“Requiem di Arlecchino”. La vita di un’Autrice per raccontare la morte del Teatro

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Il teatro è un mondo difficile e questo lo spiega in modo molto approfondito il romanzo “Requiem di Arlecchino” di Lodovica San Guedoro, pubblicato nel 2007 da Felix Krull Editore. Questo testo di 288 pagine si sviluppa sotto forma di diario, dove la protagonista, l’Autrice stessa, racconta una parte della sua vita in veste letteraria e anche saggistica, visto che mette in evidenza aneddoti di personalità dello spettacolo che potrebbero risultare utili anche agli studiosi. Sono tanti i personaggi che divengono protagonisti di questo romanzo, tra cui Luca Ronconi, Peter Stein, Eugenio Barba (solo per fare alcuni nomi), in un percorso dove la drammaturga cerca di mettere in scena i suoi testi, senza infine riuscirci, accontentandosi e quasi innamorandosi di un armadio stile Biedermeier, che diventa simbolo di rifugio dalle sue delusioni.

Non è immondizia! E’ un uomo vestito da Arlecchino!” “E’ morto…” constata quasi nello stesso istante un medico accorso, levandogli la maschera.
“Oh, che bel giovane!” esclama sospirando una spettatrice di seconda fila.
Ora Aricò è in lacrime.
Ha avuto il compito di identificarlo e, ahimè, lo ha, con quanta amarezza!, fatto: era proprio Arlecchino, il precipitato, non uno travestito: l’ultimo artigiano addetto al cambiamento delle scene!
E, come in trance, passando a commemorarne la virtù e il valore (altrimenti non si spiega tanta sincerità), rivela una cosa altamente strana: che era più che un artigiano, era in realtà un artista, un concentrato di furore, una bella tempra, collegato a tripli fili e a doppia mandata cogli inferni e coi superni, era compositore di meravigliose sinfonie celesti, opere e quartetti, autore di sublimi drammi ritmici in versi, di spiritosissime commedie acquatiche, trombettiere nato e protervo, giocatore superbo, cavalcatore del caso e del vento, sfidatore della legge ed egli stesso legge, pittore rinascimentale, accordatore di pianoforti, ballerino sulle uova e sulle fiamme, scultore ed architetto.
Era insomma un genio universale, costretto dalla necessità a fare l’Arlecchino, prima di essere costretto a fare il cambiascene!

Perché “Requiem di Arlecchino”? Perché il teatro è morto e con esso il classico. Il teatro ormai è fatto di conoscenze, è fatto di tante cose che vanno al di là dell’inventiva artistica. Il romanzo in questione lo dimostra, mettendo in risalto le numerose corrispondenze tra l’Autrice e le diverse figure richiamate. È uno stress di lettere, di messaggi, di attese, nella speranza che qualcosa si smuova, ed è proprio in questa lunga attesa che il povero Arlecchino è deceduto, in questa lunga attesa che ormai fa parte del teatro contemporaneo, che così facendo uccide la bellezza che faceva parte della tradizione.
Lo stile di Lodovica San Guedoro è elegante, poetico, fluido. La scrittrice è attenta ai dettagli, sapendo descrivere la scena come fosse un quadro dai tratti ben delineati. Trattandosi di una sorta di diario, il romanzo viene sviluppato in prima persona, fattore che ci lascia avvicinare ancora di più alle vicende vissute direttamente dalla narratrice, che dà così vita a un testo letterario, autobiografico e anche, per certi versi, come prima accennato, saggistico.
“Requiem di Arlecchino” è una parte di vita di Lodovica San Guedoro, ma ad una lettura attenta, esso si fa metafora della morte del teatro, o meglio, del bello del fare teatro, liberi da sovrastrutture e impedimenti. La morte di Arlecchino in questo senso è esemplare e decisamente evocativa.

Stefano Duranti Poccetti

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