L’Orlando Furioso di Livermore in prima assoluta al teatro Ivo Chiesa di Genova

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Da Davide Livermore c’è sempre da aspettarsi di tutto e di più e non ci ha stupito dunque che per  l’inaugurazione della nuova stagione del Teatro Nazionale di Genova abbia scelto di mettere in scena l’Orlando Furioso di Ariosto. Prima di lui lo aveva fatto Luca Ronconi con l’edizione storica del 1969 che vantava l’adattamento di Edoardo Sanguineti e più recentemente, nel 2017, anche Marco Baliani e Stefano Accorsi avevano proposto “Giocando con Orlando”, uno spettacolo di “teatro di narrazione” e complicità scenica che rileggeva e ricantava le ottave ariostesche con ironia e improvvisazione.

Beh, lo spettacolo di Livermore che ha debuttato in prima nazionale giovedì 8 ottobre, alle ore 19.30, al Teatro Ivo Chiesa (dove resterà  fino a domenica 18 ottobre), è in perfetto stile Livermore. Come in tutte le sue messe in scena anche in questo caso il regista torinese mischia parola, musica e danza con maestria, venendo incontro ai gusti di tutti. Certo il suo non è un “teatro di parola” come lo intendeva Pasolini, ma senza dubbio un teatro che si rifà al teatro greco, anche quando non parla di grecità.

A questa sua ultima fatica hanno contibuito l’adattamento e riduzione appositamente curati da Margherita Rubino a cui si sono aggiunti gli interventi drammaturgici di Linda Gennari, Fulvio Pepe e Carlo Sciaccaluga. Il tutto per uno spettacolo della durata di 2 ore e mezza senza intervallo. Lunghezza esagerata, ma di questo parleremo dopo. Concentriamoci adesso sull’operazione eseguita a 4 mani, ovvero  la regia di Livermore e l’adattamento di Margherita Rubino. I due hanno scelto di leggere il capolavoro di Ariosto come un’epopea tutta al femminile, dove sono le donne a ritrovare il senno perduto di un’umanità che ha perso il proprio orizzonte di senso. Queste donne, come del resto quelle di Ariosto, sono protagoniste e indipendenti.  Cinque attrici dunque : Anna Della Rosa (Angelica; Melissa; Rinaldo; Zerbino), Linda Gennari (Orlando; Luna), Annamaria Ghirardelli (Alcina; Cimosco; Cloridano; Soldati saraceni), Mariangela Granelli (Ruggiero; Brigliadoro; Medoro; Rodomonte), Laura Marinoni (Astolfo; Bradamante; Carlo Magno) a cui si aggiunge la danzatrice Sylvia Bennett, che mandano al pubblico un messaggio forte per ciò che ancora oggi alle donne è negato. Tutte brave, tutte belle, tutte instancabili. Non c’è tregua per loro sia nella recitazione che nel movimento convulsivo che richiede indubbiamente grande preparazione fisica. Per questo ripeto: brave e ancora, brave.

L’unico maschio è l’attore Fulvio Pepe che interpreta una sorta di narratore un po’ “Virgilio” per accompagnare il pubblico lungo le ottave di Ariosto e le scene dello spettacolo. Assieme alla eclettica Bennett sono perennemente in scena e fungono da trait d’union  tra l’epoca in cui si svolge l’azione e la contemporaneità . Certamente aiutano il pubblico nella comprensione del difficile testo, chiuso nelle ferree ottave di endecasillabi, urlate troppo forti per sovrastare la musica di accompagnamento. Una musica d’effetto a cura dell’ensemble La Chimera (Sabina Colonna-Preti, Maria De Martini, Francesco Zoccali) sistemato in alto sulla scena a dare il ritmo e il contrappunto coi loro strumenti della filologia antica.

La scena (firmata Eleonora Peronetti) non cambia mai e consiste in un grande relitto di un aereo Douglas, con un’ala spezzata alle cui spalle scendono i tre grandi fondali retroilluminati, disegnati da Francesco Calcagnini. Rappresentano il Sole, la Luna e la Terra, mentre leggerissime sete tempesta accolgono altre sue illustrazioni, costruendo un universo sospeso tra realtà e immaginazione.

Il pubblico ha apprezzato questo spettacolo variegato e variopinto perchè senza dubbio di alta qualità, ma ha anche sofferto, perchè rimanere incollati sulla poltrona per due ore è mezza è troppo. I registi dovrebbero pensare anche a questo quando  progettano una rappresentazione perchè non siamo nel Seicento o Settecento quando gli spettatori si alzavano a loro piacere, per mangiare, bere o altro, durante le lunghe durate delle piéce teatrali. Lo spettatore come diceva Peter Brook, è una delle tre “corde” fondamentali che deve essere mantenuto in equilibrio per evitare che la rappresentazione diventi pura e sterile esibizione. E allora rispettiamolo.

Francesca Camponero

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