Francesco Foresta e il suo brano “Il Filo Spinato”. I pregiudizi ostili nei concetti storici che si risvegliano alla mente umana

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Francesco Foresta è un cantautore siciliano (1962), che ha iniziato a cantare nella sua città nativa (Catania) all’età di 14 anni. Nel corso del tempo ha fatto parte di diversi gruppi musicali, tra cui Aquarius. Per molti anni ha cantato nella base militare di Signorella, in cui conosce e collabora con molti musicisti americani. Sono anni in cui Francesco scopre la Black music. Si trasferisce a Milano dove frequenta il CTA (Centro Teatro Attivo). Qui conosce vari musicisti, attori e ballerini, tra cui Danilo Minotti, Giuseppe Vessicchio, Fred Bongusto. Dopo una lunga assenza  un anno fa è tornato nel panorama musicale con il brano “E un pensiero” e  con “Il Filo spinato”, uscito il 24 agosto 2017. Un brano (scritto dallo stesso Foresta) che parla degli emigrati e che ha suscitato la mia attenzione per il suo contenuto sublime. Un lavoro “Il filo spinato” che è nato – me l’ha rivelato lo stesso cantautore – spontaneamente di fronte a un’emozione negativa, suscitata dal vedere l’immagine di un bambino di tre anni in acqua che veniva trascinato come un pupazzo. Qui Francesco ha sentito il bisogno di scrivere, laddove racconta una realtà di cui non si parla, si ignora o di cui l’umanità, sopratutto i potenti del mondo, rimangono immobili senza far nulla. Allo stesso tempo Francesco mi ha raccontato che ha ascoltato tante storie di tanti emigrati che stanno nei centri accoglienza, i quali provengono da Paesi di guerra o in cui vivevano in situazioni drastiche e disumane, in un contesto in cui, come dice lo stesso Francesco, “Si sentono cose che ci fanno credere che nulla si può, per poterle cambiare/ si vedono cose che ci fanno tremare, bambini costretti nei loro confini, in campi ammassati con il filo spinato per non farli passare e negargli un futuro.”. In apparenza queste parole possono sembrare prive di senso a causa del continuo trattamento del tema. Le stesse molteplicità che tendono a  determinanare la ricostruzione o ritorno di alcune ideologie, a causa del contesto storico che viviamo e che vede l’essere umano provare dei molteplici sentimenti anche di frustrazione, causati dal fatto di sentirsi abbandonati dalle istituzioni. Sentimento accompagnato da quello che si dice sugli emigrati – si crede che essi vengano pagati o mantenuti. Nel brano Francesco sostiene che in realtà il mare è sempre lo stesso e uguale per tutti, donando così un messaggio forte e chiaro e cioè che a pagare sono solo gli innocenti, vale a dire i popoli. È così che la storia si ripete nel tempo con colore diverso narra Foresta, in un passaggio in cui alla disumanità si aggiunge altra disumanità per via del fatto che dei nostri simili sono scambiati per merci da cui guadagnare, in un tutt’uno in cui i potenti del mondo non fanno nulla tranne che alzare delle barriere, ponti o chiudere frontiere. Questi non li dobbiamo cogliere solo nel senso di bloccare gli sbarchi, ma nel senso di creare disuguaglianze e ostilità, creando una mancanza di aiuto. L‘aiuto non dovrebbe consistere solo nell’accogliere gli sbarchi e chiudere questa gente nei centri di accoglienza o lasciarli vagare nelle nostre città senza far nulla. L’aiuto vero dovrebbe essere quello di aiutare queste persone ad affrontare le brutte situazioni che vivono nei loro Paesi, mettendo fine alle guerre, laddove solo i potenti potrebbero. Gli stessi che dovrebbero iniziare e aprire il dialogo tra loro, per il bene comune. Gli stessi che si dovrebbero operare per creare opportunità di apertura alle molteplici possibilità dei popoli di costruire delle loro identità e realizzare sogni.

https://www.youtube.com/watch?v=XAuuYZzWKW4

Bisogni questi che non appartengono solo a noi Occidentali o ai popoli dei Paesi ricchi o più sviluppati, bensì a ogni popolo o singolo soggetto. In tal senso non c’è una presa di coscienza umana, soprattutto tra i potenti dei Paesi da cui provengono gli emigrati. Piuttosto preferiscono spendere denaro per fare le guerre, procurarsi armi e dominare i propri popoli come se questi fosero degli schiavi. Tale aspetto però riguarda tutti i potenti del mondo. Infatti, nessuno cerca o dice tentiamo di aprire un dialogo con i capi di stato di questi Paesi. Tutto questo è il senso del brano “Il filo spinato” di Francesco Foresta. Un filo spinato perché gli emigrati nei loro Paesi sono trattati come degli schiavi chiusi nei campi di concentramento. Allo stesso tempo la loro situazione non cambia arrivando da noi. Essi infatti, ugualmente sembrano dei soggetti umani chiusi in campi di concentramento. Non facciamoci illudere dalle apparenze. Infatti se da un lato Francesco Foresta mi ha rivelato che egli comunica e dialoga con molti emigrati che stanno nei centri accoglienza, dall’altro lato è vero che altri invece sono in qualche modo liberi. Gli stessi li vediamo girovagare nelle città. Abitano in case affittate per loro da cooperative. Parliamo di persone che sono gestite da cooperative, associazioni o organizzazioni senza però avere la possibilità di costruirsi una vita. Condurre una vita normale, con la possibilità di cercare lavoro, realizzare dei progetti o sogni. Esi qui non hanno un vero scopo e li troviamo girovagare per le città senza meta. Che presente e futuro avranno queste genti? Tra l’altro sono private e allotanate dagli affetti più cari e dalla propria patria. Per creare per loro un presente migliore basterebbe che i potenti si riunisser e mettessero fine alle guerre, creando la pace nel mondo per il bene umano. Tutti i soldi che vengono spesi per costruire e comprare armi potrebbero essere spesi per dare un presente migliore a tanta gente. Non parlo solamente degli emigrati. Il discorso è molto ampio ed è sottolineato anche da Francesco Foresta, quando parla di un mare uguale e unico per tutti. Credo che basterebbe avvicinarsi al dolore delle persone, di ogni soggetto vittima degli errori degli altri e cioè dei potenti. Questi dovrebbero prendere coscienza di sé ed orientarsi verso la costruzione di nuove ideologie. Dicono che non è possibile, come sottolinea Foresta, ci vogliono far credere che non si può fare nulla, ma non è così. Come dice lo stesso ci sono cose che non si voglio far vedere, Come a sua volta ci sono realtà che si vogliono nascondere.

Questo è il messaggio che il cantautore ci dona con la sua canzone “Il filo spinato”. Un brano molto bello che deve essere ascoltato attentamente per coglierene i messaggi. A livello d’estetica filosofica “Il filo spinato” possiede una sublimità unica, perché l’autore è emerso nei sentimenti, nella sensibilità e nella realtà. Un brano tra l’altro che ci parla da vicino della nostra società e della psicologia umana. È una canzone che richiama l’unione e l’amore tra i popoli.

 Giuseppe Sanfilippo

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