ALIEN COVENANT: non ricercate le memorabilie dell’originale, ma piuttosto le coordinate di un cinema ben fatto

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Già quando uscì Prometheus nel 2012 ci fu un gran giro di accuse in merito alla sua poca attinenza all’Alien originale di Scott, o all’immaginario che quel film e i primi sequel crearono in poco meno di 20 anni. Come se fosse possibile lasciare nuovamente un’impronta tanto profonda, tanto destabilizzante nel panorama della Settima Arte. O ritrovare quelle sensazioni, quelle folgorazioni, riprovare quelle inquietudini e smarrimenti (anche per tanta purezza ed essenza cinematografica) che l’Alien del 1979 riuscì a mettere in gioco, tutte quante, tutte insieme. Non si può. Ma Ridley Scott fa il possibile per non tradire quella creazione, per non ridicolizzarla, per cercare quanto meno di mantenerne l’aura trasmissiva e tutta la fascinazione. Ci riesce, e forse anche troppo: il limite maggiore di questo ultimo capitolo della saga, Alien Covenant, è proprio quello di non riuscire a staccarsi da tutti i cliché della serie, risultando a conti fatti un film di una pregevole fattura, come lo era Prometheus, ma poco incline al rinnovamento, poco originale, poco plasmatico, o metamorfico.

Alien Covenant ci racconta il dopo Prometheus, di cosa ne è stata della navicella della dottoressa Elizabeth Shaw e del robot David, diretta verso un pianeta sconosciuto. Ritroveremo lui, David, interpretato da Michael Fassbender, cyborg creatore, anello di congiunzione fondamentale nella storia e nella narrazione. C’è un nuovo equipaggio, e una nuova nave spaziale, la Covenant appunto. C’è una missione di ripopolamento da attuare, ci sono decisioni da prendere, mondi da esplorare, minacce da affrontare: infezioni, mostri alieni, e sangue, molto sangue. C’è lei, la donna, questa volta si chiama Daniel, è il comandante in seconda, ha il viso semplice e innocente dell’attrice Katherine Waterston (quella di Vizio di forma di PTA, per intenderci), e lo spirito combattivo alla Ellen Ripley e derivate: è cazzuta, ma non trascinante come le sue predecessori. Il film di Ridley Scott resta di fatto aggrappato come un “facehugger” alieno ai cardini e alle citazioni dell’immaginario d’origine, non riesce a scartarsi, impantanandosi così in qualche meccanismo di scrittura non funzionante, in sequenze poco incisive, e colpi di scena ben preparati ma arcinoti, proprio perché legati a tutto un modo di concepire quel mondo sempre medesimo. L’opera prosegue anche un discorso filosofico/tematico sul principio della “creazione”, riuscendo in parte ad approfondirlo, a renderlo più oscuro, e costituente fondamentale per gli sviluppi narrativi della vicenda.

In ogni caso, non si può negare l’abilità, che è un misto di mestiere e visionarietà, con la quale Scott si muove dentro questa materia, riuscendo con il cinema e solo il cinema, i codici propri del suo linguaggio e dei suoi generi, a donare a Alien Covenant il solito impeccabile abito: proporzionato, mai fuori gli schemi, calibrato in ogni inquadratura, pulito e bello. Visivamente efficace. Basta un campo/controcampo di un qualsiasi dialogo, per far staccare questo prodotto da tanta roba di fantascienza, poco identificabile e men che meno lodevole, che spopola oggi nelle sale cinematografiche.

Simone Santi Amantini

Voto 6 su 10

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