Nadine Sierra illumina il Rigoletto alla Scala

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Al Teatro alla Scala, recita del 23 giugno 2022

Rigoletto, ultima opera in cartellone alla Scala prima della chiusura estiva, nel nuovo allestimento affidato al regista Mario Martone.

Mai l’estro del Verdi… fu più felice, né più feconda la vena…mirò…all’espressione; colorò con la nota non pur la parola, ma la situazione, e ne raggiunse sovranamente il punto. Questo, in breve sintesi, quel che scriveva il critico della Gazzetta di Venezia, alcuni giorni dopo la trionfale prima del Rigoletto di Giuseppe Verdi, andato in scena al Teatro La Fenice di Venezia l’11 marzo 1851. Il compositore, dopo il fallimento della rivoluzione del 1848 (che aveva suscitato in lui non poche delusioni), aveva abbandonato i temi patriottici per avventurarsi nella psicologia dei personaggi operistici che andava creando. Sotto quest’aspetto, Rigoletto ruppe non pochi schemi del melodramma: il protagonista era un baritono dalle venature sprezzanti e maligne (ma pieno di tenerezza fra le mura domestiche), mentre il tenore abbandona il cliché d’eroe romantico per trasformarsi in un cinico seduttore. Tratto dal dramma di Victor Hugo, Le roi s’amuse, andato in scena a Parigi nel 1832, il testo aveva una fama alquanto sinistra, trattando un tema scabroso: alludeva direttamente al re Francisco I, smascherandolo nella sua vera natura e restituendone un personaggio frivolo e libertino. L’esordio sulle scene parigine aveva prodotto uno scandalo di vaste proporzioni, giungendo sino ad azioni legali, che alla lunga finirono per favorire Víctor Hugo. Nonostante questi problemi, Verdi si entusiasmò alla lettura del lavoro teatrale e si propose di trasformarlo in opera: Rigoletto fu composto a Sant’Agata, in un clima di grande esaltazione compositiva, ma prima dell’andata in scena sorsero gravi divergenze con gli organismi di censura, intransigenti nel contestare l’esordio di un melodramma basato sulle immoralità del Re di Francia. La polizia asburgica guardava a Verdi come a un “agitatore” politico, reo di aver contribuito alla pesante atmosfera anti-austriaca e quest’opera, rappresentando anche un tentato regicidio, era ritenuta particolarmente offensiva (e pericolosa) per il Comando austriaco. Provvidenziale l’intervento del presidente del teatro, che mediò tra le parti, obbligando il compositore ad apportare modifiche ritenute necessarie alla rappresentazione. Così come Victor Hugo, il compositore sposa la filosofia della commistione dei generi e dà gran rilievo alle antitesi: quella fra il nobile, libertino e cinico, e il buffone, che cela un cuore capace di un grande affetto; ma anche sui contrasti fisici. Ne sono esempio il raffinato Duca, “giovin, giocondo, sì possente, bello” come lo descrive lo stesso Rigoletto, che possiede invece un corpo sgraziato e grottesco, ma dall’anima abbellita dalla tenerezza e dalle ansie dell’amor paterno. Il pubblico della prima, come si è detto, reagì in maniera entusiasta, e la critica musicale, pur con qualche sottile distinguo, fu concordemente positiva; Il compositore, soddisfatto, considerò Rigoletto come l’opera migliore che avesse scritto. Eppure il successo che, pressoché ininterrottamente, accompagna uno dei titoli più celebri della produzione verdiana, non fu inizialmente così unanime: dopo le prime recite, una parte della stampa criticò il soggetto immorale, un membro della dinastia mantovana dipinto come sprezzante libertino, l’ambientazione in una casa di “malaffare”, in cui si trovavano un assassino e una donna di piacere. Accuse rivolte principalmente al testo, che urtò anche il pubblico di Bergamo (dove l’opera andò in scena dopo la prima veneziana), tanto da costringere a ritirare Rigoletto dal cartellone. La censura poi, fino all’unificazione dell’Italia, ostacolò in tutti i modi l’uso del libretto originario, sottoponendolo