L’esigenza di verità di un Misantropo incallito

Data:

Al Teatro Verga di Catania, fino al 14 maggio 2017

La sala Verga ospiterà fino al 14 maggio 2017 Il misantropo di Molière, una nuova produzione firmata dal teatro Stabile di Catania. L’opera teatrale dello scrittore francese, originariamente in cinque atti, è divisa in due parti da Giovanni Anfuso, il quale oltre a siglarne la regia ha riadattato per l’occasione anche il testo.

Collocata in una dimensione temporale di non facile individuazione, la quale non può essere desunta neanche dalla scenografia e dai costumi, la messa in scena mostra un’opera a metà tra la commedia e il dramma nel quale si offre lo spaccato di una società dove, tra ricchi signori e dame annoiate, prevalgono l’ipocrisia e il falso perbenismo. Solo il nostro protagonista, Alceste (Rosario Minardi), sembra non lasciarsi trascinare in queste dinamiche scontando a caro prezzo un atteggiamento intransigente che tuttavia sembra svanire di fronte al fascino dell’amata Célimène (Giovanna Di Rauso), la quale con il suo charme incanta gli spasimanti che affollano la casa suscitando la gelosia dell’innamorato.

Alceste, il misantropo per l’appunto, con questa sua ossessiva smania di verità ad ogni costo finirà da solo, anche se ciò che prevale alla fine della pièce sarà un atteggiamento inflessibile e autoritario, rivelatore di un amante dal sentimento spietato.

_MG_9075Un finale dolceamaro che mostra come la capacità di essere diplomatici e di buon cuore possa spalancare le porte dell’amore, come accade tra Philinte (Sebastiano Tringali), i cui modi sono certamente più garbati di quelli dell’amico Alceste, ed Èliante (Luana Toscano), la quale dopo aver cercato a lungo le attenzioni di quest’ultimo alla fine cederà al corteggiamento del gentiluomo; mentre al personaggio eponimo non rimarrà che la solitudine con la quale si è allontanato dal mondo.

La scelta di arricchire il testo di francesismi, probabilmente per ingentilire alcune meschinità dichiarate dai personaggi, alla fine non fa altro che appesantire l’insieme rendendo il testo sovraccarico.

La mancanza di omogeneità temporale è un elemento da non sottovalutare, sebbene nell’opera si faccia riferimento a un passato lontano, non a caso si parla di sonetto e carrozza, non c’è alcun riscontro classico nello spazio scenico dove più cose rimandano a un ambiente recente.

La scenografia firmata da Alessandro Chiti è composta da grandi stampe iconografiche che rappresentano la circostanza in cui la scena si sviluppa, ecco allora campeggiare nella stanza di Alceste una tela raffigurante un uomo solitario mentre in quella di Célimène è collocato un quadro con il volto di una donna sensuale, è poi possibile vederne altri nella sala da pranzo e in quello da ballo. Se i colori sono decisi, meno lo sono i contorni tanto che i volti appaiono sempre sfocati.  Certamente rispetto all’arredamento basilare usato nelle precedenti scene la scelta di collocare il tavolo da pranzo, riccamente imbandito, su una pedana che avanza in proscenio all’apertura del sipario ha un effetto sontuoso.

Le stesse perplessità che abbiamo sulla scena, si presentano per i costumi realizzati da Riccardo Cappello, non tanto per la foggia ricca e curata, quanto per la scelta di mettere insieme degli stili diversi che poco si coniugano tra loro. È facile quindi che accanto all’abito giacca e pantalone slim fit, il sottogiacca e la sciarpa verde al collo di Alceste, estremamente alla moda, si ritrovi un abito dal lontano sapore ottocentesco come la giacca lunga verde in un tessuto a stampa e la cravatta a fiocco portati da Oronte (Giovanni Argante). Il resto dei protagonisti maschili indossa abiti sfarzosi di Carlo Pignatelli, arricchiti di dettagli come bottoni gioiello e spille. Alquanto particolare è la scelta di vestire le donne con tailleur gonna e con giacche che riprendono il modello dei tight maschili; dalla tonalità verde cangiante quello in taffetà e velluto indossato dalla Di Rauso, senza dimenticare il meno impegnativo completo grigio chiaro del secondo atto, mentre una gonna verde oliva arricchita da inserti in pizzo e corredata da un elegante turbante è la mise scelta per la Toscano. Per rimanere poi in linea con l’austerità di Arsinoé, Barbara Gallo viene avvolta in un panta-palazzo in tessuto jersey con una giacca in velluto ornata da inserti lucenti ed ondulata sul fondo, tutto rigorosamente nero, mentre al collo porta un crocefisso e una veletta le adorna i capelli raccolti. Certamente costumi sopra le righe, forse oltre misura, che celano comunque grande maestria e creatività, basti pensare alla divisa da cameriera di Basque (Eleonora Sicurella), un abito in taffetà realizzato con rombi verdi, blu e neri, mentre i polsini e il grembiule sono beige con righe sottili.

