto ancora per festeggiare i primi cinquant’anni del primo Premio Oscar di Jack Nicholson. Dieci lustri e nozze d’oro tra la grande star ed il suo Oscar! Scriviamo di uno dei più grandi ed amati attori di Hollywood, nato il 22 aprile 1937 a Neptune City nel New Jersey, figlio di June Nicholson, una studentessa statunitense di origini irlandesi. L’attore solo all’età di trentasette anni scoprì che la donna che lui riteneva sua sorella (June) in realtà era sua madre e che la donna che lui riteneva la madre era sua nonna. Invece la vera natura del padre non si scoprì mai, furono fatte molte ricerche e indagini ma non portarono mai a nulla. Alla sola età di diciassette anni si trasferì a Los Angeles dove sin da subito iniziò a lavorare nel campo del cinema, frequentò corsi di arte drammatica e in quel periodo strinse subito legami e amicizie con vari personaggi nell’ambito cinematografico. Ciò gli permise nel 1958 di esordire per la prima volta sul grande schermo, come protagonista nel thriller “The Cry Baby Killer”, successivamente ebbe altri ruoli in una commedia ed in due western. Il suo successo iniziò nel 1969 con “Easy Rider”, un film drammatico che spopolò all’epoca: qui interpretava il ruolo di un avvocato alcolizzato alla ricerca di nuove emozioni e, per il suo ruolo, fu candidato agli Oscar come attore non protagonista. Negli anni Settanta fece uso di stupefacenti e iniziò a partecipare attivamente alla vita politica. Dopo “Easy Rider” la sua carriera ebbe un grandissimo picco e divenne uno degli attori più richiesti di Hollywood. Nel 1974 per il film “Chinatown” vinse il premio Golden Globe come miglior attore protagonista. L’attore ha ricevuto durante la sua carriera tantissimi premi oltre al Golden Globe. Dopo svariate candidature vinse gli Oscar come miglior attore protagonista nei film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e in “Qualcosa è cambiato” e, successivamente, anche nel 1984 come attore non protagonista nel film “Voglia di tenerezza”. Il primo Oscar lo conquistò dunque nel 1975 con l’interpretazione del condannato Randle McMurphy, capace di fingersi una persona con problematiche mentali per poter scontare la sua condanna all’interno di un manicomio invece che in una cella di un carcere. Essa è una delle interpretazioni migliori della sua carriera. Nonostante il successo il regista Milos Forman fu aspramente criticato riguardo ai contenuti controversi di questa pellicola. Il film fu tratto dal romanzo di Ken Kesey che, in prima persona, ebbe un’esperienza personale come volontario in un ospedale psichiatrico. Il film denuncia vari atti e condizioni terribili e angoscianti che i ricoverati all’interno sono costretti a vivere,  come ad esempio l’ascoltare ripetutamente le stesse melodie o non poter guardare la tv o, addirittura, l’utilizzo dell’elettroshock. Il film è un esempio bellissimo di umanità ed empatia, colui che è visto dalla società come un detenuto dimostra più empatia e comprensione verso coloro che hanno difficoltà mentali rispetto ai medici e dottoresse che dovrebbero dedicare la loro vita al benessere dei pazienti. Il film voleva trasmettere un chiaro segnale che la società di quegli anni vedeva l’esistenza degli ospedali psichiatrici come un mezzo per liberarsi dei suoi pazienti visti come problemi per la società, totalmente disumanizzati. Il personaggio di Jack Nicholson tenta di dare svaghi e atti di gioia ai pazienti. Il finale è ben noto, evidenziando una latente malinconia poiché lorganizzazione dell’ospedale intuisce alcuni atteggiamenti vivaci di Randle Mcmurphy e tuttavia l’annienta.

Maria Gaia Costa

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