C’è chi sceglie una strada e chi preferisce esplorarne tante, anche quando sembrano portare in direzioni opposte. Lucrezia Di Giorgio, 29 anni, romana, in arte KLEOS, è una fotomodella e performer che ha fatto dell’espressione personale il filo conduttore del proprio percorso. Alle spalle ha esperienze nel brokeraggio finanziario, studi di archeologia con una passione particolare per l’Antico Egitto e, più recentemente, la qualifica di Personal Trainer. Ha iniziato a lavorare come modella a sedici anni, passando dalla fotografia beauty al glamour, fino al fine-art e alle performance. Oggi KLEOS è il progetto con cui trasforma esperienze personali, corpo e immaginario underground in un linguaggio artistico riconoscibile. Il suo approccio? Istinto, indipendenza e nessuna intenzione di farsi ingabbiare in un’etichetta.
Lucrezia, partiamo da te. Chi sei, che cosa fai e come si conciliano tutte le anime che convivono nella tua vita?
Sono Lucrezia Di Giorgio, in arte KLEOS, ho 29 anni e vivo a Roma. Per alcuni anni ho lavorato nel brokeraggio finanziario, occupandomi di sviluppo commerciale, gestione delle vendite e negoziazione. Recentemente ho ottenuto la qualifica nazionale di Personal Trainer e sto iniziando a lavorare anche in questo ambito. Lo sport è sempre stato importante nella mia vita: pratico attività fisica da quando ero molto giovane.
Hai studiato anche archeologia. Da dove nasce questa passione?
Ho studiato archeologia, soprattutto egittologia, una passione che coltivo fin da bambina. Ho iniziato a lavorare presto, quindi l’università è stata una scelta personale, qualcosa che volevo fare per me. Guardando il mio curriculum, sembra quasi che l’abbiano scritto tre persone diverse, ma tutto quello che ho fatto mi è tornato utile.
KLEOS è il nome con cui ti presenti artisticamente. Che cosa rappresenta per te?
È il progetto artistico che rappresenta la parte più personale del mio percorso come fotomodella e performer, iniziato a sedici anni. Nasce dall’idea di trasformare esperienze concrete, spontanee e a volte contraddittorie in qualcosa di condivisibile e catartico. Mi interessa raccontare una realtà in cui altre persone possano riconoscersi e pensare: «Quindi non sono sbagliata. Non è strano essere fatta così».
Quale immagine vuoi costruire attraverso questo progetto?
Vorrei che KLEOS fosse leggibile su più livelli: può esserci l’estetica, ma anche qualcosa di più profondo. Mi piace mostrare l’imperfezione e l’autenticità in una realtà che tende verso una perfezione asettica, dove spesso la forma conta più della sostanza. Cerco di raccontare la forza necessaria per essere se stessi, attraverso un’estetica underground, il simbolismo e il mistero.
C’è un aspetto del modo in cui viene rappresentato il corpo femminile che ti infastidisce?
Mi infastidisce quando tutto viene ridotto a un prodotto di consumo erotico per un pubblico maschile. Non giudico chi sceglie questa strada, semplicemente non è il pubblico a cui mi rivolgo e non è ciò che voglio raccontare. Mi piace che una persona si fermi a guardare una fotografia per l’estetica e poi resti per tutto il resto.
Come vivi i social? Ti interessa diventare un’influencer?
Li considero strumenti di visibilità, lavoro ed espressione. Sono una consumatrice di contenuti, ma ho capito quanto sia importante diventare anche produttrice, anziché assorbire passivamente informazioni non sempre vere, utili o innocue. Non mi considero un’influencer e non è questo il mio obiettivo, anche se non escludo che le cose possano cambiare. Il mio canale principale è Instagram, @lucrezia.digiorgio, ma alcuni progetti potrebbero portarmi ad aprirne altri.
Come nasce la tua avventura nel mondo della fotografia?
È iniziata casualmente a sedici anni, quando mi contattò un’agenzia di Roma. All’inizio lavoravo soprattutto per brand di make-up, hairstylist e progetti beauty. La mia espressività e alcuni tratti riconoscibili mi hanno poi portata verso il glamour, che valorizza tatuaggi, stili non convenzionali e sensualità più marcate. Successivamente sono arrivati il fine-art e i progetti creativi.
Quanto hai imparato dagli errori e dalle esperienze vissute sul campo?
Moltissimo. Da giovanissima mi sono trovata in situazioni che non sempre sapevo gestire, ma ogni esperienza mi ha dato maggiore consapevolezza dei miei limiti, delle mie possibilità e di quello che volevo raccontare. È così che si costruisce un linguaggio personale: provando, sbagliando e sperimentando.
Quanto c’è di istinto nella tua vocazione artistica?
Credo che tutto nasca dal desiderio di unire l’espressione personale al racconto di una realtà in cui gli altri possano riconoscersi. Mi piace condividere esperienze che possano essere utili a qualcuno: l’idea che una persona possa pensare «allora non sono l’unica» ha molto valore per me. Sento inoltre una particolare vicinanza all’arte che passa attraverso il corpo e il movimento.
Hai seguito un percorso accademico nel modeling?
Non particolarmente. Ho imparato sul campo, facendo esperienza, osservando e sperimentando. Probabilmente ho imparato più dalle idee che si sono rivelate sbagliate che da quelle che sembravano ottime.
