Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

“Sing”, il sogno che nasce in un teatro dismesso

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Il 2017 si apre con una di quelle fiabe a colori ed animate, scoppiettanti, ma riflessive, che dovrebbero presidiare più spesso le sale cinematografiche: parliamo di Sing, il film d’animazione di Garth Jennings, prodotto da Illumination Entertainment (quella dei Minions, per intenderci). La storia si svolge essenzialmente dentro un teatro fatiscente e in declino, come il suo proprietario, un koala di nome Buster Moon, sull’orlo del fallimento. Indice perciò un concorso canoro, con ricco premio, palesemente sbagliato, che fa accorrere al teatro un numero ingente di partecipanti. Su quel palco sale un ricettacolo di personaggi variegati e variopinti, con fattezze animalesche, ognuno con il suo carattere e caratteristiche peculiari, ad incarnare anche “tipi” canonici di questo genere di racconti, e con la propria vita così presente, talvolta opprimente o indesiderata, a generare dosi cospicue di sacrificio. E accomunati dallo stesso sogno: la musica, cantata o ballata. Lo spettacolo. Così la maialina Rosita è una madre efficientissima ma stressata con a carico 25 figli, Johnny è il figlio di un gorilla capo di una banda di rapinatori che ha aspirazioni da cantante e vive perciò in dissidio con il padre; Ash, un istrice, abbandonata dal fidanzato quando la scelta di Moon è ricaduta solo su di lei, Mike un topolino bianco sfrontato e appariscente; infine Meena, un’elefantessa dalla voce potentissima, ma troppo timida. Per non dimenticarsi dell’incarnazione vera e proprio dello spettacolo, che è Gunter, un maiale che sprigiona energia da ogni poro, parla con un accento tedesco da cadenza comica, e fa coppia con Rosita.

https://www.youtube.com/watch?v=Y7uGHY-t80I

Sing è a tutti gli effetti una festa ed assicura un intrattenimento mai ricattatorio, ma bensì solido e consapevole, misurato ed equilibrato nei tempi, tra momenti interlocutori e vere e proprie esplosioni. Dietro questa confezione luccicante ed appassionante allestita su risate assicurate a ripetizione, il film di Jennings nasconde un temperamento forte evidenziato da un lato nei tanti generi che costruisce intorno ad ogni personaggio (pensiamo al noir di Mike, per esempio, ma anche al poliziesco di Johnny), dall’altro lato nelle sottotrame e i vari sottotesti che non intendono appesantire lo spettacolo, che resta di fatto la principale e primaria chiave di lettura, ma renderlo semplicemente, e necessariamente, più maturo. Così tra le dinamiche familiari, tra i vari caratteri e situazioni (anche sentimentali) dei personaggi, elementi stereotipati come compete ad un cartoon, ma nei quali ci si può più o meno rivedere e rivalutare, emerge l’idea di concepire l’atto creativo come qualcosa di condiviso e collettivo, non solitario, frutto di unione e volontà; l’idea di ripartire dai propri talenti, che è il minimo, ma l’indispensabile, e dalla loro commistione e conseguente condivisione, anche con un pubblico; l’idea di perseguire i propri sogni dentro le proprie vite, di affrontare se stessi quotidianamente alla ricerca di quello spazio di autonomia per liberare quella passione, che alimenta quei sogni, e che ci rende completamente noi stessi, veri ed autentici, tanto da stupire anche chi ci conosce (o dovrebbe conoscerci) meglio.

Il tutto con l’unico scopo dell’arte, di un teatro edificato sui sacrifici che per forza di cose deve ritornare in piedi, e allestire altre feste, altri divertissement, per le persone: perché l’arte, è in fondo, un atto di solidarietà.

Simone Santi Amantini

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