“È STATA LA MANO DI DIO”, IL SORRENTINO PIÙ MATURO E COMMOVENTE  

Marco Bellocchio lo ha fatto in un documentario, Marx può aspettare. Paolo Sorrentino lo fa in un film di finzione, È stata la mano di Dio. Due film, usciti nello stesso anno, attraverso i quali due giganti del nostro cinema, raccontano se stessi, la loro adolescenza, la loro vita: si mettono a nudo, non più e non soltanto stando dietro alla macchina da presa, ma anche di fronte, e accanto allo spettatore, per guardarsi e lasciarsi guardare, insieme; nell’epoca della giovinezza, dove già c’erano i germi di un’urgenza artistica e le gemme di un futuro necessario, non tanto e non solo per loro, ma proprio per noi, fruitori e destinatari privilegiati delle loro opere.

Sorrentino trasporta se stesso dentro il personaggio di Fabio Schisa, chiamato Fabietto, che cammina con il suo walkman sempre appeso ai pantaloni, e osserva la Napoli in cui vive, città bella e sognante, che il mare, limpido e abbracciante, riflette tutta di azzurro: come i titoli di testa del film e come i colori della squadra di calcio, le cui sorti, inevitabilmente, si intrecciano con le trame della vita dei suoi abitanti, e anche con quelle di Fabietto e la sua famiglia. Basterebbe pensare che per inquadrare e descrivere l’epoca in cui si ambienta il film si usa dire “quando Maradona arrivò al Napoli” per chiarire tutto: è la storia che fissa le storie. Il fremito dell’attesa di una notizia così clamorosa pervade la famiglia Schisa, che in una scena iniziale, durante un pranzo, ride, scherza, gioca con le parole, in un momento di commedia inusuale, e perciò sorprendente, ma allo stesso tempo magnifico, per il cinema di Sorrentino: a quella tavolata siedono personaggi reali e veri, tali da poterli percepire, odorare, ascoltare; ma anche felliniani, perché circensi nelle pantomime, eccentrici nei modi di dire e di fare, grotteschi nella collettività. Sorrentino, infatti, ce lo rivela subito, senza aspettare troppo sequenze, da dove nasce la sua vocazione e il suo amore per il Cinema: “la realtà è scadente”, il Cinema perciò diventa una distrazione.

E si distrae spesso la macchina da presa di Sorrentino, quando inquadra Napoli e le sue vie, le sue luci, quando guarda il suo protagonista, ma soprattutto quando guarda al mare: Sorrentino ricerca nel suo film la calma placida del mare, che viene bene sintetizzata dal verso onomatopeico che fa Armando, un amico di Fabio, per descrivere gli offshore che vanno a duecento all’ora sulla superficie dell’acqua: “tuff… tuff…”. Ricerca questa placidità dentro un dolore, proprio come faceva Bellocchio nel suo film, che il Cinema ha aiutato ad inquadrare, circoscrivere, quasi a scolpire e rendere concreto e visibile così da poterlo toccare. Dentro È stata la mano di Dio troviamo condensato tutto il Sorrentino, quello dei primi tempi, quello più algido e perfezionista delle ultime uscite: uno stile che collima e trova un senso perfetto nella metafora che associa Maradona al Cinema. Perché per Sorrentino il “Diez” non solo fa da sfondo alla vicenda, ma la attraversa, e lo fa anche con la narrazione cinematografica: i virtuosismi a cui ci ha abituati sono gli stessi che Diego mostrava solcando un campo da calcio, i dettagli che fanno la differenza tra una giocata riuscita e una no, riempiono le inquadrature di Sorrentino e rimarcano la qualità dell’opera. C’è tutto Sorrentino in questo film: le scene oniriche, avulse, ma mai troppo slegate, i suoi dogmi, le sue ossessioni; e c’è anche un Sorrentino nuovo, maturo, sorprendente, per esempio, quando si cala nella commedia, come dicevamo, e lo fa magistralmente. La prima parte del film è densa di amore e di risate. Ma poi, lentamente, la storia volge alla malinconia, alla solitudine, alla sofferenza, quelle che Fabietto portava già dentro di sé in modo latente, ma alle quali inevitabilmente, dovrà scontrarsi fuori, perché scolpite: sono lì, ingombranti, pesanti. E dolorose. Di fronte a lui, e a noi.

Allora Maradona non è più un sogno o un’illusione. Diventa salvezza e tracciato presente, concreto, da percorrere. Si lascia Napoli, si va a Roma, con la benedizione del munaciello, che una zia “pazza” aveva visto senza essere creduta, tranne che da lui. E se Maradona è il Cinema, allora è il Cinema a salvare Fabietto, cioè Paolo, il Cinema lo aiuta a gridare quella verità annodata in gola da troppo tempo. Lo ha fatto, sottotraccia, nei film precedenti, lo fa in modo palese, con un’intimità fragile ma bellissima, in questo film. “Non disunirti”, gli suggerisce il regista Capuano. In È stata la mano di Dio vediamo il Sorrentino più coeso e compatto, il più maturo e commovente. Non so se il migliore di sempre. Sicuramente il più personale, il più ferito, perciò il più vero e reale. Ma “la realtà è scadente”, non dimentichiamolo: allora mettiamo le cuffie e facciamo partire la musica.

Simone Santi Amantini

Marco Bellocchio lo ha fatto in un documentario, Marx può aspettare. Paolo Sorrentino lo fa in un film di finzione, È stata la mano di Dio. Due film, usciti nello stesso anno, attraverso i quali due giganti del nostro cinema, raccontano se stessi, la loro adolescenza, la loro vita: si mettono a nudo, non più e non soltanto stando dietro alla macchina da presa, ma anche di fronte, e accanto allo spettatore, per guardarsi e lasciarsi guardare, insieme; nell’epoca della giovinezza, dove già c’erano i germi di un’urgenza artistica e le gemme di un futuro necessario, non tanto e non…

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