Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Lutero: sessuofobo o erotomane?

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Sta per cominciare l’anno di Lutero. Nel 1517 la prima pubblicazione delle “95 tesi” fondamento della Riforma luterana, un’occasione per qualche riflessione approfondita sull’universo protestante. Il saggio nasce del resto da un’esperienza personale. Quando il mio testo “Un mostro di nome Lila” è stato rappresentato in Germania, Belgio, Svizzera e Austria ho constatato una reazione del pubblico totalmente opposta a seconda se la rappresentazione avveniva in un contesto cattolico o in un ambiente “riformato”. Nei paesi cattolici, ad esempio Vienna, il mio testo che concerne il tema dell’Uomo Nero nei sogni delle donne, ha suscitato entusiasmo, mentre nelle città protestanti come Zurigo è stato accolto meno bene. La cosa si è puntualmente  ripetuta: successo a Monaco di Baviera, qualche mugugno della critica nella protestante Berna. Perché questa differenza “ideologica” di trattamento?

 La prima funzione religiosa della storia dell’umanità non è altro che una rappresentazione teatrale. Mi riferisco alle Orge Bacchiche in onore di Dioniso sul cui altare/palcoscenico la funzione del vino e del sangue, del pane e della carne, servono a raggiungere il “culmine del piacere”, il parossismo estatico della visione divina, ove è tutt’altro che escluso il piacere dei sensi. Una forma di erotismo che S. Agostino, sia pur in una visione molto più interiorizzata e spiritualmente depurata, trasferisce sul piano dell’amore verso Dio ed il prossimo (Eros ed Agape). Ecco quindi che in teatro si è manifestata la prima forma conosciuta di religione. Termine, quest’ultimo, che significa appunto “mettere insieme, riunire” in funzione di un rapporto (originariamente teatrale) tra comunità e divinità.

Freud ha fondato la sua teoria della sessualità sul teatro greco di Eschilo e Sofocle: il “complesso di Edipo” deriva infatti dalla teatrologia classica. Va quindi da sé che il teatro rappresenti un ottimo punto di partenza e di riferimento per analizzare la questione che stiamo trattando: la differente percezione dell’eros tra la mentalità cattolico/meridionale e l’etica protestante nell’ambito del cristianesimo.

Senza entrare in argomentazioni che meriterebbero più spazio, è elementare osservare che l’umanità di Cristo rappresenta una forma di riabilitazione della carne e di rivalutazione della sensibilità. Il riscatto del corpo dal peccato originale attraverso la purificazione del battesimo, restituisce alla sessualità e, perché no?, anche all’erotismo (dicevamo prima che l’Eros ha, nel cielo cattolico di S. Agostino, una funzione fondamentale, liturgica nell’Agape) una dimensione “cristiana” ed umana. Il classico esempio della salvazione di Maria Maddalena dalla lapidazione, con la celebre frase pronunciata da Gesù (“scagli la prima pietra chi è senza peccato”) rende manifesta la volontà del Redentore di sottrarre la corporalità alla sfera di Satana: la tentazione della carne non è di per sé motivo di eterna perdizione. Ed aggiungiamo, a scanso di equivoci (perché sull’intervento di Cristo a favore della Maddalena qualche interpretazione un po’ troppo… gesuitica!, ha cercato di minimizzare ricordando che in questo caso il Figlio di Dio potrebbe aver pagato dazio alla sua natura umana) anche Dio Padre si era già biblicamente sbilanciato in proposito di salvazione di prostitute:  “La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa…” (Giosué 6, 17).

A parte la constatazione che i fondamentalisti della Bibbia sembrano aver tralasciato qualche passaggio nella loro lettura sessuofoba, bisogna pure aggiungere che il vero, forse unico peccato mortale condannato da Cristo con estrema veemenza (vedi anche l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio) non rientra nella sfera sessuale, bensí in quella economica: la ricchezza sembra esser l’unico motivo di dannazione eterna. Infatti, per Cristo “è più facile che una fune entri nella cruna di un ago, piuttosto che un ricco in paradiso”” Una frase che non lascia ombra di dubbi, anche se da parte  dei conservatori si fa notare la sottile differenza nelle parole di Gesù tra “difficile” ed “impossibile” che un ricco entri effettivamente in paradiso.

