“Fassbinder l’Étranger”. “Nella nostra società non c’è nessuno che non sia malato di mente”

Data:

Teatro Linguaggicreativi di Milano, 10,11,12,17,18,19 marzo 2017

Non c’è speranza alla follia, non c’è speranza che l’uomo cambi, il suo istinto lo indirizzerà sempre verso il male, nonostante si sforzi per il contrario.  E’ questo che emerge dallo spettacolo “Fassbinder l’Étranger” che porta la regia di Paolo Trotti nella nuova produzione in anteprima del Teatro Linguaggicreativi, e che si ispira al testo “Pre-Paradise, Sorry Now” dell’Autore tedesco che ricordiamo per la sua vita prolifica, piena di eccessi, anticonvenzionale, come è stata tutta la sua produzione artistica. E anche questo testo del 1969 non è da meno, e quell’utopica speranza di cui accennavo, rimane inesaudita, perché Fassbinder, attraverso le aberranti gesta di Ian Brady e Myra Hindley, vissuti in Gran Bretagna negli anni sessanta,  e soprannominati “Gli Assassini delle brughiera”, arriva a toccare la follia collettiva, dichiarando che “nella nostra società non c’è nessuno che non sia malato di mente”. Un’ affermazione molto forte, provocatoria e non del tutto errata. Sicuramente Fassbinder ironizzava  prima di tutto di sé, consapevole tuttavia di essere riuscito a sublimare la parte nera della sua anima attraverso la creazione intellettuale, lasciandole però la rivincita  a suo personale discapito. Egli infatti morì di un’ overdose di cocaina e sonniferi a soli trentasette anni.

Se allarghiamo quel piccolo microcosmo in cui sono cresciuti e vissuti i due omicidi, dove il potere di un individuo si fa così forte da manipolare scelte, pensieri, comportamenti di un suo simile, ne viene fuori un’intera nazione sottomessa alla follia di un dittatore sanguinario, il cui scopo è però comandare il mondo intero, in un escalation di guerre, stermini, campi di concentramento. Perché violenza chiama violenza, e la follia è perennemente  in cerca di vittime, assolutamente sorda e cieca, fuorché al suo terrificante bisogno di distruggere, alla fine, anche se stessa.

I personaggi,  lei bambola a volte fredda, altre sensuale, lui un bravo ragazzo apparentemente scanzonato si muovono all’interno di una specie di cabaret, di un film espressionista, commettendo con ironia e leggerezza perversioni e crudeltà, eccitati dalla lettura del Mein Kampf o di de Sade, vivendo però da persone normali la quotidianità, discutendo come scegliere il colore delle tende per la loro casa o se è stato pagato l’affitto.

Sono talmente carini e belli che non possiamo non partecipare per loro, ci sono simpatici, cantano e ballano bene, si divertono, sono solo un po’ trasgressivi e perversi ma chi non vorrebbe buttare giù a calci chi ci occupa il letto senza essere stato invitato, eliminare chi respira la nostra stessa aria sottraendola a noi, chi non vorrebbe ripulire il mondo da barboni, malati, handicappati, criminali, mafiosi, politici corrotti magari per generare una nuova razza superiore? Chi non vorrebbe dare sfogo ai propri istinti senza sensi di colpa, chi non vorrebbe eccitarsi con il Potere? Chi non vorrebbe scoparsi la madre o il padre? Chi non ha sognato almeno una volta di ammazzare, di tradire, di rubare?

“nella nostra società non c’è nessuno che non sia malato di mente”. Frase che ricorre durante lo spettacolo, a grandi lettere come un monito per dire che il male è dentro ognuno di noi, non siamo candide pecorelle, crediamo a chi ci illude, a chi ci promette, a chi ci carezza e poi ci picchia, a chi ci dice di amarci e poi ci uccide, a chi vuole pulire il sangue spargendo altro sangue. Siamo complici, siamo vittime, siamo degli illusi, siamo figli di Dio, quel “monstre”, come lo chiamava “simpaticamente” de Sade.  Il compito dell’artista è cercare di sublimare non solo la sua di follia ma anche la nostra di spettatori, facendoci riflettere, pensare, divertire con intelligenza, progredire.

Siamo dei mostri con qualche intervallo di integrità. Tutti.

Trotti ci ha abituato a portare in scena testi originali, nascosti, quasi  borderline con il cinema, le sue regie sono mosse come un movie, la musica è sempre cool, che sia rock, che sia jazz, oppure ossessiva e inquietante, gli piace sfidare gli spettatori, crede in quello che fa, e i suoi attori anche. Avrebbe potuto fare uno spettacolo molto più spinto, più dirompente, più alla Fassbinder, invece ha scelto più leggerezza, ha preferito ritualizzare la violenza, ha lasciato spazio alla nostra immaginazione, ne ha fatto un gioco di bambini per niente innocenti.

Se volesse cambiare rotta, se volesse esplorare anche l’altra parte, noi ci saremo.

Daria D.

FASSBINDER L’ÉTRANGER
di Paolo Trotti
Con Stefano Annoni, Federica Gelosa e Marialice Tagliavini
Elaborazioni sonore Antonello Antinolfi
Regia Paolo Trotti
Produzione Teatro Linguaggicreativi
PRIMA NAZIONALE

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