Antonello Dose per “Artisti ai tempi della pandemia si raccontano”. A cura di Daria D.

Antonello Dose, Conduttore radiofonico de Il Ruggito del Coniglio, autore, scrittore

Zona rossa, Covid, Pandemia… quali sono le tue reazioni immediate quando senti o  leggi queste parole?

Noi esseri umani siamo creature meravigliose, ci adattiamo a tutto. Uscire di casa mascherati, amuchina-muniti, cercando di non toccare maniglie e pulsanti dell’ascensore e del bancomat, è diventata una cosa normale. Credo che la nostra generazione stia vivendo qualcosa di simile a quello che i nostri genitori e nonni hanno vissuto con le guerre mondiali. Per lavoro, passo diverse ore al giorno a cercare notizie che non parlino di Covid, ed è sempre più difficile. Pur sentendomi fortunato di non aver (ancora) contratto il virus, sento tutta la fragilità della situazione. Tra un’ondata e l’altra ci siamo dentro fino al collo. Cerco di farmi forza, come tutti, per le persone che frequento.

Come hai vissuto e come stai vivendo questo periodo di pandemia, di lockdown?

Mi sono aggrappato disperatamente all’idea che con la Radio posso contribuire almeno un po’ a tenere alto il morale del Paese. Questo mi dà la motivazione e la forza di affrontare ogni singolo giorno e mi alza lo stato vitale. Mi considero molto fortunato di aver sposato Fabrizio. Da solo non so se ce l’avrei fatta. Mi sta aiutando tanto la pratica buddista, avere uno scopo, cercare comunque di creare valore. Ho scoperto Netflix e ripreso a fare sport. Sto cercando di forgiare la mia resilienza.

Come artista ti sei sentito abbandonato, emarginato, dimenticato? Oppure è la condizione normale degli artisti e quindi…

So di essere un privilegiato. Non ho perso un giorno di lavoro e posso solo immaginare, avendo fatto l’attore di teatro per una decina di anni, il dramma che stanno vivendo centinaia di migliaia di artisti in ogni settore. In Italia fare arte è sempre stato un lusso che ti devi poter permettere. Adesso lo è ancora di più.

 Pensi che la cultura ne abbia tratto beneficio o sia stata ulteriormente deprezzata?

 In questi mesi straordinari, stiamo tutti imparando a distinguere cosa è indispensabile per vivere bene e cosa no. Prosegue la chiusura a oltranza dei luoghi di aggregazione della cultura. La priorità è stata data, per ovvi motivi, alla protezione sanitaria. Penso che scompariranno le attività non necessarie. Chi spacciava cultura per diventare ricco e famoso cambierà mestiere. Chi della cultura, invece, ha fatto una ragione di vita, troverà  soluzioni innovative, per continuare a vivere. Vista la situazione economica globale non credo che arriveranno aiuti dall’alto per cose considerate, ingiustamente, ancora  “accessorie”. Personalmente considero una cosa inutile la riapertura degli stadi di calcio. Eppure già qualcuno ne ne parla.

Hai avuto modo di preparati per il dopo?

Non credo che questo “dopo” sia tanto prossimo. Temo che abbiamo di fronte ancora mesi, se non anni di emergenza. E’ solo di qualche giorno fa la clamorosa bocciatura da parte del WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio, composta dal blocco Ue, Usa, Uk, Giappone, Brasile, Canada, Svizzera, Australia e Singapore) della moratoria sui brevetti dei vaccini e dei farmaci anti-Covid, presentata da India e Sudafrica, con il sostegno di un centinaio di Paesi. Mi sembra di capire che i vaccini attualmente a disposizione, che con tanta fatica e lentezza stiamo cercando di somministrare, tra qualche mese potrebbero essere inefficaci contro le nuove “varianti” che emergono in tutto il mondo. E’ folle, se non criminale, che un’organizzazione economica come il WTO non faccia tutto il possibile per prevenire ulteriori danni al sistema economico mondiale. Faccio un breve esempio di cosa sto parlando. Una confezione di farmaci salvavita che prendo come sieropositivo, costa 1.050,68 €uro ogni mese.  Più o meno 36 volte il costo reale di produzione. Se metti in conto pure  i 68 centesimi sei veramente un pulciaro. Moltiplicato per 20 anni fa 252.163,2 €uro, il che significa che milioni di persone dei Paesi poveri non hanno avuto accesso alla terapia. Comprendo l’avidità delle case farmaceutiche, ma credo che di fronte a una catastrofe umanitaria globale senza precedenti, come questa che stiamo vivendo, sia necessario cambiare urgentemente modo di pensare. Più che prepararci “al” dopo credo che dovremmo tutti concentrarci per rendere possibile “un“ dopo. Credo che in questo, abbia perfettamente ragione il mio maestro di vita e di Buddismo Daisaku Ikeda, della Soka Gakkai International, che da anni propone la formazione di un’ONU dei popoli come superamento di quella attuale sempre più ostaggio di egoismi nazionalisti o lobbistici.

Pensi che dalla sofferenza, dal bisogno, dalla disperazione, possano nascere forme diverse di arte, magari con una maggiore profondità etica e sociale?