_MG_9089Sebastiano Tringale, il quale spesso accompagna la parola con il gesto, senza essere mai eccessivo e anzi enfatizzandone il contenuto, e Luana Toscano, misurata nei toni e leggera negli accenti, hanno catalizzato l’attenzione senza offuscare il rimante cast d’attori, i quali si sono rivelati all’altezza del compito. La Gallo interpreta magnificamente la falsa moralista che in fondo smania d’amore, Davide Sbrogiò e Angelo D’Agosta sono delle simpatiche canaglie pronte a tutto pur di conquistare il cuore di Célimène e infine Giovanni Argante le cui qualità di poeta convincono poco Alceste, tanto da innescare una serie di azioni chiave per la trama. Una menzione a parte merita la giovane Eleonora Sicurella, la quale al suo esordio sulle scene è riuscita a dare il giusto slancio a Basque, fedele cameriera di Célimène, rendendola con moderazione un personaggio frizzante.

Purtroppo per quanto riguarda i due protagonisti, la Di Rauso e Minardi, nonostante le loro innegabili qualità, non sono riusciti del tutto a tratteggiare né alcuni aspetti dei loro personaggi né tanto meno alcune dinamiche di coppia. E’ indubbio che un allestimento più attento avrebbe sicuramente facilitato lo scopo; Anfuso nelle note di regia parla del ritratto di un malato, aspetto che calca quando Alceste si trova nella sua camera e in maniera quasi forzata assume delle pillole ma che nel resto dello spettacolo si perde; sarebbe risultato più interessante invece sottolineare la dipendenza e l’annullamento che si innesca all’interno di una relazione poco sana, come di fatto è quella tra Alceste e Célimène. L’uomo non è solo un geloso patologico ma nel finale impone alla donna, che lui dice di amare, di rinunciare alla sua vita per isolarsi dal mondo insieme a lui.

L’impressione è che sia stata messa molta carne al fuoco senza poi, di fatto, focalizzare l’attenzione su un tema specifico.

Si riscontrano altresì diverse sporcature nella direzione, è poco chiara, ad esempio, la scelta di presentare Célimène a seno nudo visto che, subito dopo, quando si alza per andare verso l’amante infila una vestaglia che le rimane addosso anche durante la scena dell’amplesso, quasi a volersi nascondere dallo sguardo dello spettatore. Di certo non vogliamo credere che sia stato un modo per stupire e forse anche un po’ scandalizzare il pubblico, fatto sta che la scena risulta artificiosa.

Anche la scelta di farli danzare su una musica che ricorda un tango ci sembra un riempitivo, così come ha una spiegazione poco logica la scena nella quale la Di Rauso non trovando la gonna chiede alla cameriera di cercarla per poi iniziare a vestirsi solo quando le sarà lanciata da dietro una quinta.

Nonostante l’entusiasmo del pubblico e la bravura degli attori la messa in scena regge su fondamenta fragili, è il caso di dire un’occasione mancata.

Laura Cavallaro

Foto Antonio Parrinello
Il Misantropo
di Molière
adattamento e regia Giovanni Anfuso
scene Alessandro Chiti
costumi Riccardo Cappello
musiche Nello Toscano
coreografia Amalia Borsellino
luci Salvo Orlando
assistente alla regista Agnese Failla
con
Rosario Minardi – Alceste, innamorato di Célimène
Sebastiano Tringali – Philinte, amico di Alceste
Giovanni Argante – Oronte, innamorato di Célimène
Giovanna Di Rauso – Célimène, innamorata di Alceste
Luana Toscano – Éliante, cugina di Célimène
Barbara Gallo – Arsinoé amica di Célimène
Angelo D’Agosta – Acaste, marchese
Davide Sbrogiò – Clitandre, marchese
Daniele Bruno – Vadius, amico di Célimène
Giovanna Chiara Pasini – Armande, amica di Célimène
Eleonora Sicurella – Basque, serva di Célimène
Edoardo Monteforte e Giuseppe Aiello (Due guardie e due servi)
produzione Teatro Stabile di Catania
Teatro Verga, dal 5 al 14 maggio 2017

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