“Il padre”. Ansioso dubbio della paternità e la drammatica distruzione della virile autorità maschile da parte d’una diabolica onfale

Data:

 

Al Teatro Quirino di Roma, fino al 4 febbraio 2018

IL sommo maestro del palcoscenico Gabriele LAVIA torna a recitare il capolavoro, sostanzialmente autobiografico, del drammaturgo August Strindberg, che vi rappresenta mitologicamente uno spaccato infelice della sua vita matrimoniale consumatasi tra il 1877 e quasi quindici anni dopo quando lo scrittore si lasciò con Siri Von Essen da lui conosciuta tempo prima come baronessa Wrangel. Ella gli diede quattro figli,tuttavia fu sempre un menage con alti e bassi in quanto all’amore si sovrapponevano periodi di gelosia e sospetti sulla sua paternità della prole avuta. Era costantemente alla ricerca della pace, serenità e gioia intime,ricchezze psicologiche che gli sfuggivano e che lo condussero in un costante loro inseguimento a contrarre altri due matrimoni protestanti ed a coltivare interessi culturali paralleli, come psicologia, storia, politica,pittura,fotografia e scienze naturali. Lavia che ben rispecchia il personaggio, ha trasferito tale ambiente Luterano con ferree regole morali a livello letterario e mitologico appunto, immaginando che la metafora della famiglia del capitano di cavalleria ADOLF, che si scontra con la moglie Laura sulla sistematica pedagogica per la figlia Berta, sia accostabile non solo al nucleo domestico dell’autore,ma pure al duello arcaico tra Ercole ed Onfale, che per ridurlo al nulla e togliergli il potere, gli prese fraudolentemente la clava ed il mantello e la pelle di leone, lasciandogli i suoi abiti emblema di fragilità e sudditanza. Straordinari sono il Triestino Lavia e la compagna di vita Federica Di Martino in questo gioco al massacro tra i coniugi per il controllo della casa e della figlia, incarnata dalla dolce e candida Anna Chiara Colombo,la bambina che tenta vanamente di mediare con modi bonari tra i due; ma ahimè non c’è scampo come in “danza macabra” da questa resa dei conti ed il colore rosso intenso della scena, simbolo di crudeltà e sangue,rimanda allo spietato omicidio a livello psichico e poi fisico del protagonista”, l’amato bambino”della tata,la vecchia ed intrepida Giusi Merli,che alla fine cederà al complotto famigliare,mettendogli ingannevolmente la camicia di forza.La moglie con voce sommessa e spesso poco percepibile dalla platea,ma con una pervicace ostinazione malefica,lo distrugge pian piano:prima istillandogli il tarlo della mancata paternità che calpesta il suo onore e la reputazione gettandolo nello sconforto con la ricerca della conferma della mancanza di sicurezza genitoriale nell’Odissea e nel profeta EzECHIELE, facendogli credere d’essere folle e megalomane nella pretesa di trovare nei meteoriti,caduti dal cielo, con lo spettroscopio,scambiato per microscopio dalla moglie Laura,il carbone a testimonianza di vita nei pianeti.Berta prima lo scredita con il circuito medico di famiglia Ostermark, dato dal troppo compiacente M.De MARIA,poi gli sottrae la gestione economica della coppia e della casa, l’interdice e scarica la pistola rendendolo inoffensivo;infine gli getta addosso il suo scialle profumato effeminandolo come Ercole per un estremo attivo sussulto,quale il divorzio dalla amata ed odiata Siri nel 1891.Intanto aveva redatto la sua didascalica personale tragedia nel 1887.Da tutto ciò si desume la logica e crescente misoginia del romanziere, la condanna della Chiesa Evangelica nella figura del pastore ,peccaminoso complice della malvagia sorella.Naturalmente, allora no c’erano i DNA e le sonde navicelle spaziali, per l’importanti conferme scientifiche delle ipotesi da laboratorio e rimozione dei complessi timori amletici parentali. IL lavoro si replica fino a domenica 4/02 al TEATRO Quirino.

Susanna Donatelli

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