Italia ’90: le “notti magiche” e il grande sogno infranto

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L’8 giugno 1990, con la partita Argentina-Camerun disputata allo stadio Meazza di Milano cominciava ufficialmente il quattordicesimo campionato mondiale di calcio, più noto come Italia ’90. Per il nostro Paese si trattava della seconda edizione come nazione ospitante, dopo quella del 1934. Allora fu vittoria, mentre in questo caso è arrivato un terzo posto carico di delusione e rimpianto. Per celebrare il trentesimo anniversario dell’evento abbiamo pensato di ripercorrerne brevemente la storia, focalizzandoci in particolare sul cammino della nazionale azzurra.

Dopo il trionfo nel mundial spagnolo del 1982 e l’opaca partecipazione a Messico ’86 (sconfitta agli ottavi di finale per 2-0 contro la Francia di Platini), con l’assegnazione del Mondiale 1990 l’Italia cullava la fondata speranza di riscattarsi e tornare sul tetto del mondo per la seconda volta nell’arco di un decennio. Gli ingredienti del successo c’erano tutti: una squadra competitiva e ricca di qualità; un commissario tecnico, Azeglio Vicini, in grado di trasmettere serenità e fiducia all’ambiente; il fondamentale supporto del pubblico di casa; un girone eliminatorio più che abbordabile, almeno sulla carta; ultimo, ma non secondario, un movimento calcistico mai così forte a livello internazionale (nella stagione 1989/90 appena conclusa le squadre italiane si erano aggiudicate le tre competizioni europee principali: un risultato storico). Considerando questi fattori, l’Italia partiva come grande favorita per la vittoria finale, come forse non le era mai accaduto prima. C’era comunque da fare i conti con almeno altre tre pretendenti di prim’ordine: la Germania del Kaiser Franz Beckenbauer, reduce da due finali consecutive perse; il Brasile, in attesa del ritorno alla vittoria da vent’anni; l’Argentina di Maradona che, pur non essendo più quella di quattro anni prima, si presentava pur sempre da campione uscente.

E’ proprio l’Argentina a regalare la prima sorpresa del Mondiale, confermando le perplessità sul suo valore effettivo: nella già citata gara inaugurale, la squadra del Ct Bilardo riesce infatti a perdere per 1-0 contro il Camerun del mitico Roger Milla, nonostante la superiorità numerica e la presenza in campo del miglior giocatore del mondo (Maradona). Per la nazionale albiceleste è l’inizio di un cammino che sarà costantemente incerto e faticoso, ma anche inaspettatamente lungo.

L’Italia debutta il giorno dopo (9 giugno) allo stadio Olimpico di Roma vincendo di misura, nonostante la gran mole di gioco prodotta, contro l’Austria: 1-0. Il marcatore è il siciliano Totò Schillaci, che sarà per la Nazionale del 1990 quello che Paolo Rossi è stato per la Nazionale del 1982: l’”uomo della provvidenza”. Trascinati dal calore dei tifosi e dalle note dell’inno ufficiale del Mondiale Un’estate italiana (conosciuto anche come Notti magiche: un ricordo indelebile, per chi ha vissuto quel momento) cantato dalla “strana coppia” Bennato-Nannini (due artisti musicalmente agli antipodi), gli azzurri proseguono sulle ali dell’entusiasmo quella che sembra proprio essere una marcia trionfale. Dopo l’Austria, regolano con lo stesso punteggio anche gli Stati Uniti, chiudendo poi il girone eliminatorio a punteggio pieno battendo 2-0 la Cecoslovacchia (memorabile il secondo gol, firmato da Roberto Baggio con un assolo dei suoi). Risultati a parte, la Nazionale convince per il piacevole gioco espresso e, in linea con la tradizione storica italiana, per la granitica difesa (Baresi, Bergomi, Maldini, Ferri…), che ancora non ha subito nemmeno un gol.

Negli altri gironi, spiccano le goleade della Germania contro Jugoslavia ed Emirati Arabi, mentre il Brasile, cioè l’altro “osservato speciale”, fa il suo dovere conquistando il primato con tre vittorie in tre partite, proprio come l’Italia; passa anche l’Argentina, ma tra notevoli difficoltà.