Emulo di Cristo, anche San Francesco, tra amore e ricchezza, optò per un’esistenza interamente dedicata al prossimo. Va da sé che la scelta di povertà e di amore per il prossimo, non senza una venatura di sano erotismo come dimostra l’intesa spirituale con Santa Chiara, fu la molla interiore della decisione di rinunciare ad ogni bene terreno. E’ evidente che questo eros mistico non fosse destinato soltanto all’anima, ma anche all’animale, cioé al corpo, come una forza interiore, – che Freud definirebbe “carica della libido” – capace di rendere possibili fisicamente una serie di prove altrimenti difficili da sopportare. Eros ed Agape: è dunque il trasporto erotico per Dio a sostenere San Francesco e Santa Chiara nella loro fisica dimostrazione di amore (ed eros) cristiano.

Il corpo è dunque in questo caso campo d’azione dell’”eros” divino. Per quanto “fratello” e “sorella” in Dio, San Francesco e Santa Chiara condivisero un sentimento erotico, e poco importa se in questo caso la sessualità possa essersi espressa attraverso l’astinenza o sia stata effettivamente consumata, perché in entrambi i casi essa è presente, viva, condizionante e necessaria alla missione spirituale stessa. La lode francescana a “sorella nostra morte corporale” o a “fratello Sole” rappresentano un inno alla vita e, nella riconoscenza verso il Signore del perpetuarsi del creato, alla sessualità su cui si basa la stessa Natura per rigenerarsi.  San Francesco sintetizza così la sensibilità tardomedievale alle soglie dell’Umanesimo: l’erotismo e la sessualità non pongono insomma, durante il medioevo, questioni irrisolvibili e  particolarmente aspre. Ad affermarlo è uno studioso medievalista come Franco Cardini che in un articolo (Repubblica, 15 marzo 2009) cambia qualche luogo comune su un presunto Medioevo cattolico votato alla castità:

“… lo spettacolo della nudità – aborrito dalla Riforma protestante in poi – era nei secoli di mezzo alquanto comune e consueto.
E allora, il Medioevo mistico, innamorato della Vergine Maria e per il resto tutto onore e gelosia, nel quale circolavano congegni come le cinture di castità? L’amore mistico e spirituale, quello rivolto alla Madonna e passato poi, attraverso trovatori, trovieri e Minnesänger all’amor cortese e al culto della «donna angelicata», costituiva senza dubbio una grande forza spirituale, etica ed estetica. Ma c’era anche ben altro. L’amore fatale, l’amore-passione travolgente e inestinguibile è, secondo un ormai classico studio di Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident (1939), un’invenzione dell’Occidente medievale, i grandi modelli del quale sono uno romanzesco (Tristano e Isotta) e uno storico (Abelardo ed Eloisa)… il Medioevo conosceva bene la lussuria, che Dante tratta come un grave peccato (il più lieve tuttavia tra quelli mortali) e ci mostra condannata nell’Inferno. Ma eccoci al punto: la poesia cavalleresca e più tardi quella lirica e la novellistica, al pari di certe magari dissimulate forme d’arte plastico- figurativa, sono molto meno avare di quel che siamo abituati a pensare di esempi d’amore fisico anche alquanto spinto: al limite, non di rado, di quel che per noi sarebbe l’erotismo se non addirittura la pornografia. Il Medioevo era anche età di società di soli uomini e di donne sole, dove rapporti omosessuali e autoerotismo avevano modo di espandersi. Dietro le stesse tradizioni cavalleresche e monastiche, chiericali e universitarie, si avverte spesso, e nemmeno troppo nascosto, il brivido dell’androginia e dell’eros “alternativo”. Gli stessi cacciatori d’una «repressione della donna» in età medievale avrebbero modo di ricredersi, quanto meno studiando la società aristocratica. In pieno Dodicesimo secolo, corti come quella di Eleonora duchessa d’Aquitania (la madre di Riccardo Cuor di Leone) erano luoghi nei quali si praticava e si teorizzava l’adulterio, mentre più tardi nelle società mercantili l’uso delle more, delle russe e delle circasse tenute come schiave domestiche avrebbe diffuso forme di poligamia pratica e popolato il mondo di bastardi: che sovente avevano anzi un loro ruolo sociale e perfino araldico riconosciuto.

Il Cantico delle Creature di San Francesco, da un lato segna la fine del Medioevo, dall’altro schiude il primo spiraglio dell’Umanesimo e del Rinascimento che a partire dal XIII secolo, fanno dell’erotismo – basti pensare a Boccaccio e alla precedente poesia stilnovista e dell’amor cortese – un motivo esistenziale, oltre che letterario. Dalla Beatrice di Dante alla Laura di Petrarca, dalla Angelica di Ariosto alla Lucrezia di Machiavelli, il Rinascimento fu caratterizzato da una spasmodica ricerca dell’ideale amoroso ed erotico.

