Martina Bertona: “I like non fanno crescere un business, contano i clienti che arrivano”

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Nel mondo dei social, dove sembra che bastino un video virale e qualche migliaio di like per diventare esperti di comunicazione, Martina Bertona ha scelto di seguire una strada diversa: quella della strategia, delle competenze e dei risultati concreti. Dopo un’esperienza da dipendente, ha deciso di mettersi in proprio e trasformare la propria creatività in un’impresa, affrontando anche la sfida di affermarsi professionalmente in giovane età. Oggi, attraverso la sua agenzia di comunicazione, aiuta le attività a costruire un’identità riconoscibile e a utilizzare i social come strumenti di crescita. La sua filosofia è chiara: niente personaggi costruiti, niente rincorsa ossessiva alle mode, ma un lavoro sartoriale sull’identità di ogni cliente. Perché la comunicazione efficace non consiste soltanto nel farsi vedere, ma nel riuscire a trasformare la visibilità in opportunità.

Martina, partiamo dall’inizio. Quando hai capito che era arrivato il momento di metterti in proprio?

È stata una decisione maturata gradualmente, mentre lavoravo come dipendente. In un settore creativo come il mio, sentivo che rimanere legata sempre allo stesso progetto e a dinamiche troppo rigide rischiava di diventare limitante, persino logorante. Mi sono anche resa conto che spesso le retribuzioni non rispecchiavano il valore e l’impegno richiesti. A un certo punto ho capito che, per esprimere davvero la mia creatività, valorizzare le mie competenze e costruire qualcosa che mi rappresentasse, dovevo trasformare il mio percorso in un’impresa personale.

Qual è stata la difficoltà più grande nel costruire la tua attività?

Affermare la mia credibilità professionale, soprattutto all’inizio e considerando la mia giovane età. Nel mondo della comunicazione è facile improvvisarsi, magari pensando che basti realizzare qualche bel video per far funzionare un’attività. In realtà, dietro un contenuto efficace deve esserci una strategia solida, studiata sulle esigenze del cliente. Io cerco di trasmettere questa visione fin dal primo incontro, proponendo percorsi mirati e dimostrando concretamente il mio valore attraverso la presenza, l’affidabilità e la disponibilità.

Qual è l’errore che vedi commettere più spesso alle aziende sui social?

Copiare i concorrenti invece di lavorare sulla propria unicità. Molte attività rincorrono i trend del momento senza aver prima individuato il proprio pubblico e ciò che le rende diverse dalle altre. Un altro errore è concentrarsi esclusivamente sulle cosiddette vanity metrics: like, visualizzazioni e follower. Certo, vedere un contenuto ottenere tante interazioni fa piacere, ma questi numeri, da soli, non fanno crescere un’attività. Quello che conta davvero è il risultato concreto, anche in termini economici, rispetto all’investimento sostenuto. La domanda da porsi è semplice: quanti nuovi clienti mi sta portando questa comunicazione?

Parliamo di personal branding. Quanto conta metterci la faccia per promuovere un’attività?

Conta moltissimo, perché permette di creare un legame autentico con le persone. Soprattutto nel commercio, un cliente può scegliere di acquistare da te non soltanto per il prodotto, che magari trova anche altrove, ma perché si affeziona alla tua personalità, alla tua storia e al tuo modo di essere. Perché funzioni, però, servono naturalezza e spontaneità. La strategia deve essere costruita sulla persona reale, senza inventarsi un personaggio artificiale o eccessivamente patinato. Se sui social mostri un’immagine che non ti appartiene, quando il cliente ti conosce dal vivo percepisce immediatamente la distanza tra ciò che comunichi e ciò che sei. E a quel punto il personal branding rischia di diventare controproducente.

Tu stessa hai scelto di esporti sui social. È stato sempre facile?

Assolutamente no. Mostrare il mio volto mi ha aiutata a farmi conoscere e a dare un’identità più umana alla mia professionalità, ma in passato ho vissuto anche situazioni spiacevoli. Quando lavoravo come dipendente, mi capitava che colleghi o titolari andassero a curiosare nei miei profili personali, superando un confine che ritengo importante rispettare. All’inizio la cosa mi pesava, poi ho imparato ad andare avanti per la mia strada. Oggi ho scelto di separare nettamente la vita privata dal lavoro: sul profilo personale condivido vacanze, passioni e momenti della quotidianità; su quello professionale pubblico contenuti mirati, consigli, competenze e risultati. In questo modo posso essere me stessa senza rinunciare a un’immagine professionale chiara.