Quali sono stati i momenti più importanti del tuo percorso?
I momenti più forti della mia vita non sono stati necessariamente legati alla fotografia, ma alla sfera personale. Mi hanno insegnato a buttarmi, anche senza troppa cautela, con la consapevolezza che in qualche modo me la sarei cavata. A volte non avere scelta ti costringe semplicemente a trovare una soluzione.
Lavorare come freelance ti ha aiutata a trovare la tua strada?
Sì, mi ha insegnato a conoscere l’ambiente, a stabilire i miei limiti e a negoziare. Mi è capitato che alcuni casting non andassero avanti perché avevo un viso troppo riconoscibile o non corrispondevo esattamente al tipo cercato. Ho imparato a passare oltre senza aggrapparmi alle aspettative. Tendo a immaginare il peggio, non necessariamente un pregio, ma questo mi aiuta a gestire i rifiuti.
Che cosa ti ha dato la fotografia?
Mi ha dato un canale per esprimermi e mi ha fatto incontrare persone con cui sono nati legami importanti. Mi permette di trasformare qualcosa che nella vita reale può essere difficile, brutto o motivo di vergogna in qualcosa di bello e catartico. Non credo mi abbia tolto molto, anche perché per me è fondamentale mantenere la libertà di decidere: lavorare come freelance mi aiuta a farlo.
Che cosa diresti a una ragazza che vorrebbe provare, ma non trova il coraggio?
Il rischio più grande è restare con il dubbio: «E se avessi provato?». Non è un percorso per tutte, ma può aiutare a esplorare se stesse, guardarsi con occhi diversi, acquisire sicurezza e scoprire aspetti sconosciuti. Mi spinge la voglia di mettermi in gioco e vedere dove posso arrivare, senza dovermi chiedere in futuro che cosa sarebbe successo se avessi tentato.
Il mondo dello spettacolo può essere competitivo e pieno di situazioni particolari. Come lo hai vissuto?
È un ambiente che può diventare complicato se non hai consapevolezza di te stessa e dei tuoi obiettivi. Essere una persona forte e diretta mi ha aiutata: preferisco dire chiaramente sì o no, invece di cercare a tutti i costi di essere gentile e disponibile. Essere educati è importante, ma bisogna mantenere i propri limiti. Vale anche fuori dal mondo dello spettacolo.
Hai ricevuto anche proposte insolite. Qual è stata la più particolare?
Mi sono arrivate diverse richieste legate alla fotografia e alla performance fetish e kinky, un mercato molto più grande di quanto si possa immaginare, anche a livello internazionale. Mi sono state proposte fotografie fetish e contenuti di nudo esplicito, con persone disposte a pagare cifre importanti sia me sia il fotografo semplicemente per assistere. Ricordo un uomo che, dopo avergli spiegato che non faccio X-art né contenuti espliciti, mi ha detto di aver capito e ha suggerito una soluzione che, secondo lui, avrebbe reso la proposta «non esplicita». Preferisco non entrare nei dettagli.
E la proposta più assurda?
Una performance di Exotic Pole a una festa per bambini, con un abbigliamento specifico. Era ben pagata, quindi economicamente poteva avere senso, ma razionalmente era una proposta lontanissima da me. Ho rifiutato e ancora oggi mi chiedo come qualcuno abbia potuto pensare che fosse un’idea adatta all’intrattenimento di una festa per bambini.
Ti consideri una donna esibizionista?
No. Distinguo tra il desiderio di apparire e il bisogno di essere guardati. Voler essere visti, riconosciuti e apprezzati è umano e non necessariamente negativo: sentirsi valorizzati può essere una parte sana del rapporto con se stessi. Amo esprimermi attraverso l’immagine, ma questo non significa voler provocare o attirare l’attenzione a tutti i costi.
Come cambia il tuo stile tra il lavoro e la vita quotidiana?
Nel quotidiano preferisco uno stile street e baggy, a volte tomboy. Mi alleno quasi ogni giorno, quindi indosso spesso abbigliamento sportivo. Mi piacciono i capi audaci e gli accessori, soprattutto anelli e gioielli, magari legati a un significato personale. La sera scelgo in base all’occasione, ma apprezzo pantaloni, blazer e camicie eleganti.
Che cosa ti differenzia dalle altre ragazze?
Non credo sia necessario trovare per forza una caratteristica che ci distingua dagli altri: siamo tutti strani, se ci si conosce davvero. È l’insieme delle nostre peculiarità a renderci ciò che siamo.
Guardando al futuro, quali progetti stai preparando e dove vorresti portare KLEOS nei prossimi dieci anni?
Sto esplorando attraverso il modeling parti più vulnerabili e crude di me, che finora ho mostrato poco. Voglio anche approfondire il lavoro come Personal Trainer, un ambito vicino al mio modo di vivere il corpo. Ho diversi progetti in corso, alcuni dei quali potrebbero portare a nuovi canali, ma preferisco non anticipare troppo. Tra dieci anni vorrei che KLEOS fosse un progetto consolidato, capace di esprimere il proprio potenziale come community artistica, ma ancora in evoluzione. Non voglio arrivare a un punto in cui tutto è già deciso: se continuerà a sorprendermi e avrò ancora qualcosa da esplorare, vorrà dire che sto andando nella direzione giusta. Non ho intenzione di stare ferma.
Manuele Pereira

