“Cattive acque”, la recensione del thriller di e con Mark Ruffalo

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L’avvocato Ruffalo, è all’inizio del film un onesto neosocio di studio, casalingo, mastino e resistente, che di solito lavora con le aziende, accetta controvoglia (per far contenta la nonna), di dare ascolto a un contadino che vede le sue mucche impazzire e manifesta strani sintomi e sfoghi sulla pelle ma soprattutto negli organi interni. Va a dare un’occhiata e scopre a monte della fattoria una discarica della DuPont.  L’azienda leader della chimica e che controlla l’economia di tutta la valle.E che da sempre può fare quello che vuole. Anche avvelenare uno Stato con le sostanze che servono a foderare di Teflon le padelle per cucinare. Quella che sembrava una causa chiusa in partenza diventa una delle class action più lunghe e combattute della storia della giurisprudenza (anche perché l’azienda aspettava che i querelanti morissero).

Il film parte in sordina e cresce, più sul versante dell’impegno che dello spettacolo. Non sembra un film di Todd Haynes (Carol, Lontano dal Paradiso, Io non sono qui) fino a che non ti rendi conto che la mancanza di spettacolarità è una sorta di requisito morale della storia vera, verissima, terrificante.

Si vede che Mark Ruffalo ha molto sentita sua la storia e ne esce fuori una recitazione straordinaria cosi come è quella dell’attrice premio oscar Anne Hawhaway, sua moglie nel film

Si ringrazia il cinema Metropolitan di napoli (zona chaia) per la visione del film

Voto:8/10

Marco Assante

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