Nel corso del Rinascimento, dunque, il problema religioso della ricchezza, condannata da Cristo senza mezze misure, trovò una soluzione: San Francesco, spogliandosi dei beni in maniera definitiva e radicale, indicò comunque una via intermedia alla salvazione, un modello di vita ispirato alla “caritas” cristiana, da un lato, ma attento alla bellezza del Creato dall’altra. Cosí la ricchezza assunse nel corso del Rinascimento una funzione sociale, per esempio col mecenatismo nell’arte che produsse immensi capolavori dello spirito e dell’ingegno umano. San Francesco ebbe cosí il merito di dimostrare – fu lui stesso poeta ‐ come l’opera d’arte, l’opera dello spirito, sia indispensabile al fine di elevare l’animo umano alla comprensione estetica di Dio e delle sue Creature. Ed in questo contesto fortemente sensuale, se non propriamente erotico, quantunque sublimato, ritroviamo l’humus del Rinascimento. Che rappresenta un periodo ideale, lo dice anche Marx, poiché perfino la ricchezza, in virtù della carità e del mecenatismo dell’arte, assume una funzione parzialmente sociale fondata sull’amore: per il prossimo, nelle opere caritatevoli, e per Dio, nell’arte capace di lodarne la magnificenza.

Purtroppo, nei confronti dell’irrisolvibile problema della ricchezza, la Chiesa di Roma perseguì una furbesca strategia di autosostentamento economico: la compravendita dei posti in paradiso tramite il commercio delle assoluzioni e delle indulgenze. La Chiesa assunse una sorta di posizione esattoriale tra Dio e il ricco borghese, al quale offrí una scorciatoia che bypassava il concetto di “opera sociale” (fare il bene e promuovere il bello) del Capitalismo dell’epoca, il tutto per un’operazione di cassa volgare. Il commercio delle indulgenze provocò indubbiamente un progressivo indurimento dello spirito rinascimentale da parte della ricca borghesia d’Oltralpe, del centro e nord Europa, poiché l’uomo facoltoso fu messo in condizione di instaurare con l’Al di là un rapporto puramente fiscale ed economico. A ciò si aggiunse che la pratica ecclesiastica delle indulgenze si configurasse come una dittatura politica della Chiesa, un dominio delle coscienze. Cosí ad un certo punto lo “spirito borghese” alzò la testa per emanciparsi dal senso di colpa della ricchezza, ‐ e dal dominio politico che ne derivava: la Riforma, per dirla con eccesso di sintesi, trasferí il senso di colpa della borghesia dal piano economico a quello sessuale.

Lo spirito della Riforma nacque da questa esigenza di semplificazione e razionalizazione della vita del borghese, che cominciò a percepire il “bello” e la sensualità, elementi tipici dell’arte rinascimentale, come qualcosa – per usare il termine nella sua accezione negativa  di superfluo, quindi peccaminoso.

La Riforma risolse il problema della ricchezza, anche per respingere le sempre più soffocanti pretese della Chiesa di Roma in fatto di indulgenze a pagamento, con un sotterfugio teologico, peraltro non nuovo alla filosofia: la “predestinazione” segnò l’avvento (cfr. Max Weber L’etica protestante e lo spirito del capitalismo) del moderno Capitalismo che trovò una giustificazione teologica sulla base del concetto di Grazia. Con la “predestinazione” la Riforma cercò di risolvere due questioni centrali: l’autonomia dalla Chiesa di Roma e la giustificazione etica e morale della ricchezza! L’uomo “sobrio” uscito dalla Riforma altri non è, in sostanza, che il furbo affarista che si avvale di una morale pseudoreligiosa per giustificare la scarsa eticità della sua condizione patrimoniale. L’unica attenzione che deve porre il borghese è quella di non farsi distrarre da altre bagattelle in questo suo rapporto privilegiato – mi si perdoni l’ironia ‐ con l’ufficio patrimoniale dell’Altissimo che gli dispensa oro e profitti ‐ ma non piaceri erotici.

