“Il re e il mendicante”. Testo teatrale di Massimo Triolo

Il re esce da Palazzo in parata con la propria scorta. Il vessillo del regno schiocca nel vento, issato da forti braccia. Ai piedi della lunga scalinata sta un mendicante cencioso che beve il primo vino del giorno, invero di una qualità infame. Il re che lo vede, con gesto caritatevole gli allunga una moneta d’oro e si ferma per parlargli.

Re: – Che dio ti benedica, perché ha sempre in gloria gli ultimi, i poveri e i diseredati. Questo è il mio premio per te.

Mendicante: – Se dio stesso l’ha incoronata, la Sua misericordia è davvero senza limiti.

Re: – Come osi! Dio sarebbe stato misericordioso verso me, concedendomi di regnare?!

Il mendicante, insolente ma furbo rovesciò la logica della sua battuta: – Volevo semplicemente significare che se Dio ha incoronato Sua Maestà, sua Maestà dev’essere persona degna e misericordiosa… Invero a ciascuno sta il proprio ruolo: i re sono fatti per regnare e i poveri per patire. Sua grazia voglia considerare che senza re non vi son poveri e senza poveri non v’è re. Son fatti della stessa sostanza, insomma, ma han destini diversi per forza di appartenenza. Mentre i regnanti, però, sono tutti tesi a preservare i propri privilegi, i poveri hanno in sorte di voler tutto tranne la propria condizione preservare. E cambia sempre tutto, attraverso la storia, senza niente cambiare.

Re: – Il tuo parlare è forbito e acuto ma insolente!

Mendicante: – L’insolenza è la virtù di chi ha smesso la virtù dell’obbedienza. Per mio conto vivo tra mille stenti ma non rinuncio allo stento di questa libertà stentata.

Re: – Dimmi, dunque, cosa vorresti per te che io possa donarti a premiare il tuo franco parlare?

Mendicante: – A ben pensare potrei chiedere favori e agiatezze materiali, ma l’impegno d’averne è troppo gravoso e si perde la serenità a voler tale possesso amministrare e far ancora e ancora fruttare: chi molto ha vive comodi privilegi ma anche una scomoda paura di perderlo; e assai spesso conduce vita morigerata come se i tesori accumulati fossero una divinità intatta da venerare senza sottrarne l’intero che per avere briciole anziché abbondanza. E i ricchi sanno bene che la ricchezza stessa attira parassiti d’ogni sorta, ruffiani e scimmie cicisbee che sempre bussano alla porta della generosità di chi molto possiede… E se non ricevono a loro volta, per dirla dal punto di vista di Vostra Maestà, un regno non ha cortigiani e i cortigiani non hanno regno… Ma questo non è problema stretto di chi niente possieda, egli è autarca della propria vita e tutto gli appartiene in virtù del niente appartenergli.

Re: – Possibile mai che non possa donarti niente di cui tu davvero non abbia bisogno?

Mendicante: – Se Sua Maestà vuol donarmi proprio qualcosa allora dirò cosa senza por tempo in mezzo: vorrei ogni venerdì del mese, per un mese prendere il posto di Sua Maestà e incarnarne la parte.

Re: – Ah, ecco dunque che viene in luce il tuo desiderio di smettere i panni che indossi! Bene, nella mia immensa benevolenza, ti concedo esattamente ciò che hai chiesto. Vestirai i miei panni, ma non potrai regnare comandando se non disponendo ciò che ha previo il mio assenso a disporre.

Il furbo mendicante ebbe ciò che aveva chiesto. E dopo aver goduto di concessioni altissime proprie della sua guadagnata condizione di privilegio, al quarto venerdì del mese chiese che si tenesse una festa in maschera e per gioco tutti impersonassero, a corte, il ruolo di poveri, e viceversa i poveri vestissero da ricchi. Chiese poi che le guardie pure partecipassero alla messa in scena, pur continuando a prendere ordini da non altri che dal vero re. Per il resto venne concessa piena libertà alla parte del popolo che per un solo giorno sarebbe stato corte a corte. Il re parve divertito della cosa e concesse che venisse attuata, non solo ma volle vestire i panni del mendicante cui aveva tanto concesso non senza fornir più realismo alla messa in scena camuffandosi così bene da riprodurre perfino le fattezze fisiche del fortunato straccione; lo stesso fece questi, viceversa. Gli accordi prevedevano che le guardie fossero al corrente dello scambio di identità così ben riprodotto. Durante la festa in maschera il mendicante disse al re che impersonava così bene la sua parte che se le guardie non avessero saputo di quella veste posticcia, lui avrebbe potuto prendere il posto di Sua Maestà senza che nessuno potesse notare la differenza: nell’eloquio, nel gesto, e nella condotta. Il re, che a udire un simile discorso ebbe a sentire nocumento, disse al mendicante che dovevano assolutamente scambiarsi ancora una volta di veste e di ruolo, ed esser messo alla prova quanto il mendicante aveva offensivamente insinuato. In altre parole il re tornava re e il mendicante mendicante, e senza nulla sapere la gente a corte, il mendicante avrebbe dovuto provare, nei suoi panni d’origine, di poter emulare l’autorità e il carisma di chi aveva corona senza tradire la sua reale identità. Il re però non era così avventato da rischiare tanto e disse al mendicante che ogni suo ordine, per pregresso accordo con le guardie, sarebbe passato attraverso il riconoscimento di parole chiave che solo lui conosceva. Il mendicante accettò e compiuto l’ulteriore scambio di identità così si espresse rivolto alle guardie, imitando la voce, bassa e grottosa, del vero re:

Mendicante: – Converrete con me che la mia Maestà è tale da poter tutto volere per solo comando. Bene, io vi metto alla prova e comando di poter ordinare di uccidere il mendicante senza bisogno delle parole d’ordine convenute ad esser suffragio al mio disporre.

Il re, udite quelle parole, fece per togliersi ogni segno posticcio del camuffamento, ma non poté così facendo che apparire ancora meglio per ciò che veniva creduto impersonasse, suggerendo col proprio apparire d’esser ben camuffato da reggente.

Disse il mendicante: – Costui vuol prendersi gioco di me e del mio seguito armato, che venga punito come merita, ho avuto fin troppa tolleranza presso le sue stravaganze. Nonostante il suo camuffamento sia così ben riuscito non può che tradire l’inganno che vuole attuare; ma voi ben sapete che fu deciso ch’io impersonassi il mendicante e il mendicante me.

Le guardie agirono prontamente e tolsero la vita al mendicante, o per meglio dire al re. Il mendicante ebbe dunque ciò che davvero aveva voluto fin dall’inizio.

In copertina Bartolomé esteban Murillo, giovane mendicante, 1682

Il re esce da Palazzo in parata con la propria scorta. Il vessillo del regno schiocca nel vento, issato da forti braccia. Ai piedi della lunga scalinata sta un mendicante cencioso che beve il primo vino del giorno, invero di una qualità infame. Il re che lo vede, con gesto caritatevole gli allunga una moneta d’oro e si ferma per parlargli. Re: - Che dio ti benedica, perché ha sempre in gloria gli ultimi, i poveri e i diseredati. Questo è il mio premio per te. Mendicante: - Se dio stesso l’ha incoronata, la Sua misericordia è davvero senza limiti.…

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