Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Don Giovanni a gocce all’Opera di Vienna

Data:

Allo Staatsoper Wien (Opera di Vienna), fino al 9 marzo 2017

Quando pronunci Verdi, sai già che stai facendo appello al più elevato senso del patriottismo. Per il compositore di Busseto – musica e politica – erano soprattutto rispetto delle regole, che poi si trasformavano in rispetto per la società e il contesto in cui si viveva, non senza contraddizioni e sacrifici.

Ma quando il riferimento si sposta a Mozart, chi si sacrifica veramente è il lettore, interprete, sceneggiatore o medium che si trova di fronte ad un fatto compiuto alla velocità della luce e che diventa principio dinamico per una serie di situazioni parallele che chiedono di essere gestite con la massima delicatezza, prestando attenzione ad ogni forza inerziale.

Verdi è amore vero, profondo e sincero. Mozart è seduzione, rischio e gioco – ma nonostante ciò, sprona a essere presenti e coscienti in ogni momento. Le sue pretese non sono solo un capriccio di carattere infantile, ma una metafora artistica in cui si cela la volontà inconscia di essere seguito e capito l’intento di elevazione morale, sociale e soprattutto musicale.

A partire da questi presupposti, la messa in opera di “Don Giovanni” al Staatsoper Wien, ha dato vita ad una presentazione parabolica dal vertice tra primo e secondo quadrante, ma soprattutto dove la professionalità degli elementi era ben misurata per offrire al pubblico viennese una visione reale della situazione storica e una presentazione tangibile dell’appartenenza sociale dei vari personaggi.

La regia firmata da Jean-Louis Martinoty è stata particolarmente criticata dando origine a modeste conclusioni sulla scelta stilistica. Tuttavia, prestando attenzione allo sviluppo generale della scenografia e al design dei costumi, si può dedurre una certa coerenza nella scelta della presentazione nel complesso, appoggiata e valorizzata abbondantemente dall’eccellenza vocale di tutti i cantanti e da una filarmonica d’archi di gran lusso diretta da Sir Adam Fischer.

Ciò che “colpisce visivamente” il pubblico – sin da subito – è l’ambientazione dove viene narrata la storia. Adam Plachetka – nonché Don Giovanni – entra in scena con Leporello – Jongmin Park – e lo si riconosce più per la voce corposa che per l’abbigliamento da pirata assegnatoli dall’olandese Yan Tax. Atteggiamento spavaldo e voci calibrate per tutti e due gli avventurieri spagnoli che sembrano muoversi dentro cornici costruite da Italo Calvino nel suo capolavoro “Le città invisibili”.

Interessante la scelta di direzione degli archi da parte del maestro Maestro Fischer, che a differenza degli “operatori visivi”, ha deciso di regalare alla audience una concertazione armonica che sembrava servisse da lubrificante per ammorbidire gli aspri cambioscena, il numero delle donne, le nazionalità messe al bando e ricalcate dettagliatamente e abbondantemente dal personaggio principale dell’opera.

Seguendo il filo logico del direttore d’orchestra e conservando la nobiltà propria del personaggio e dell’interprete, entra in scena con tessuti pregiati il Commendatore – Dan Paul Dumitrescu – che sfida a duello il libertino per la tentata violenza nei confronti della figlia, Donna Anna, interpretata dalla potente voce di Caroline Wenborne, ma da cui ne esce sfortunatamente vittima.

A confortare la sventurata dal doppio colpo, subentra Don Ottavio – Saimir Pirgu – che promette vendetta per il disonore subito dall’amata. La voce indiscutibilmente limpida del tenore, in questo cast, è apparsa volontariamente contenuta e proiettata  al pubblico con estrema moderazione quasi volesse essere un dignitoso invito a calarsi e piegarsi alla tragedia appena consumata a spese della nobiltà, senza perdere però il carattere protettivo del personaggio.

A quest’ultimo, subentrano con irruenza,  carisma e cambio d’abito Don Giovanni e una “vecchia gentil conquista” , Donna Elvira – Olga Bezsmertna – che tra un “ah chi mi dice mai” e un “m’ingannò, mi tradì” va cercando disperatamente il libertino ma che puntualmente viene scaricata su Leporello, che per l’ennesima volta cerca di giustificarlo con frasi surrogate e noti cataloghi, mentre egli si accinge alla vita di Masetto – Igor Onishchenko – e la esile Zerlina – Valentina Naforniță – con un “La ci darem la mano” dopo avere spedito in neosposo a casa. Elegante la voce della cantante moldava che ha cercato di raffinare il personaggio tipicamente contadino di Zerlina, tradita però da un abbigliamento leggerissimo e sintetico alla pari di tutti quelli che appartenevano alla stessa scala sociale.

Infatti, ciò che cattura l’attenzione durante tutto il percorso è il gioco delle luci, le chiare scelte di abbigliamento che rimangono invariate per quasi tutti i personaggi fuorché per Don Giovanni – che ad un certo punto sembra essere elevato di grado in terra Francese (senza spostarsi di una virgola dal suo carattere intrinseco) – e per Don Ottavio che cerca, con perseveranza e costanza, il miglioramento di una situazione segnata dall’ombra dell’adescatore. Pirgu, particolarmente maturo sotto l’aspetto tecnico-scenico, sempre sotto luce e con colori vocali che si armonizzavano con il contesto. A differenza delle altre produzioni sembrava nobilitarsi ad ogni cambio abito e raggiungendo il picco virtuosistico con “Il mio tesoro intanto” e lasciando spazio all’animo combattuto di Donna Elvira, indecisa se amare lo sciagurato o vendicarsi durante il secondo atto. Decide di chiedere il pentimento dell’uomo amato, ma a differenza di Donna Anna che sarà protetta, la nobildonna sedotta da Don Giovanni verrà solo derisa perché quest’ultimo non sarà in grado di cedere alla sua natura nemmeno di fronte alla mano gelida del convitato che, in extremis, lo getterà tra le fiamme dell’inferno, liberando tutti gli altri dall’ingiustizia subita.

Viola Banaj

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