Come costruisci la comunicazione della tua agenzia? Quali contenuti scegli di pubblicare?

Ho scelto un approccio basato sulle competenze, ma mettendoci la faccia. Realizzo video in cui offro consigli pratici, racconto il mio lavoro e analizzo casi concreti. Ogni tanto mostro anche alcuni momenti delle mie giornate lavorative: sono contenuti che intrattengono e, allo stesso tempo, permettono di vedere le mie capacità nella grafica e nel montaggio. Dedico poi molto spazio alle testimonianze dei clienti e ai risultati ottenuti, che raccolgo anche nelle storie in evidenza. Credo che la prova concreta del proprio lavoro sia fondamentale: non basta dire di essere bravi, bisogna dimostrarlo.

Quindi autenticità e strategia non sono due concetti in contrasto?

Al contrario, si completano. La strategia non è una maschera da indossare, ma uno strumento che permette di comunicare con il pubblico giusto, individuare gli argomenti più efficaci e ritagliarsi uno spazio in un ambiente digitale in cui vengono pubblicati continuamente miliardi di contenuti. L’autenticità, da sola, non garantisce che il messaggio arrivi alle persone giuste; allo stesso tempo, una strategia senza autenticità rischia di risultare vuota. Il segreto è trovare il punto d’incontro tra le due cose, senza snaturarsi per cercare di piacere a tutti. È impossibile accontentare chiunque, e va bene così: l’importante è essere riconoscibili e coerenti con la propria identità.

I social possono diventare anche una fonte di opportunità commerciali per chi ha una propria community?

Certamente. Mi piace immaginare i social come un grande spazio pubblicitario. In base al pubblico che raggiungi e alla sua capacità di interagire con i tuoi contenuti, il tuo profilo può diventare un veicolo importante per promuovere prodotti e servizi. Se pensiamo a chi ha uno o due milioni di follower, possiamo immaginare un cartellone pubblicitario enorme, come quelli di Times Square, capace di raggiungere moltissime persone. Naturalmente, il valore non dipende soltanto dal numero dei follower: conta anche quanto quel pubblico sia in linea con il prodotto o il servizio proposto. Quando i miei clienti ne hanno bisogno, mi occupo anche di individuare creator e profili adatti alle loro esigenze, con l’obiettivo di trasformare la visibilità in opportunità commerciali concrete.

Lavorare con la propria immagine significa anche esporsi alle critiche. Come gestisci le insicurezze e il giudizio degli altri?

Le insicurezze le ho vissute e le vivo anch’io, perché fanno parte del percorso. Con il tempo ho capito, però, che non bisogna cambiare il proprio modo di presentarsi o snaturarsi soltanto per cercare di piacere a tutti. È impossibile. Il mio modo di essere e di lavorare può non convincere qualcuno, e non è un problema. Preferisco mantenere la mia identità professionale piuttosto che costruire un’immagine artificiale per inseguire il consenso. Anche sui social, dove il giudizio è costante, credo sia fondamentale ricordarsi che non tutti devono necessariamente apprezzarci.

Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa del tuo percorso? E quale consiglio daresti a chi vuole promuovere la propria attività?

Probabilmente inizierei un anno prima. Avevo già lavorato in questo settore durante gli studi, ma temevo di non essere abbastanza competente e ho preferito fare prima un’esperienza da dipendente. Col senno di poi, forse avrei potuto buttarmi prima e raggiungere alcuni traguardi più velocemente. D’altra parte, credo che ogni esperienza mi abbia aiutata ad arrivare fin qui. A chi vuole valorizzare la propria immagine professionale, invece, consiglio di investire nella comunicazione e di affidarsi a un professionista, evitando di improvvisarsi. Comunicare bene non significa semplicemente pubblicare contenuti: significa capire chi si è, a chi ci si vuole rivolgere e quali risultati si vogliono ottenere. È da lì che bisogna partire.

Manuele Pereira

 

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