Naturalmente, in questo contesto socio‐culturale e religioso, la sensualità, la ricerca del piacere e del bello tipica della società rinascimentale, non poteva che venir depressa (da Lutero) e addirittura repressa da altri Riformatori (Zwingli e Calvino, che addirittura istituirono una vera e propria “polizia sessuale”).  La sessualità, intesa come diletto, arte del piacere e quant’altro, non poteva rientrare nel quadro della religiosità della Riforma, tutta ispirata ad un pragmatismo economico e commerciale in cui poco o nessuno spazio poteva trovare l’arte come espressione della sensualità. Cosí, nella Riforma, l’erotismo si configurò sempre più come un elemento che distoglie e confonde il ricco borghese “indaffarato” e impegnato in argomenti più seri, alias il profitto borghese finalmente benedetto dalla Grazia divina. Il fatto che i Ministri del Culto protestanti possano sposarsi ed avere figli, non è tanto espressione di liberalità sessuale, bensí un segno del rigido inquadramento e controllo di ogni pulsione sessuale che, nel cattolicesimo viene mandato assolto con qualche “Ave Maria”, ma che invece nella mentalità protestante è causa di perdizione.

Su questo punto Lutero è categorico quando parla di “mascolinità sessualmente sobria e riservata” cioé non distratta dalla mina vagante dell’erotismo (cfr. Ute Gasse, Kirchgeschichte und Genderforschung: eine Einführung in protestantischer Perspektive, Mohr‐Siebeck, Tübingen 2006, pag. 99). Va pure raccontato che la morale antierotica, ma non ancora sessuofobica, di Lutero incontrò qualche ostacolo: mi riferisco alla confessione alla moglie Katharina, nel 1546, della propria impotenza. Infatti, il padre della Riforma prometterà alla consorte di cercare una cura o uno stimolo qualunque all’arrività. E lo stimolo gli venne dalla pittura di Lucas Cranach d.Ä. (1476‐1553). Il pittore, amico e consigliere di Lutero, oltre a realizzare i famosi ritratti del Riformatore, fu anche grande artista erotico di nudità e corpi sinuosi (vedi ad esempio il dipinto Das Zeitalter del Glückseligkeit conservato allo Städel Museum di Francoforte) che divennero fonte di ispirazione ed eccitazione sessuale per Martin Lutero. Insomma, Lutero sembra suggerire una fruizione sobria della sessualità stimolata da una forma di ricerca stuzzicante, ma non “assordante”, dell’erotismo: tutto deve essere insomma coperto dalla morale religiosa e giustificato dalla funzione dell’uomo nella società. Scrive Walter Schubart (in Religion und Eros, Beck Verlag, München 1944, pag. 142. cfr. anche Max Josef Suda, Die Ethik Martin Luthers Vandenhoeck & Ruprecht Verlag, Göttingen, pag. 164):

L’amore nella devozione della preghiera è sinonimo di una religiosità erotica (e di erotismo), cosí come l’amore fisico è una forma di erotismo religioso (e di religione dell’Eros)… San Paolo e Lutero optavano per la prima forma di religione (e di erotismo).

Tuttavia, il panorama della Riforma è molto vario e non è possibile rendere conto in breve delle differenziazioni, rispetto alla questione “erotica”, dei vari filoni confessionali. Certo è che la più marcata sessuofobia di Calvino e la rigida morale di Zwingli condussero da un lato ad una laicizzazione della sessualità (e del matrimonio), ma dall’altro, con l’istituzione della Magistratura del Matrimonio, si instaurò nelle città riformate, ad esempio Basilea e nella Zurigo di Zwingli, una vera e propria “dittatura” dei costumi e uno stato di polizia nei confronti dell’Eros. Una dittatura che sostituí la ben più lassista politica nei confronti dei reati contro il costume e la morale degli organismi cattolici. Tanto che:

Crebbe la volontà delle istituzioni di potere di ingerirsi nei conflitti interni dei coniugi e di controllare cosí la famiglia come organismo elementare della società (…) Le Chiese riformate svilupparono una politica della morale che mirava a tracciare una netta linea di confine tra comportamenti legittimi ed illegittimi, che criminalizzava in modo sempre più severo tutte le forme di sessualità extramatrimoniale; e cosí concentrava le sue energie nella lotta contro tutto quello che veniva definito come fornicazione, lascivia, scostumatezza (Unzucht). (Susanna Burghartz, Tribunali matrimoniali nell’Europa della Riforma: Svizzera e Germania meridionale, a cura di S. Menchi e D. Quaglioni, Il Mulino, Bologna, 2006, pag. 214).