Agli ottavi di finale, in una sfida dal grande fascino storico contro l’Uruguay (due titoli mondiali in bacheca), gli azzurri confermano quanto di buono mostrato fin lì vincendo con un limpido 2-0 (ancora decisivo Schillaci). Cade a sorpresa il Brasile nel derby sudamericano disputato a Torino contro l’Argentina, che vince 1-0 al termine di una partita letteralmente dominata dai verdeoro (che hanno pure colpito tre legni!), incapaci però di trovare il gol e puniti nel finale dalla rete di Caniggia, propiziata dall’assist al bacio di Maradona, autore di uno spunto semplicemente geniale.

Il 30 giugno l’Italia batte per 1-0 l’Irlanda (ancora Schillaci) ai quarti di finale e raggiunge così l’obiettivo minimo: comunque vada sarà tra le prime quattro del mondo. E’ l’ultima partita disputata dagli azzurri all’Olimpico, finora teatro di tutti i loro incontri. L’Italia si trasferirà a Napoli per affrontare in semifinale l’Argentina di Maradona, qualificatasi il giorno prima a Firenze battendo ai rigori la forte Jugoslavia di Savicevic e Prosinecki, in una serie che registra il clamoroso errore dal dischetto dello stesso Diego.

Napoli, dunque: quando si dice la coincidenza… Affrontare una semifinale contro l’Argentina proprio nello stadio caro a Maradona (che ha festeggiato lì il secondo Scudetto del suo Napoli solo un paio di mesi prima) potrebbe rivelarsi controproducente dal punto di vista ambientale: l’Italia potrà contare sul consueto e determinante supporto dei tifosi, oppure si troverà nella surreale condizione di sentirsi straniera in casa propria? La risposta arriva il 3 luglio, giorno della partita: nonostante l’appello di Diego che, tanto per mettere un po’ di pepe in più alla sfida, aveva invitato i napoletani a tifare Argentina – cioè lui – per vendicarsi di quella che oggi chiameremmo “discriminazione territoriale”, ossia il campionario di luoghi comuni offensivi e mirati di cui i tifosi partenopei venivano regolarmente fatti oggetto durante le varie trasferte in giro per l’Italia (soprattutto al Nord) in quel periodo, il pubblico sceglie la “ragion di Stato” e sostiene la Nazionale. Dissipati i dubbi della vigilia, l’Italia parte bene e va in vantaggio già nel primo tempo (indovinate con chi? Schillaci, ovviamente!): l’accesso alla finale sembra cosa fatta. Poi però, anziché provare a chiudere l’incontro, gli azzurri, bloccati forse dalla paura di vincere, calano gradualmente lasciandosi irretire dall’Argentina, la cui peculiarità in quel Mondiale risiede nella capacità di far “giocar male” gli avversari, non potendo riuscire a imporre il proprio gioco per evidenti limiti tecnici. L’incantesimo si rompe definitivamente al 68’, quando un’uscita avventata di Zenga – fin lì protagonista di un Mondiale impeccabile – favorisce il gol di Caniggia, che con un colpo di testa maligno insacca un pallone che per gli azzurri, da lì in poi, diventerà pesantissimo. Il primo gol incassato nel torneo fa crollare improvvisamente le certezze dell’Italia, e con esse l’illusione di essere una squadra imbattibile. La partita si fa cattiva, si va ai supplementari, ma il risultato non si sblocca, così la miglior Argentina vista nel torneo costringe i padroni di casa ai rigori. A quel punto sale in cattedra il portiere Goycochea – già decisivo ai quarti con la Jugoslavia: e dire che era partito come riserva di Pumpido! – che, parando il quarto e il quinto rigore dell’Italia (calciati rispettivamente da Donadoni e Serena), mette fine al sogno mondiale degli azzurri. Il giorno dopo anche l’altra semifinale Germania-Inghilterra si decide ai rigori, che sorridono ai tedeschi.

