On the road: il cammino che ci rende leggeri

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Venerdì 2 ottobre, al Teatro Trianon Viviani, la rassegna di danza contemporanea ha fatto una sosta lungo la strada. È tornata la compagnia Körper con On the road, un viaggio che ha raccontato il cammino dei giovani interpreti di Körper Young, il progetto fortemente voluto da Gennaro Cimmino. Due luoghi, due storie, due soste e due ripartenze hanno scandito l’itinerario di una sola serata. Il pubblico, senza accorgersene, si è messo in cammino insieme a loro.

La prima tappa, Last Movement of Hope, è stata un’attesa. Sotto la cura di Adriano Bolognino, con l’assistenza alla coreografia di Rosaria Di Maro e le musiche di Giuseppe Villarosa, Gabriella Luongo e Giorgia Mattiello hanno abitato un tempo sospeso, dove immobilità e movimento hanno imparato a convivere. È stata un’attesa piena e viva, un confine che ha respirato e che ha lasciato intravedere una profondità nuova di ciò che si sta diventando. Il brano è un capitolo di un progetto più ampio sulle relazioni, e le due danzatrici ne hanno attraversato ogni sfaccettatura: gioia, dolore, rabbia, angoscia, speranza, delusione. Si sono prese e lasciate, unite e separate. Un caleidoscopio di emozioni è arrivato in platea attraverso gesti apparentemente semplici ma di tecnica rigorosa, dentro una coreografia pulita, organica, mai spigolosa.

Poi la strada si è fatta pietra e acqua. Ruta de pedra e de agua è stato un cammino fisico. La coreografa Marianna Moccia ha raccontato di averne trovato il seme lungo il cammino di Santiago, percorso insieme fisico e mistico, dove ha imparato soprattutto a lasciar andare. Ha lasciato i pesi inutili, materiali e morali, quelli che il consumismo e i valori distorti della società occidentale ci caricano addosso come zaini.

Otto donne sono entrate da ogni parte: dalle quinte, dalla platea, dai corridoi. Emanuela Aprea, Angela Bruno, Teresa De Angelis, Rossella Furlan, Giovanna Ferrara, Gabriella Luongo, Giorgia Mattiello e Martina Robustelli sono giovanissime ma già preparate e perfettamente formate. Hanno camminato con lo zaino in spalla, in tenuta da trekking, senza sapere da dove venissero né dove stessero andando. Il fiato si è accorciato e la stanchezza si è fatta evidente. Hanno arrancato, sono cadute e si sono rialzate, si sono interrogate ad alta voce sul senso del loro pellegrinaggio. Dalle risposte, in apparenza ingenue, è affiorata una velata critica alle speculazioni del turismo religioso. Passo dopo passo il ritmo si è trasformato in respiro, e il respiro in presenza.

Le musiche di Vito Pizzo, Julia Primicile Carafa e degli Einstürzende Neubauten hanno accompagnato l’azione quasi come una colonna sonora cinematografica. Hanno attraversato ritmi orientali, tecno e melodie da cinema neorealista. Su una scena scarna e priva di fondale, il sapiente disegno luci di Flavio Ferruzzi ha cucito i passaggi di spazio e di tempo, diventando narrazione esso stesso.

Gli applausi sono stati scroscianti, e meritati, per una coreografia essenziale ma profondamente narrativa. Ha confermato la cifra poliedrica e feconda di Marianna Moccia e la delicatezza con cui non dimentica mai il proprio impegno sociale.

Alla fine nessuno ha raggiunto una meta, e nessuno l’ha davvero cercata. Le otto donne sono uscite com’erano entrate, ma più leggere, e noi con loro. Abbiamo capito che il senso non abita la destinazione, ma la leggerezza di chi sa lasciare andare. A teatro, come nella vita, si arriva solo quando si trova il coraggio di posare lo zaino.

Serena Cirillo

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