Non è neppure il caso di dire che, sulla falsariga della politica di Zwingli a Zurigo, a Basilea col riformatore Johannes Oekolampad e ancor di più a Ginevra con Calvino, si determinò una vera e propria repressione dei reati sessuali, il che condusse ad una “fuga dall’eros” nella vita pubblica. Ad Augusta tra il 1537 e il 1546 fu istituito un Magistrato del “Buon Costume”, mentre a Costanza (cfr. Beate Schuster, “Die freien Frauen” Frankfurt a. M. 1995) si seguí l’esempio calvinista di Ginevra:

In sintonia con questo orientamento repressivo della politica del costume e della sessualità… non stava tanto a cuore favorire e consolidare rapporti armoniosi di coppia, ma imporre la concezione di una sessualità ordinata e regolata ed emarginare inesorabilmente tutte le forme di sessualità illegittima (…) Nella seconda metà del Cinquecento si arrivò generalmente a una focalizzazione dell’attenzione delle autorità secolari sulla giurisdizione restrittiva, che si evolse nel senso di una politica della morale progressivamente sempre più repressiva… (S. Burghartz, cit., p. 214).

Sul versante cattolico, la Controriforma cercò di adattarsi alla nuova “forma mentis” sessuofobica della Riforma. Tant’è che, dopo il Concilio di Trento, i “Tribunali Matrimoniali” sorsero pure in città cattoliche come Monaco di Baviera. L’inquisizione e la caccia alle streghe comportarono, alla fine del Cinquecento e per tutto il Seicento, una forma violenta di misoginia: la tentazione erotica fu equiparata ad un’opera diabolica e la donna fu vista come strumento di Satana. Bisognerà aspettare la fine del XIX secolo affinché la ripresa del Culto Mariano porti la Chiesa su diverse posizioni concernenti la spiritualità della donna: un processo definitivamente chiuso solo qualche anno fa con un chiaro intervento sulla natura divina della femminilità di Giovanni Paolo II.

Tuttavia, almeno fino al Concilio di Trento, la Chiesa cattolica non considerò l’espressione della sessualità come fonte di scandalo e offesa a Dio. Il teatro è la cartina di tornasole di questa situazione: infatti nel 1521 debutta con successo una commedia erotica di Machiavelli, “La mandragola” cui fa seguito nel 1525 la rappresentazione – addirittura a Roma – del capolavoro erotico di Pietro Aretino “La cortigiana”. Lo stesso Aretino è poi l’autore dei componimenti pornografici con cui si dilettavano il clero romano e lo stesso papato!

Ecco allora che nel Cristianesimo si apre una diaspora, tra mentalità cattolica e mentalità “riformata”, a proposito della sessualità e della ricchezza, su quale sia il “vero” peccato: quello “originale” (il sesso) o quello “capitale” (economico)? Naturalmente oggi la situazione è cambiata radicalmente: se a Roma ci si scandalizza per la presenza di un “Sexy shop” nel quartiere adiacente a San Pietro, a Zurigo nessuno se la prende se il quartiere a “luci rosse”, la Limmatstrasse nel Niederdorf, si sviluppa sotto le finestre dell’edificio da cui Zwingli guidò la Riforma. Ma si sa, per citare il sociologo svizzero Jean Ziegler (cfr. “Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto”), che l’unica vera sacralità riconosciuta dal protestantesimo radicale è quella del denaro, di fronte al quale anche il sesso peccaminoso passa in secondo piano quando viene utilizzato per fare cassa.

Resta il fatto, in conclusione, che mentre la psicanalisi, come terapia della nevrosi sessuale, non può che nascere in un contesto culturale cattolico, in cui il sacramento della confessione assume un ruolo centrale nella purificazione, invece permane nel back ground dei riformati un certo disagio quando si parla di argomenti che toccano la sfera intima dell’eros.  La mentalità del “Bible belt” – in cui il denaro è pure sacro e l’eros opera del diavolo – nasce proprio da questa forma di puritanesimo protestante. Persino una piéce teatrale che affronta l’argomento dell’inconscio e della sessualità repressa può irritare perché considerata fonte di distrazione da argomenti “più seri”.

Per approfondire (scaricabile free)

Enrico Bernard

LUTERO, UN PATTO CON L’IO
Beat Verlag, Svizzera
scaricabile free dal link
https://www.academia.edu/29808545/LUTERO_UN_PATTO_CON_LIO

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