27 GENNAIO – GIORNO DELLA MEMORIA. Un campo di concentramento in Valtiberina

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In occasione del Giorno della memoria, voglio dedicare un pensiero a tutte le vittime e ai sopravvissuti nei Campi di concentramento. Non ricordo in particolare Auschwitz. Non parlo di quello in cui è vissuto Primo Levi e nemmeno quello di Anna Frank o altri, bensì quello di Renicci, nella località della Motina – frazione del Comune di Anghiari. Esso era uno dei peggiori campi di concentramento d’Italia per numero di internati e per i comportamenti tenuti dal personale di sorveglianza. Destinato ad accogliere fino a novemila prigionieri di guerra, deportati dalla Jugoslavia, era adibito agli internati civili. Il regime di vita, secondo le testimonianze1 era disumano e sconfortante: si moriva per fame, per il freddo (da evidenziare che il l’inverno 1942-43 fu orribile in questo senso) e per le malattie. Molti prigionieri si riempivano la pancia mangiando le ghiande cadute dalle querce. Una volta caduto il fascismo fu mantenuto dai ‘badogliani’, talvolta con il terrore e ricorrendo persino a finte fucilazioni2. Un campo quello di Renicci che fa parte di una triste e amara pagina della storia dell’umanità e del nostro Paese. Dell’umanità, ossia di colei che è l’oggetto delle sue azioni e dei suoi errori o atti disumani. Un pezzo di storia che mi ha sempre messo angoscia e dolore, dinnanzi alla conoscenza e immagine di tanta crudeltà. Pensare a delle persone chiuse in un recito con triplo filo spinato; immaginare che gli stessi hanno vissuto fame, freddo, gelo; al pensiero che gli stessi furono ridotti a pelle e ossa. All’idea che sono morti in un modo così crudele e immaginare la sofferenza che hanno vissuto, il dolore che hanno provato; cercare di entrare in empatia con il loro vissuto provoca tanto sconforto e immensa inquietudine. Una pagina nera della nostra storia che per me non è stata mai facile d’affrontare. Mi ricordo che sia a scuola sia all’università quando si trattava di affrontare, discutere e studiare questo pezzo della storia umana provavo sempre un senso di dolore immenso, che faceva venire la voglia di gettare via i testi. Facevo fatica a studiare e conoscere questo pezzo di memoria, per l’emozione triste che mi trasmetteva. Ma non mi sono mai fermato, pur soffrendo, io scorrevo le pagine dei libri, anche se provavo angoscia leggevo racconti di persone che hanno vissuto quella disumanità. Questo non perché studiare era un mio dovere da studente, non lo facevo perché questo pezzo di storia faceva parte del programma di storia, con cui dovevo affrontare un’interrogazione a scuola o un’esame all’università. Ma perché la memoria va’ conosciuta, va’ studiata e ricercata. La memoria non è un semplice giorno di ricorrenza, non è una semplice commemorazione di fatti ed eventi, ma è un momento di raccoglimento che ci deve fare riflettere sugli avvenimenti. Riflettere per frenare i possibili rischi di un ritorno e ripetizioni degli eventi. La memoria non va cancellata, né bisogna scappare da essa, perché farlo significa uccidere ancora le vittime dell’orrore umano. Farlo significa donare la vittoria in mano a coloro che hanno commesso tale orrore, che comunque sono morti ancora prima, nel momento in cui hanno commesso l’atto disumano. La memoria ci dona conoscenza e ci fa riflettere, deve far riflettere, perché senza riflessione non c’è cambiamento. Senza riflessione e conoscenza si corre il rischio di ripetersi. Per questo motivo il giorno della memoria è fondamentale e non deve diventare solo un rito, ma un momento in cui onorare le vittime e sopravvissuti e per educarci a vivere con uguaglianza la dignità, la pace umana e del mondo. La stessa ci deve far porre una domanda: Come si possono compiere atti così disumani? Cosa spinge l’essere umano a commettere atti con tanta crudeltà verso e sulla pelle di propri simili?

Le risposte a queste domande vanno ricercate veramente solo in certe ideologie etiche e morali? Possiamo rispondere di sì, ma tale risposta ci può bastare? È sufficiente o c’è qualcos’altro che ci sfugge o ignoriamo? Questa è una domanda che mi faccio da tanti anni, a cui oggi non do una risposta vera e propria. Perché la risposta la dobbiamo scavare in ognuno di noi. Nella nostra storia di persone, nelle nostre azioni, ma sopratutto nella conoscenza di sé. Non nelle ideologie e nei valori etici morali, perché questi sono costituiti da noi stessi. Siamo noi gli autori e amministratori delle nostre azioni e ideologie. Per questo, dobbiamo cercare le risposte al perché della disumanità nel nostro sé. Oltre questo, un’altra domanda che dobbiamo porre è se le ideologie (che hanno portato le generazioni del secolo scorso a compiere atti disumani) sono nate veramente per opera di Adolf Hitler e dal suo Nazismo o gli stessi hanno un loro precedente. Si dice che Hitler abbia preso spunto dal superuomo del filosofo Friedrich Nietzsche, il quale fu male interpretato, non solo dal capo del Nazismo, ma da tanti altri. Se Hitler fosse stato l’unico e il solo autore che portò alla disumanità umana, in termini di comportamento, allora, possiamo considerare lo stesso Hitler un don Giovanni che sedusse il mondo, nell’immediatezza. Fin a prova contraria, un Don Giovanni è privo di etica e inoltre questa fin a prove contrarie, non nasce mai nell’immediatezza. L’etica è tende a mutare, ma per farlo ha bisogno di tempo. L’etica dura nel tempo, non muta e non può mutare nell’immediatezza. Di conseguenza, l’ideologia Nazista dev’essere sicuramente essersi sviluppata attraverso un precedente, ma nell’immediatezza. Un precedente, che deve avere un motore e una storia che ha portato alla consecuzione. A tale proposito, esiste un romanzo dal titolo “La Storia di Christine” dell’autrice Elizabeth von Arnim, pubblicato per la prima volta nel 1917, in cui si parla di una giovane violinista inglese, che si trasferisce in Germania nel 1914. Giovane che morirà pochi mesi dopo. Si tratta di una ragazza che scrive delle lettere alla madre, dove si narra dell’esistenza di certi concetti e ideologie che fioriranno un po’ di anni dopo (nell’epoca del Nazismo appunto). Ciò ci deve far riflettere e condurre alle domande sopra evidenziate, in un’epoca come la nostra, in cui sopratutto si parla di violenza, non solo sulle donne, dove c’è tanto bullismo e dove esiste discriminazione su alcune minoranze e sugli stranieri. Chiunque mi potrebbe domandare cosa centra tutto questo, con il giorno della memoria? “Nulla, ma allo stesso tempo molto, dinnanzi a una sottile linea che potrebbe riaprire al passato”.

Giuseppe Sanfilippo

1 In Renicci d’Anghiari, su http://www.toscananovecento.it

2 In Renicci d’Anghiari, su http://www.toscananovecento.it

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