“Morte di Danton” di Büchner per Collezione Teatro Einaudi. “Questo è sempre teatro, anche se alla fine ci pugnalano sul serio”

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All’interno della “Collezione di Teatro” (numero 441) di Einaudi spicca “Morte di Danton” (Dantons Tod) di Georg Büchner, un dramma in quattro atti scritto dall’autore tedesco nel 1835. Questa versione vede la preziosa introduzione di Mario Martone e la nuova traduzione di Anita Raja. La pubblicazione è arricchita dal “Ritratto di Danton” (2015) dell’artista Ernesto Tatafiore, che illustra la copertina.

Come accennato, il testo di Büchner, rappresentato per la prima volta nel 1905 a Berlino, è composto da quattro atti ed è ambientato al tempo dei fatti immediatamente successivi alla Rivoluzione Francese, dove cominciava a insediarsi il Regime del Terrore, la cui giustizia era misurata dalla ghigliottina.

Nel primo atto troviamo tre gruppi: i seguaci di Maximilien de Robespierre, il popolo e i partigiani di Georges Jacques Danton, i quali sono amareggiati per quello che è avvenuto alla fine della Rivoluzione, dove una dittatura che sembrava essere stata distrutta aveva lasciato il posto a un’altra, che ora vedeva in Robespierre il suo condottiero. Danton, che era stato il promotore della Rivoluzione di Luglio, prova ad andare a parlare con questo per cercare di trovare una soluzione, ma egli si dimostra freddo, moralista e impassibile davanti alle sue proposte e alla fine della discussione decide di condannare Danton a morte, pensando contro di lui delle false accuse. Nel secondo atto Danton viene imprigionato, certo che la Convenzione non oserà infliggergli la pena, ma purtroppo gli astanti del consiglio, inizialmente contrari, cambiano idea in seguito ai discorsi di Robespierre e Saint-Just, che vogliono la morte del rivoluzionario, infine accolti con larghi applausi. Nel terzo atto, dopo che altri prigionieri hanno discusso sull’esistenza o meno di Dio, Danton si presenta in Tribunale con grande sicurezza, tant’è vero che il popolo accoglie i suoi discorsi con entusiasmo. La seduta viene sospesa, per fare prendere tempo agli accusatori, che cospirano contro Danton, inventando una calunnia che stavolta lo porta a capitolare e a perdere anche il favore popolare. Nel quarto e ultimo atto Danton e gli altri partigiani sono condannati a morte. La moglie del protagonista, Julie, si suicida avvelenandosi, mentre Lucile Desmoulins, la moglie del partigiano Camille, decide anch’essa di morire, visto che, nel momento in cui i condannati sono fatti salire sul patibolo, recita la frase che chiude il dramma: “Viva il Re!”.

La pièce di Büchner, per la quale l’autore s’ispirò a “Unsere Zeit oder geschichtliche Übersicht der merkwürdigsten Ereignisse von 1789-1830” (Il nostro tempo, profilo storico degli eventi storici più significativi tra il 1789 e il 1830) e a “Histoire de la Révolution française de 1789”, è intrisa di un naturalismo sconcertante. Al contrario del suo celebre “Woyzeck”, dove la realtà si mescola al grottesco e dove l’elemento dell’azione è essenziale, qui è soltanto la cruda realtà quella che regna, in un testo dove l’azione è subordinata alla parola, parola intesa come speculazione filosofica sulla vita o intesa come discorso retorico pronunciato in Tribunale. “Sotto l’apparenza del dramma storico ‘Morte di Danton’ nasconde i nervi scoperti della condizione umana, così come sarà rivelata un secolo dopo, nel Novecento, con quella stessa incandescenza, la stessa disillusione, lo stesso urlo soffocato”. Lo scrive Mario Martone nell’introduzione, mettendo luce sul fatto che questo dramma non ci parla soltanto dei postumi della Rivoluzione Francese, ma dell’esistenza stessa, quella esistenza dove non potrà mai esistere una “giusta giustizia”, visto e considerato che gli interessi dell’uno cercheranno sempre di scavalcare quelli dell’altro; quella esistenza in cui esisterà sempre un dittatore e quella stessa frase finale pronunciata da Lucile, “Viva il Re!”, ci fa comprendere come “Tutto cambia, niente cambia”, perché fondamentalmente è l’uomo che rimane e rimarrà sempre lo stesso. Un mondo descritto da Büchner con i termini del gioco teatrale: “Questo è sempre teatro, anche se alla fine ci pugnalano sul serio”, dice il protagonista, con i genitori che portano i bambini alla Piazza della Rivoluzione per fare loro ammirare le esecuzioni come veri e propri spettacoli. Danton si fa così simbolo di vittima di un mondo in cui la massa si adegua ai propri interessi, e quel condottiero che era stato osannato in passato per aver reso possibile il sogno della Rivoluzione, si ritrova infine costretto alla morte a causa degli stessi che l’avevano prima seguito, accompagnato durante l’agonia dai canti rivoluzionari della “Carmagnola” e della “Marsigliese”, canti dei quali adesso il popolo dimentica il vero valore. In questo senso Danton, benché nel suo ateismo, può essere elevato a simbolo cristologico, prendendo su di sé tutte le sofferenze e le debolezze degli uomini per avere lottato a favore delle sue idee e per aver cercato di lasciare alla Francia un Paese migliore, alla faccia di quel Robesbierre che appare solo all’inizio per poi scomparire per tutto il resto del dramma. D’altra parte “Dov’erano Robespierre e Saint-Just durante la Rivoluzione?”, ci si chiede durante il testo. Loro non c’erano, non hanno combattuto come Danton, che non a caso muore mentre Lucile intona le parole di un antico canto religioso, come a identificare che non è l’ateismo a fare di un uomo un essere senza Spirito Santo.

La traduzione di Anita Raja è attenta, moderna, spietata, come i personaggi rappresentati. Vuole stare in linea con il naturalismo – quasi neorealismo – voluto dell’autore e nel suo rispetto non addolcisce il linguaggio e cerca di essere fedele a un lessico duro che a volte sfiora volutamente la volgarità. D’altra parte stiamo parlando del Regime del Terrore, di una delle epoche più sanguinarie alle quali abbiamo assistito in Europa… così anche le parole non potevano essere trattate con delicatezza, ma con l’irriverenza del taglio della ghigliottina.

Di “Collezione di Teatro” (numero 442) Einaudi consiglio anche “Macbeth” di William Shakespeare, nella nuova traduzione di Paolo Bertinetti.

Stefano Duranti Poccetti

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