Cecilia Gragnani, tra Inghilterra e Londra, nel nome dell’arte attoriale

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Cecilia Gragnani è un’attrice nata a Milano. Da qualche anno si occupa anche di produzione e scrittura sia teatrale che cinematografica. Vive a Londra dal 2008 e recentemente è diventata cittadina britannica.

Un pregio ed un difetto di essere un’attrice italiana a Londra.

Il pregio credo sia l’esotismo, per lo meno all’inizio. Credo poi che avere una formazione culturale europea aiuti molto, soprattutto a livello mentale. 

Ultimamente ho notato che in realtà il pregio di essere un’attrice italiana a Londra è che in Italia c’è più interesse se vieni da fuori, c’è curiosità e magari si riesce ad avere più spazio e a creare collaborazioni che se fossi rimasta non sarebbero mai nate, almeno questo è quello che è capitato a me. 

Un altro pregio è che a Londra c’è una comunità di attori italiani che si sostiene e che cerca di creare occasioni. E’ un bel gruppo, molti di noi grazie a questo network sono diventati amici.

Il difetto, per quanto mi riguarda, è personale. Venendo dal Nord Italia non rientro nello stereotipo mediterraneo e questo a volte crea dei cortocircuiti perché non vengo riconosciuta come italiana. Un ibrido insomma. Ho anche un accento abbastanza (ma non sufficientemente) britannizzato il che crea ancora più confusione.

Le opportunità di lavoro in campo artistico in UK… stesse dinamiche come in Italia?

Londra ha il pregio di essere una città multiculturale in cui confluiscono artisti da tutto il mondo.

In Italia ci sono spettacoli molto interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. In Inghilterra ci sono più opportunità anche se quella dell’attore resta una professione difficile se si vuole vivere di questo lavoro. 

Qui il livello è molto alto e la competizione è feroce ma se si è interessati a creare i propri progetti realizzarli è possibile, ci sono molte strade da perseguire e molte più opportunità che in Italia. C’è anche forse più rispetto per la professione dell’attore e per l’attività artistica in generale.

Sotto un altro punto di vista, a Londra arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante.

Un’altro aspetto secondo me importante è che a Londra è normale utilizzare il teatro per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali. Ci sono tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi.

Il tema dell’emigrazione è nelle tue corde. Ad agosto porterai al Fringe Festival di Edimburgo il tuo “Diary of an Expat”. Raccontaci di cosa si tratta…

Lo spettacolo è un monologo comico che racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei.

Insieme alla mia regista Katharina Reinthaller cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa

significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso

emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione, soprattutto in un momento in cui in seguito alla Brexit non sei proprio il benvenuto. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.

Per più di un anno ho raccolto testimonianze di espatriati di diverse nazionalità e, combinandole con la mia esperienza personale nel diventare cittadina di questo paese, abbiamo creato un progetto che cerca di sfatare alcuni dei miti sui giovani che vanno a vivere all’estero.

Giochiamo con le parole espatriato, immigrato, migrante per capire cosa significhino e che peso abbiano sui giovani che lasciano il proprio paese per scelta, non per necessità. 

I tuoi progetti futuri?

Con “Paper Smokers” stiamo lavorando ad un progetto che si intitola (per ora) “Wingover” e che racconta la storia di tre donne avventuriere di cui si conosce ancora poco: Annie “Londonderry” Kopchovsky – la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman – la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei – la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.

Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra.

Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato ad esploratrici che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne.

Sempre a Novembre ma in Italia lavorerò come dramaturg e regista ad uno spettacolo su Kubrick con Federico Buffa e il maestro Alessandro Nidi.

Ci sono poi tanti altri progetti in cantiere ma che non hanno ancora una forma precisa.

Ti accarezza l’idea di ritornare in Italia?

Certo. Credo che la maggior parte di noi se potesse tornare e fare in Italia quello che fa qui, non ci penserebbe due volte. Però ora mi sento radicata qui e non credo che tornerò in Italia presto in forma stanziale.
Ho la fortuna di lavorare spesso a progetti che si sviluppano in Italia e che mi permettono di tornare di frequente.

Katya Marletta

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