Elena Rossi ed Enrique Ferrer sono i protagonisti della “Tosca” di Renzo Giacchieri. Al Teatro antico di Catania va in scena il melodramma del compositore lucchese

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È tradizionale, classica la regia che Renzo Giacchieri ha firmato per la “Tosca” prodotta in estiva dal Massimo Bellini di Catania e andata in scena al Teatro antico per tre repliche (28-30 luglio, 1 agosto). Così come prevede il libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, ispirato all’omonimo dramma di Victorien Sardou, la messa in scena è ambientata a Roma durante la primavera del 1800 in seguito alla caduta della Repubblica.

Giacchieri ha concepito l’azione in modo che al centro di tutto ci fosse la tormentata passione della coppia Cavaradossi-Tosca (Enrique Ferrer ed Elena Rossi), e l’ha fatto al meglio grazie all’eccezionale bravura attorale dei due interpreti, i quali sono riusciti a ricreare emozioni autentiche arricchendo di veridicità la trama. L’aspetto politico, più che quello religioso che in qualche modo viene fuori nella prima parte, rimane sullo sfondo e mantiene contorni piuttosto sfumati.

La scorrevolezza del racconto s’infrange durante il secondo atto quando l’azione si sposta su Tosca e Scarpia (Lucian Petrean). Nei primi istanti in cui era apparso sul palco, Scarpia, aveva lasciato presagire l’intervento di una figura tetra, ma alla fine a sorreggerne crudeltà e freddezza sarà solo la drammaticità della musica. Il fatto che il baritono abbia reso l’espressione di difficile comprensione per l’ascoltatore e che sulla scena fosse come disorientato, con lo sguardo fisso verso il podio, ha dilatato il tempo della narrazione e ha fatto perdere la tensione emotiva del momento.

Non è da sottovalutare l’elemento della credibilità recitativa, immaginate come può essere sterile un bravo esecutore che manca del lato interpretativo, certo, l’optimum sarebbe un interprete a tuttotondo, ma senza remora alcuna possiamo affermare che, nonostante l’estensione vocale limitata, Ferrer abbia tratteggiato un buon Cavaradossi, amante appassionato e uomo corretto. Più a suo agio nel registro centrale che in quello acuto, dove le note non erano perfettamente sostenute, il tenore madrileno ha prestato un’attenzione particolare agli accenti e al fraseggio, sfoggiando una dizione irreprensibile, un aspetto che ha condiviso con la Rossi. Il soprano è elegante nei recitativi e nell’esecuzione delle arie, leggera negli acuti così come nei vibrati sostenuti da una buona emissione. Ha inoltre riassunto alla perfezione alcuni aspetti caratteriali di Tosca, figura di temperamento, possessiva all’inverosimile, bisbetica come solo una primadonna sa essere e al contempo scaltra e intelligente, disposta a tutto pur di proteggere il suo innamorato.

Francesco Palmieri, che ha vestito i panni di Cesare Angelotti, ha maturato una performance deludente con un risultato lontano dalla perfezione, nella quale il suono era affannato e sgradevole specialmente nelle note acute.

Vocalità sonora e presenza scenica accattivante hanno caratterizzato lo Spoletta di Aldo Orsolini, mentre il sagrestano e lo Sciarrone di Alessandro Vargetto sono stati segnati da una prestazione altalenante dettata da un volume scarso di voce, per cui in molti punti il basso era coperto dall’orchestra, e da una prova nel complesso discreta. Fra gli altri interpreti troviamo ancora Mario Sapienza nelle vesti del carceriere e le voci bianche di Marta Consoli e Giuliana Marletta che si sono alternate in quella di un pastore.

L’energica direzione d’orchestra del maestro Valerio Galli ha messo in risaltato il connubio fra drammaticità e delicatezza presente in alcuni passaggi della composizione pucciniana, donando solidità all’intero contesto. Se l’aspetto lirico è venuto fuori dalle romanze“Recondita armonia”, “Vissi d’arte”, “E lucevan le stelle”, l’atmosfera inquieta e dissonante era percepibile nel tema di Scarpia, nell’andante sostenuto del secondo atto, quando il disegno maligno del barone prende forma, e negli accordi crudi del dialogo tra Scarpia e Tosca, puntellato dalle parole “a donna bella non mi vendo a prezzo di moneta”, con il quale non lascia dubbio alcuno in merito alle sue intenzioni.

Nei tre atti erano facilmente ravvisabili la chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo, con una scenografia ricca di dettagli e attrezzeria che sfruttava come sfondo le mura degli edifici e sui quali Giacchieri, anche autore delle scene e dei costumi, ha proiettato tre sfondi diversi. Peccato per l’effetto poco seducente, poiché il muro in fondo era coperto da edera rampicante da una parte e finestre dall’altra, per cui le immagini apparivano sconnesse.

Il risultato migliore in assoluto l’ha raggiunto con i costumi, specialmente con quelli indossati dalla protagonista, e per i quali era evidente che fosse stata osservata una scrupolosa ricerca storica oltre di che di fattura. Abiti dal taglio impero per i quali sono stati usati tessuti di varia consistenza, taffetà, chiffon, impreziositi da ricami e ornati da appariscenti gioielli, nelle nuance dell’avorio, del bordeaux e del beige. I costumi maschili abbondavano di giacche lunghe, panciotti e culottes al ginocchio, Scarpia indossava anche una parrucca corta bianco latte, mentre Cavaradossi un più semplice gilet crema con pantalone lungo.

Dopo il consueto salto di Tosca dal castello, il numeroso pubblico intervenuto ha applaudito grandemente i suoi interpreti, soprattutto il direttore Galli e l’Orchestra del Massimo Bellini, che come sempre è stata inappuntabile, così come il coro diretto dal maestro Ross Craigmile e quello dei piccoli artisti, del gruppo interscolastico “Vincenzo Bellini”, istruito da Daniele Giambra.

Laura Cavallaro

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