La grottesca aspirazione al titolo araldico di don Andrea innesca esilaranti gag sconvolte da una sorprendente agnizione finale in ”Quattro quarti di nobiltà”

Data:

Fino al 24 novembre 2019 al Teatro delle Muse di Roma

La compagnia stabile del teatro delle muse ha inaugurato la presente stagione di prosa con una brillante commedia ricavata dal mondo drammaturgico di E. SCARPETTA, unendo i punti chiave di diversi spartiti con la libera rielaborazione del regista GEPPI DI STASIO. Dunque il motivo centrale è la volontà di Don Andrea, interpretato da un frizzante e salace RINO SANTORO, di conquistare il titolo di barone dopo essersi arricchito quale calzolaio ed uomo di fiducia d’un vecchio nobile ed essere divenuto così un”parvenu”, come nel “Satyricon” di Petronio e nel ”Mastro Don Gesualdo” del Verismo siciliano. Egli vuole essere chiamato barone per primo dal suo ingenuo e maldestro servitore Carluccio,impersonato da un goffo A. Mirabella che provoca in continuazione danni in cucina,mentre progetta il matrimonio della sua figliola Virginia,una poco appariscente R. Sanzò, con il perfetto idiota e scemo Alberto figlio della marchesa Zoccolà; entrambi personaggi derivanti dalla  commedia classica e poi da quella dell’arte del ‘500 in cui s’inquadrono meglio i cafoni ed i popolani ignoranti incarnati da Rosina e Carluccio cognati di DON Andrea cui è morta la moglie. Tutto andrebbe bene se improvvisamente come un “deus ex machina” euripideo non sopraggiungesse don Felice Sciosciamocca in cui si cala bravamente lo stesso autore della rivisitazione moderna dei testi Scarpettiani, che è colpito mortalmente dalla notizia delle nozze volendo essere lui ad impalmare Virginia,che ha formato pedagogicamente. Da qui s’industria a far saltare il combinato imparentamento delle due famiglie,suscitando tra l’altro l’ardore sensuale della marchesa rimasta vedova da tempo e presentandosi come il povero sventurato Persicone abbandonato dai genitori e cresciuto in miseria con le scarpe più lunghe dei piedi. Alla fine gli inganni,i raggiri e l’ostacolo al sentimento più bello vengono rimossi, tra un incendio e l’altro in cucina, però il travolgente imprevisto proprio della commedia nuova greca di Menandro viene a rovinare la felicità dei giovani amanti,mentre forse si realizzerà solo lo scambio egoistico ed interessato della ricchezza con l’elevazione pubblica sociale, legalmente riconosciuta dal padrone di casa. Il risibile ALBERTO,reso con spassosa ilarità, da Pasquale Sario, dovrà accontentarsi di ciò che gli riserva la triste sorte amara pure per Virginia e DON Felice che si troveranno insieme con il barone Andrea,differente vita relazionale per il futuro da quella sospirata e sentita intimamente,come fa credere anche lo spunto de ”La lettera di mamma”. Secondo la teoria pirandelliana di”ciascuno a suo modo”ogni attore ha plasmato su di sé il tipo rivestito per la massima efficacia sinergica del pirotecnico  e sarcastico copione dell’eccellente direttore artistico che ha curato altresì la scenografia e le musiche.

Giancarlo Lungarini e Susanna Donatelli

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