Non ho dubbi. Ma anche dalla gioia, dalla Il mio maestro di Teatro Eugenio Barba, diceva 30 anni fa, che se il sistema, il mercato dell’arte, non ti prevede, sei costretto a rompere le regole e a diventare rivoluzionario. Aggiungeva, anche, che parte del talento di un’attore dipende dalla sua capacità di resistenza. In questo noi Italiani siamo favoriti da secoli di allenamento alle emergenze. Non è un caso che il Rinascimento sia nato qui e abbia influenzato tutto il continente. E’ stato un fenomeno universale perché metteva al centro l’uomo. Cosa molto diversa dal Nuovo Rinascimento che l’amico Renzi vede in Arabia Saudita, dove al centro c’è prevalentemente il profitto. Gli artisti hanno la missione che una volta avevano i profeti: intuire il futuro e indicare nuove strade a chi è troppo preso dalla questioni quotidiane.

Quando crei hai bisogno di isolamento o ti butti tra le folla, si fa per dire, per trovare ispirazione?

Non parlerei di folla in questo periodo, perché mi ricorda i pericolosi assembramenti. Il mio lavoro di comunicatore vive di relazioni. Cerco nel mio piccolo di coltivare relazioni profonde con quante più persone possibile. Per fare questo ho bisogno di pescare nella mia solitudine la concentrazione per parlare con te, qui, adesso. Allo stesso tempo cerco di informarmi il più possibile su quello che succede nel mondo per sviluppare una visione globale del fenomeno, dell’attualità che cerco di raccontare insieme a Marco e al pubblico nel Ruggito del Coniglio su Rai RadioDue

Cosa vorresti che si facesse per gli artisti in momenti come questi quando sembrano, o forse sono, i più dimenticati?

Aiuti, aiuti, aiuti, da parte di tutti; istituzioni, fondazioni, privati cittadini , raccolte fondi e perché no, anche adozioni a distanza come si faceva tempo fa per alcune specie in via di estinzione.

In questo periodo c’è qualcosa che hai imparato, o apprezzato maggiormente?

La costrizione dei lockdown, mi ha costretto a osservare la mente, la mia e quella delle (poche) persone che ho incontrato. Ho riscoperto l’affidabilità  del piccolo negozio rispetto alle grandi catene di distribuzione. Ho imparato ad apprezzare ancora di più il “sublime” nascosto nel quotidiano.

Quando tutto finirà, cos’è la prima cosa che farai?

Un viaggio. Vorrei vedere ancora una volta un barriera corallina viva prima che spariscano del tutto. E poi sicuramente andare in Brasile dove in piena pandemia, un gruppo di giovani pazzi, ha pubblicato la versione brasiliana del mio libro “A revolução do coelho – Como o Budismo mudou minha vida”. Li vorrei incontrare di persona.

Cos’è la speranza per te?

Preferisco la fede alla speranza. La fede rende determinati, incisivi. Utopia per utopia, preferisco scommettere forte. La speranza, se allenata e costruita può essere l’anticamera di una fede sincera. Comunemente  è un sentimento piuttosto vago e anche se ne hanno parlato filosofi e Papi. Mio nonna Luigia era una contadina molto allegra e per farmi ridere quand’ero bambino, diceva: “Chi vive sperando muore cagando”. A parte gli scherzi, se nella mia vita non avessi chiamato a raccolta la capacità di pensare al futuro al di là di quello che dicevano medici e statistiche, non sarei qui a raccontarlo. Sperare, avere un atteggiamento ottimista e costruttivo ha fatto la differenza. Io chiedo a te: cosa fare quando si perde la speranza? La speranza si può costruire o è un dono di natura? Può una persona fare la differenza quando “butta male”? Come mantenere ottimismo e allegria quando il mondo sembra andare a rotoli?

E l’arte?

Io uso l’arte come medicina dell’anima. Se sono triste, mi lascio incantare da una galleria, un museo o un’istallazione. Le opere d’arte che ho a casa hanno poteri mistici. Ma vedo che questa intervista si sta facendo pericolosa. Non è che sei Marzullo travestito da Daria?

Lascia una parola per il tuo pubblico, i tuoi lettori, i tuoi fan, per chi leggerà questa intervista.

Il mio emoticon preferito attualmente è l’abbraccio. Non posso abbracciarti. Fallo da solo/a, ma abbracciandoti, pensa che sia io a farlo.

Grazie, Daria.

Grazie Antonello!

Daria D.

Antonello Dose, Conduttore radiofonico de Il Ruggito del Coniglio, autore, scrittore Zona rossa, Covid, Pandemia… quali sono le tue reazioni immediate quando senti o  leggi queste parole? Noi esseri umani siamo creature meravigliose, ci adattiamo a tutto. Uscire di casa mascherati, amuchina-muniti, cercando di non toccare maniglie e pulsanti dell’ascensore e del bancomat, è diventata una cosa normale. Credo che la nostra generazione stia vivendo qualcosa di simile a quello che i nostri genitori e nonni hanno vissuto con le guerre mondiali. Per lavoro, passo diverse ore al giorno a cercare notizie che non parlino di Covid, ed è sempre…

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