Libere evasioni: Soma – una recensione dall’interno

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Casa Circondariale di Trieste – Percorso di scrittura giornalistica. A cura del Gruppo NOI?! – Giornalisti per caso

Gli autori dell’articolo che segue sono persone attualmente ristrette all’interno della Casa Circondariale di Trieste. 

Qualche mese fa, negli spazi in cui si svolgono corsi, lezioni, presentazioni di libri e di film, e altre attività educative, è stato messo in scena uno spettacolo di fortissimo impatto emotivo, di cui è già stato scritto. https://www.corrieredellospettacolo.net/2019/06/18/soma-la-parte-corporea-delluomo-i-detenuti-della-casa-circondariale-di-trieste-in-scena-con-una-performance-intensa-e-suggestiva/

A seguito di ciò è stato avviato un percorso finalizzato alla scrittura di recensioni di carattere culturale, cui partecipano “figli di diverse lingue”; ci sono infatti italiani, albanesi, sloveni, rumeni e altri ancora. 

In qualche modo rappresentano una parte di ognuno di noi, quella che in un momento qualsiasi della vita può portare chiunque alla scelta di una strada diretta verso conseguenze non considerate e, in seguito a ciò, a oltrepassare le porte di un penitenziario. 

Questo è il nostro primo risultato.

Cosa le è rimasto dallo spettacolo cui ha partecipato?

A.L. (corso audio-video): Il mio cuore va a insegnanti e colleghi. È grazie a tutti se tante piccole parti sono state capaci di creare un assieme carico di sensibilità e bellezza.

Aveva mai partecipato a esperienze teatrali prima di “Soma”?

M.C. (attore): In realtà ho avuto la mia prima occasione durante la mia permanenza nel penitenziario di Gorizia, prima di essere trasferito a Trieste e già allora mi aveva molto aiutato, rafforzando la fiducia nelle istituzioni dello Stato e aumentando in me la speranza di ulteriori occasioni in cui sia la solidarietà tra le persone a prevalere, anche dietro le sbarre.

Secondo lei, qual è stato l’elemento più significativo di quest’esperienza?

M.M. (riprese e registrazione del suono alle prove dello spettacolo): All’inizio c’erano due corsi, quello di teatro condotto da Elisa Menon e quello di audio-visivi guidato da Erika Rossi; per un caso fortuito hanno avuto occasione di incontrarsi e da lì è nata l’idea di collaborare assieme. Le prove e lo spettacolo sono state così il soggetto delle nostre registrazioni e del montaggio, con un risultato per entrambi davvero sorprendente.

Partecipare a un’attività teatrale o cinematografica all’interno di un carcere può avere delle conseguenze sulle convinzioni di chi ne sia coinvolto?

S.P. (audioregistrazione delle riprese nel corso della rappresentazione): Cerco di partecipare con costanza alle attività culturali organizzate all’interno del carcere. I detenuti sono generalmente considerati rifiuti della società, ma l’aver collaborato a questo progetto mi ha colpito per come le persone coinvolte siano riuscite a trasmettere, nelle persone direttamente coinvolte e nel pubblico presente, emozioni dotate di tale forza e intensità da muovere il cuore della persona più scettica; devo dire che, nonostante la mia fiducia nella società contemporanea non sia alta, in questa occasione ho imparato che anche oggi possono realizzarsi cose meravigliose; l’esempio della collaborazione tra Elisa Menon ed Erika Rossi ne è la conferma.

Il pubblico era costituito da ospiti esterni e da detenuti. Quali sono state le sue impressioni?

L.B. (spettatore): Mi stavo dirigendo nello spazio adibito alla palestra e, invitato a entrare nella sala in cui si sarebbe svolto lo spettacolo, ho deciso di restare pur essendo un po’ scettico e senza avere grosse aspettative. Sono stato invece davvero sorpreso dall’intensità delle emozioni provate non soltanto da me o dagli altri detenuti; anche il pubblico esterno era visibilmente colpito e mi sono reso conto che l’intera messinscena è stata seguita da tutti con grande partecipazione. Spero che lo spettacolo possa continuare a “parlare” anche ad altri, rivelando la sua bellezza al mondo esterno.

Essere parte attiva in entrambi i corsi le ha permesso di cogliere diversi aspetti del progetto:

S.D.R. (attore, addetto alle riprese e all’editing): Ciò che forse mi ha colpito di più è stata la forza evocativa e simbolica degli oggetti e delle azioni più semplici, a partire dalle battute, capaci di generare emozioni molto intense e durature e di creare un legame forte e saldo tra sentimenti universali: amicizia, possibilità, ribellione, tentazione.

La possibilità di svolgere un doppio ruolo mi ha permesso di osservare quanto avveniva da diversi punti di vista e di comprendere meglio l’importanza di ogni dettaglio.

Quali sono state, a suo avviso, le principali difficoltà affrontate nella realizzazione del progetto?

L.N. (cameraman e montaggio): Il problema principale per la regista Elisa Menon è stato senz’altro la costante variabilità nella presenza degli attori coinvolti: la fine della pena o il trasferimento comportano inevitabilmente il dover trovare un sostituto per il ruolo rimasto vacante e ciò è avvenuto molte volte nel corso della preparazione. Non bisogna dimenticare poi la presenza di persone parlanti lingue diverse, con la conseguente difficoltà di suscitare nel pubblico emozioni esprimendosi in una lingua di cui non si ha totale padronanza, da parte di persone spesso senza alcuna esperienza di recitazione pregressa.

Nonostante ciò, il successo è stato evidente e sarebbe importante che iniziative come questa continuassero ad essere sostenute.

Ci sono elementi dello spettacolo che l’hanno colpita più di altri?

G.C. (cameraman, redattore e dramaturg): Per me è stato davvero notevole osservare nel pubblico la forza delle metafore inserite nell’azione scenica, come il momento in cui una delle attrici coinvolte nel progetto, in scena assieme ai detenuti, è passata sotto un tavolo per simboleggiare la nascita di un bambino. Di certo lo spettacolo ha dimostrato che la bellezza della poesia può essere suscitata nei luoghi più impensati.

Il Gruppo NOI?! – Giornalisti per caso

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