“ROGUE ONE”: ai margini della speranza

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“Uno spin-off (scritto anche spin off o spinoff) nell’ambito dei mezzi di comunicazione di massa è un’opera derivata sviluppata a partire da un’opera principale, tipicamente un prodotto nato da una serie televisiva, un film o un fumetto, che mantiene l’ambientazione dell’opera originale, ma narra invece storie parallele focalizzando l’attenzione su personaggi diversi, spesso marginali nell’opera di riferimento”. Ci dice “Wikipedia”. Se mi chiedete oggi quale sia il film che interpreta e rende onore nel modo migliore a questa definizione, io sul momento vi risponderei senza ombra di dubbio Rogue One: A Star Wars Story di Gareth Edwards. Dubbi che, in verità, nutrivo fin da quando questo progetto era solo un’idea, prima ancora della sua realizzazione, e anche dopo le prime immagini, il cast (un’avversione verso il visetto tutt’altro che innocente di Felicity Jones, soprattutto), il trailer: pensavo fosse una sola e mera operazione commerciale che avrebbe svilito l’epica di quell’universo al quale ero e sono profondamente legato. Io non avevo speranza. Quest’opera, invece, che si fonda proprio sulla speranza come fiamma che alimenta la rivoluzione è riuscita felicemente a smentirmi. E quanto è bello essere smentiti, nel cinema, nell’arte, ma un po’ in generale. Edwards crea un capitolo a parte, un qualcosa che sta a fianco di, che sta in mezzo a, un’opera derivata sviluppata a partire da, uno spin-off appunto, nel vero senso del termine, ma nel suo senso più compiuto. Ed è cinema crudo e puro, più autentico e meno bizzarro, più fattivo e meno barocco, più scientifico e meno nostalgico, più adulto e meno superficiale, di quello fatto da Abrams in Star Wars VII: Il risveglio della Forza.

Star Wars ha la sua epica, fatta da leggende e da uomini straordinari, fatta da Jedi e spade laser, combattimenti solenni, fatta da destini da adempiere, e miti a cui aspirare: c’è il miglior cavaliere Jedi della Galassia, c’è il miglior pilota della Galassia, c’è il più famoso cacciatore di taglie della Galassia, ci sono principesse, e figli di divinità votati al Lato Oscuro: un immaginario che J.J. Abrams ha saputo tuttavia rispettare, e restituire con Forza. Ma poi c’è il perimetro, tutto ciò che sta a margine di questa epica. Quel contorno fatto da persone umane, normali, le persone della quotidianità, gli sconosciuti. Gli sconfitti. Che diventano eroi per aver alimentato non la grande speranza, quella di dominio pubblico, ma un dettaglio di quella speranza, un pezzo del puzzle, a suo modo fondamentale: come lo sono in questo caso i piani di costruzione della Morte Nera, la micidiale nuova arma dell’Impero Galattico, che tutto sovrasta e tutto rende caduco, infinitesimale, ancora più piccolo e se vogliamo ancora più marginale. Rogue One è quel contorno. Edwards ce lo dice fin dalla prima inquadratura, mostrandoci gli anelli di un pianeta: la sfera e ciò che gli sta intorno. La grandezza e ciò che la racchiude. Ma comunque belli, di una bellezza quasi magnetica. Ed anche il suo film può essere bello, sebbene non ammantato dell’epos degli originali. Può essere bello nella sua imperfezione, nella sua umanità, genuinità, ordinarietà. Edwards prende tutto ciò che sta a margine, quel limite esterno che definisce l’epopea, che ne esalta il valore e la dominanza, e lo mette in primo piano, lo mette a fuoco, lo rende centrale. Ci crea un film intero, gli concede più di due ore di durata.

E così Rogue One diventa un film denso di umanità. E noi comuni esseri umani non possiamo che entrarci e farci coinvolgere, appassionare. Ne siamo parte fin da quando vediamo Mads Mikkelsen nel suo habitat naturale, la natura selvaggia che richiama alla mente il Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn: interpreta qui lo scienziato Galen Erso, la mente principale dietro la Morte Nera, che ha scelto di abbandonare il progetto e dedicarsi ad una vita da eremita in mezzo alla natura con la sua famiglia, una moglie e una figlia: siamo in un mondo naturale e spoglio, piovigginoso. Tutto è a misura d’uomo: e vediamo una bambina, Jyn, la figlia di Galen, non concepita da nessun Midi-chlorian, scappare per mettersi in salvo, e incarnare in quella fuga tutta la speranza di cui la Ribellione ha bisogno, e anche un po’ noi, fan o meno. Tutto è così labile, la missione è un funambolo sopra un filo sottilissimo. Il giovane regista britannico dà modo a questo contorno di trovare una sua bellezza, di scoprire un suo valore, e un senso di esistenza. “Quando sono debole, è allora che sono forte” recita un passo della Bibbia: la compagnia di spie ribelli è costituita oltre che da Jyn (Felicity Jones), dal pilota Cassian Andor (Diego Luna) che riceve ed esegue ordini senza porsi alcun problema, dall’impacciato pilota ribelle Bodhi Rook (Riz Ahmed), messaggero per conto di Galen, dal cieco Chirrut Imwe (Donnie Yen), guidato dalla Forza, e la sua spalla Baze Malbus (Wen Jiang), K (Alan Tudyk), un robot imperiale riprogrammato. Una vera “suicide squad”, non quella ridicola imbastita da David Ayer. La speranza come testimone di una staffetta passa dalle loro semplici, comuni, e difettose mani.

Allo stesso modo quest’opera-appendice è un film obliquo, sporco, polveroso, ma concreto, maschio. Un film di guerra robusto, senza sbavature di sceneggiatura, di montaggio, arrangiato con una colonna sonora tenuta saldamente da Michael Giacchino a creare un tramite tra la tradizione e la novità, per non farci sentire troppo spaesati, ma sempre a casa. Edwards fa quello che Abrams non è riuscito a fare: riportare Star Wars alla sua dimensione originale, là dove tutto era nato, senza troppi soldi, senza grandi borie o aspettative, tra il deserto di Tatooine, e racconti di vecchi Jedi. Per questo è il ponte perfetto per il primo episodio uscito nel lontano ’77 (il quarto in ordine narrativo). Come i suoi personaggi, Rogue One è uno sconfitto. Per questo ti appassiona, per questo ti assomiglia, per questo ti avvicini a lui e ai suoi personaggi. È la base dell’epicità, è l’ordinario che diventa straordinario. Così anche il recupero di un file dati si carica di importanza, un dettaglio racchiude la speranza, edifica un ponte con la storia e crea il Mito. L’epica, la grandezza, l’eccezionalità, partono da qui, dall’essere semplicemente umani, da un amore racchiuso in un dolce nomignolo come “Stellina”, da gesti apparentemente insignificanti che compongono un sogno più vasto, da sacrifici nascosti di persone comuni.

Voto 8 su 10

Simone Santi Amantini

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