a tanti e tali tagli da rendere il lavoro irriconoscibile, come avvenne alle rappresentazioni romane. La nuova produzione del Rigoletto verdiano in scena in questo scorcio di stagione al Teatro alla Scala, è stata affidata alla coppia Martone-Palli che ha creato un impianto semovente, diviso in più piani, a mostrare un ricco loft dove il piacere, sesso & droga scorre in abbondanza. Il retro dello stesso, rovescio (altrettanto) negativo della medaglia, altro non è se non la sovrapposizione di squallidi tuguri: magione di Rigoletto nonché di sbandati ubriaconi e delle compiacenti bellezze che allietano i festini del Duca. Non così pregnante la regia di Martone, nei gesti (sempre braccia aperte) e nei movimenti, che contrastano con la durezza visiva della scenografia. Il Maestro Michele Gamba accompagnava con mano sicura ma non altrettanta creatività e sapienza inventiva nel disegno interpretativo, senza un originale e approfondito scandaglio. Efficace concertatore, ha valorizzato il generoso Amartuvshin Enkhbat, un Rigoletto che non ha bisogno di truccarsi per entrare in parte. Impressiona per volume di voce (anche se affievolita nel finale), s’impegna a trovare il giusto fraseggio (scivolando a volte nel parlato per eccesso di drammatizzazione) e accorati e imperativi accenti, ma il personaggio non è ancora perfettamente maturato. Nel Pari siamo spinge per marcare l’accento, mentre guadagna intensità nel duetto con la Sierra. Cortigiani vil razza è cantato con generici accenti di furore e in Sol per me l’infamia non raggiunge la tragicità del momento; più credibile in Piangi fanciulla, colorito di più sinceri e patetici accenti. Il Si vendetta è reso con efficacia e vigoria sonora, se non di accenti. Brilla Nadine Sierra, soprano dotato di un vibrante strumento vocale che declina in raffinata musicalità e perfetta conoscenza dei tempi: fraseggio ricco di sfumature, capace di dar senso e pregnanza al geniale libretto di Piave. Tratteggia una Gilda commovente nei giovanili palpiti amorosi ma non remissiva, sicura e professionale nel dominare l’impervia parte, da una lezione di canto per il sicuro controllo della voce, sonora e omogenea in ogni registro, dall’ottimo legato. Gli acuti sono fluidi e timbrati, la coloratura nitida e preziosi i trilli e trilli rapidi. Vibrante nell’interpretazione trova accenti variegati per ogni stato d’animo: ora intensamente patetici ora amorosamente appassionati. Ricchezza di sfumature e preziosismi vocali nel Caro nome, chiuso su un aereo pianissimo e accolto da un tripudio d’applausi. Splendidamente attaccato con un filo di voce Tutte le feste al tempio, con un timbro piangente, accorata confessione di un’anima. Lacerante il finale tutto giocato su lancinanti pianissimo. Piero Pretti, voce tenorile dal timbro squillante, tutto di testa, delinea un funzionale Duca di Mantova di brillante cinismo e superficialità e scarso spessore umano, in linea con lo stereotipo del libertino che accompagna il personaggio. Un Ella mi fu rapita!…Parmi veder le lagrime pieno di energia, dove esibisce un fraseggio variegato, mentre nella cabaletta Possente amor mi chiama si abbandona a un eccesso di portamenti e spinte del suono, sperperando il canto in effetti plateali. Non scintilla ne La donna è mobile, con una tendenza a “cantarsi addosso”; tenta mezze voci ma risultano sbiancate. Impressiona lo Sparafucile di Gianluca Buratto, dal torrenziale e fluente timbro scuro mentre a Maddalena presta la sensuale voce e l’avvenente figura Marina Viotti. Monterone è Fabrizio Beggi con un sapido gusto del fraseggio, declinato in giusta ira, mostrato in scena in maniera repellente, con tic o scabbia. Puntuali gli altri cantanti, nelle parti di contorno cui piace citare il preciso Marullo. Successo festosissimo, con calorosi festeggiamenti per la Sierra ed Enkhbat.

gF. Previtali Rosti

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