L’Italia del pallone si risveglia bruscamente da un sogno trasformatosi inaspettatamente in incubo: un vero e proprio shock! Cominciano i processi mediatici, le accuse, le recriminazioni. La finale di “consolazione” (in realtà tutt’altro che tale…) disputata a Bari tra Italia e Inghilterra il 7 luglio vede la nostra Nazionale imporsi per 2-1 (gol di Baggio e Schillaci; quest’ultimo si aggiudica il titolo di capocannoniere del torneo proprio grazie a questa rete). Il clima festoso e pacifico della premiazione finale, con le due squadre – e con esse anche le tifoserie sugli spalti – unite in un simbolico abbraccio per tentare di rimarginare l’ancora fresca e gravissima ferita dell’Heysel (era il 1985), nasconde a malapena l’enorme delusione degli azzurri, consapevoli di aver perso l’appuntamento con la Storia.

La finalissima di Roma del giorno dopo è dunque Germania-Argentina: le stesse due squadre che si erano giocate il titolo nel Mondiale messicano di quattro anni prima. I tedeschi riescono a prendersi la loro rivincita, ma è veramente l’unica notizia degna di nota di una finale pessima, tra le peggiori di sempre, che si ricorda – purtroppo – solo per gli aspetti negativi: gli indecorosi fischi “di vendetta” del pubblico italiano rivolti all’inno argentino, cui Maradona risponde da par suo con un labiale eloquente, il tutto mostrato in mondovisione dalle telecamere; il grigiore generale della partita, mai decollata e del tutto priva di vere emozioni; la sciagurata decisione dell’arbitro Codesal, che “s’inventa” a pochi minuti dalla fine il rigore – trasformato dall’interista Brehme – che consegna la coppa alla Germania; le lacrime di Maradona nel post-partita, preludio alla rottura dei suoi rapporti con l’Italia e al rapido declino sportivo susseguente.

Tornando all’Italia, cosa rimane di questo Mondiale casalingo, qual è il bilancio conclusivo di questa esperienza? A livello sportivo, viste le potenzialità della squadra, il terzo posto finale, anche se prestigioso, non può certo essere giudicato soddisfacente: con giocatori tali, e con il fattore campo su cui poter contare, la finale era un obiettivo ampiamente alla portata degli azzurri, e la stessa Germania campione non era, probabilmente, superiore all’Italia (ma questo non lo sapremo mai…). Purtroppo, non è possibile emettere un giudizio positivo nemmeno sul versante organizzativo. L’assegnazione della manifestazione all’Italia poteva, anzi, doveva essere l’occasione per risolvere finalmente la questione-stadi, che si trascinava da decenni indebolendo l’immagine di uno tra i movimenti calcistici più importanti al mondo. Invece, anziché investire correttamente le risorse a disposizione per ammodernare in maniera decisa impianti fatiscenti e ormai superati, e costruirne di nuovi pensandoli in modo tale da farli durare nel tempo, ci si è limitati a “rifare il trucco” qua e là ad alcuni stadi (come l’Olimpico e il San Paolo) e, per quanto riguarda quelli realizzati ex novo, ci siamo ritrovati con due autentiche “cattedrali nel deserto”: lo Stadio Delle Alpi di Torino, demolito nel 2009 (meno di 20 anni di vita!), e il San Nicola di Bari, per la cui progettazione si è scomodato nientemeno che il grande Renzo Piano. Un vero e proprio scempio, un grande spreco di denaro ed energie per un Paese che, a conti fatti, non è riuscito a fare tesoro di quest’occasione unica. Per assistere a una vera svolta sul problema degli stadi dovranno passare ancora vent’anni circa, con l’inaugurazione, nel 2011, dello Juventus Stadium, primo impianto di proprietà per una grande Società di Serie A. Per il momento, solo pochi altri club della massima serie hanno seguito questo esempio (tra cui Udinese e Atalanta), e la strada per uniformarsi alla situazione degli altri campionati europei principali (Inghilterra, Germania e Spagna) è ancora lunga.

Italia ’90 in una parola? “Peccato”!

Francesco Vignaroli

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