Tindaro come Eduardo: «A teatro porto in scena lo scontro»

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Trentotto anni, siciliano, una lunga gavetta alle spalle e un debutto importante con Massimo Ranieri. Attore, regista e drammaturgo di successo, Tindaro Granata conserva ancora quell’umiltà che contraddistingue solo i grandi e quel calore della gente del Sud che sa cosa significa partire per inseguire un sogno. La passione per il suo mestiere gliela leggi negli occhi e nel cuore. Dopo Antropolaroid e Invidiatemi come io ho invidiato voi, debutta al Teatro Sybaris di Castrovillari nell’ambito del festival Primavera dei Teatri col suo Geppetto e Geppetto, storia di una coppia gay che decide di avere un figlio ricorrendo alla pratica dell’utero in affitto, e della ribellione di questo moderno Pinocchio collodiano che non è altro che quella di qualsiasi adolescente. Alla vigilia della prima, concede un’intervista. E intanto sogna Eduardo…

 Bentornato, Tindaro. Lo scorso anno ti abbiamo visto a Primavera dei Teatri in veste di docente, ti rivediamo quest’anno in qualità di attore in 32’16’’ diretto da Serena Sinigaglia e di regista, autore e interprete di Geppetto e Geppetto in anteprima nazionale.Quale di questi ruoli senti più congeniale a te e al tuo modo di fare teatro?

Autore, regista e attore sono tre sfaccettature molto diverse del mio mestiere, ma si compenetrano l’un l’altra. Va detto, però, che tutto ciò che è scritto rimane, e tutto ciò che rimane è potente. Poter lasciare qualcosa in eredità agli altri che verranno dopo di te è senz’altro uno dei motivi per cui si sceglie di fare teatro, perciò la scrittura è la parte che preferisco perché più soddisfacente. Fare l’attore, poi, per me è motivo di gioia.

Il lavoro sulle potenzialità espressive della musica sul corpo, che hai condotto lo scorso anno con il laboratorio “Musica in te(atro)”, quali esiti ha prodotto e quali sviluppi avrà? È una ricerca che stai continuando a svolgere e, se sì, come?

La musica è un elemento imprescindibile del mio lavoro, ancor più perché io scrivo solo ascoltando musica. L’obiettivo del laboratorio era quello di spingere i partecipanti a ricercare dentro di sé qualcosa che li rendesse liberi, aiutandoli a tirarlo fuori: questo è ciò che cerco sempre di trasmettere ai miei allievi. Si tratta di un esercizio costante, per me e per loro, di una ricerca che conduco perennemente.

Invidiatemi come io ho invidiato voi affronta il tema molto delicato della pedofilia. Anche Geppetto e Geppetto tratta di un argomento non meno “caldo” e quanto mai dibattuto, specie nell’ultimo periodo, quale quello dell’utero in affitto. Qual è, secondo te, il compito che spetta al teatro in merito a queste tematiche?

Quello di consegnare qualcosa allo spettatore, qualcosa di “indefinito”, che non sia necessariamente un’emozione, ma che possa diventare pensiero, riflessione, e che lo renda “pensatore attivo”. Del resto, per smettere di pensare c’è già la tv! Il teatro riesce in questo intento quando me ne ricordo a distanza di tempo, quando quello che ho visto lo porto con me, dentro di me, assieme a tutta questa riflessione.

Il Matteo di Geppetto e Geppetto a un certo punto arriva quasi a desiderare di non essere mai nato, a chiedersi perché sia stato messo al mondo e fatto crescere all’interno di una famiglia composta da due padri. I dubbi sulla propria diversità e su quella della sua famiglia scaturiscono in lui da un conflitto interiore o dal confronto con una società che considera ancora anormale tale situazione?

Io non credo che l’accettazione da parte della società delle famiglie con genitori gay sia un problema di tipo strettamente culturale, che riguardi l’essere più o meno colti, più o meno istruiti,ma umano. La madre di Tony, che non ha gli strumenti culturali per capire il figlio, alla fine lo comprende e lo aiuta, e lo fa esclusivamente per amore.Non a caso, faccio dire al mio personaggio “se ci sarebbe più amore”: proprio perché non siamo più in grado di riconoscere e di parlare il linguaggio di questo sentimento. Nel caso di Matteo, quindi, si tratta di un dissidio interiore scaturito dal fatto che lui cerca un padre, ed in questa ricerca lo scontro è necessario, imprescindibile per poter andare in profondità. Come accade in Pirandello nei Sei personaggi, o ancor più nella Filumena Marturano di Eduardo. A proposito di Eduardo, ti confesso una cosa: ogni volta che inizio un lavoro, mi dico che vorrei tanto un giorno riuscire a scrivere come lui.

Un’ultima domanda. In un’intervista a Repubblica del 2013, hai dichiarato: «Gli spettatori? Vado nei negozi di scarpe e regalo i biglietti alle commesse. Loro vengono e tornano; così guadagno nuovo pubblico». Lo fai ancora?

Sì, certo! Anche se non ho ancora provato a farlo qui a Castrovillari! (ride). E lo faccio perché tra i vari lavori che ho fatto per mantenermi, c’è anche quello di commesso in un negozio. Pensa che ogni mattina mi sveglio alle 7.30 in punto, perché sono ancora abituato agli orari e ai ritmi di quel periodo. Il mio teatro è rivolto proprio a quelle persone, alla gente comune, che poi non è altro che il 90% di coloro che abitualmente compongono il pubblico.

Chiara Fazio

 

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