L’arte del sollievo

Veniva da est che più est non c’è.
Camminava camminava e lo chiamavano maestro ma nessuno ancora ne sapeva il perché.

Si fermò in un piccolo spiazzo della città che non c’è, mise in terra un tappeto e vi si sedette incrociando le gambe.
Schiena dritta, la veste color porpora con trame turchesi arabescheggianti scendeva morbidamente a terra.
Dal sacco che portava con sé – unico bagaglio per quel che sembrava – tirò fuori uno strumento.
Era una sorta di flauto con diverse canne.
La gente passava senza accorgersi dei movimenti del maestro fin quando tutto si fermò.
Un suono soave, mai ascoltato prima, rapì immediatamente le persone presenti nella piazza. Esse si bloccarono e più il suono si spargeva nell’aria come un inebriante e irresistibile profumo, e più sul volto delle persone la tensione sembrava allentarsi, i muscoli rilasciarsi e addirittura in qualcuno qualche lacrima cominciò a rigare il viso.
La melodia che veniva da lontano portò le persone più vicine a se stesse, sembrava depurarle da tutto ciò che le stava avvizzendo fino a pochi momenti prima.
L’ orologio del municipio si fermò anch’esso.
Riprese a camminare non appena il maestro smise di suonare.
Tutto riprese lentamente, come se uscite da un incantesimo le persone ripresero a fare ciò che stavano facendo prima che la musica partisse ma con un animo più leggero, meno smarriti e con una predisposizione al sorriso assente fino a poco prima.
Il maestro rimise il flauto nella sacca e lo stesso fece col tappeto su cui era stato seduto.
Un leggero sorriso sembrava avere sul suo volto, almeno così dice chi lo osservò mentre se ne andava.

Il maestro offrì la pace ad una comunità indifferente e di lui non si ricorda più il volto ma le note che ancora riecheggiano misteriosamente in quella piazza nelle ore più silenziose.

L’ arte del donare ciò che siamo.
Quale miglior modo di essere…?

ROViRO’

Veniva da est che più est non c'è. Camminava camminava e lo chiamavano maestro ma nessuno ancora ne sapeva il perché. Si fermò in un piccolo spiazzo della città che non c'è, mise in terra un tappeto e vi si sedette incrociando le gambe. Schiena dritta, la veste color porpora con trame turchesi arabescheggianti scendeva morbidamente a terra. Dal sacco che portava con sé - unico bagaglio per quel che sembrava - tirò fuori uno strumento. Era una sorta di flauto con diverse canne. La gente passava senza accorgersi dei movimenti del maestro fin quando tutto si fermò. Un suono…

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