11 luglio 1982: l’Italia del Pallone sbarca sulla luna

Senza nulla togliere ai trionfi Europei del 1968 e 2020 (anzi, 2021), o a quello Mondiale del 2006, il Mundial del 1982 rimane a tutt’oggi la più grande impresa sportiva compiuta dalla Nazionale italiana di calcio nel dopoguerra. Perché in quel Mondiale gli Azzurri batterono tutti, ma proprio tutti; perché l’avventura si svolse seguendo un copione che nemmeno i migliori sceneggiatori cinematografici di Hollywood avrebbero saputo concepire; perché, dettaglio tutt’altro che secondario, a quell’Italia furono sufficienti i tempi regolamentari per vincere – peraltro nettamente -, cosa finora mai più accaduta.

Quante cartoline si potrebbero estrarre dal mazzo per ricordare Spagna ’82, anzi, Italia ’82! Davvero impossibile scegliere la migliore, la più rappresentativa. Perché ce ne sono troppe. Il sorriso di Paolo Rossi – ci manchi! – dopo aver distrutto il Brasile “bello ma possibile” di Socrates, Zico e Falcao? I baffoni del giovane/vecchio “zio” Bergomi, un diciottenne già uomo? Quelli, più crudeli, del mastino Gentile – Gentile di nome ma non di fatto – che annulla uno sconsolato Maradona, non ancora il più grande di tutti? I numeri d’alta scuola di Bruno Conti, il “brasiliano” d’Italia? La manona di Dino Zoff che, dopo aver fermato sulla linea di porta il sogno di rimonta del Brasile, si agita vigorosamente per confermare quanto appena accaduto? Il “NON CI PRENDONO PIU’!” esclamato dal Presidente Pertini dopo il gol di Altobelli? L’urlo di Tardelli, entrato nell’immaginario collettivo di mezza Italia? Fate voi.

Quello del trionfo Mundial 1982 – esattamente quarant’anni fa – è un vero e proprio romanzo, ricco di colpi di scena, ascese, cadute e resurrezioni – quella, in generale, di tutta la Nazionale e quella, individuale, di Pablito Rossi -, come nella migliore tradizione italiana. Italia che, si sa, storicamente dà il meglio di sé quando si ritrova con le spalle al muro: almeno nello sport, i fatti hanno ripetutamente dimostrato che non si tratta di un luogo comune.

Esauritosi l’entusiasmo per la prima Nazionale di Bearzot, che aveva incantato ad Argentina ’78 finendo quarta ma con la soddisfazione di aver battuto i padroni di casa poi Campioni del Mondo, l’Italia pallonara che si accinge a vivere l’esperienza di Spagna ’82 è ancora frastornata dallo scandalo del calcio-scommesse del 1980, e il clima che aleggia intorno agli Azzurri è tutt’altro che positivo. In particolare, la presenza di Paolo Rossi, fermo da due anni a causa della squalifica relativa al suddetto scandalo, ma fortissimamente voluto da Bearzot – che lo ha difeso strenuamente contro tutto e tutti -, suscita le critiche e lo scetticismo dei più. La stampa contesta aspramente alcune scelte del C.T., come l’esclusione del bomber della Roma Roberto Pruzzo dalla lista dei 22.

Lo zoppicante andamento nella prima fase a gironi, nel corso della quale l’Italia non va oltre tre mediocri pareggi (con Camerun, Perù e Polonia), non fa altro che rinfocolare le polemiche, con l’aggravante delle prestazioni impalpabili di Rossi, quasi un fantasma in campo. L’assegnazione all’Italia del gruppo “C” per la seconda fase a gironi – formula poi abolita a partire dal successivo Mondiale di Messico ’86 -, quello in cui ci sono Brasile e Argentina, sembra una sentenza di morte (sportiva), e invece è l’inizio della leggenda. Desiderosi di riscatto, i ragazzi di Bearzot – un gruppo granitico guidato dal cosiddetto “blocco-Juve” – si chiudono a riccio e fanno quadrato attorno al “Vecio”: l’unico modo per ripartire da zero è isolarsi e ignorare i venti di tempesta che spirano minacciosi dall’esterno. E gli Azzurri ci riescono, compiendo la metamorfosi e rigenerandosi completamente.

La prima a farne le spese è la squadra campione uscente, l’Argentina del giovane Maradona, sconfitta per 2-1: l’Italia, adesso, comincia a far paura. L’unica nota dolente è proprio Paolo Rossi, ancora a secco di gol. Ma contro il Brasile, con gli Azzurri chiamati a un’impresa quasi impossibile ma imprescindibile (l’Italia è obbligata a vincere, altrimenti è fuori), Pablito finalmente si sblocca e mette a segno la tripletta decisiva: da lì in poi non si fermerà più, fino a conquistare il titolo di capocannoniere del torneo con 6 reti. La semifinale con la Polonia, rivelatasi nel corso del torneo una grande squadra, è ancora nel segno di Rossi, che firma una doppietta. Poi, l’apoteosi finale con la Germania. Il resto è storia: il triplice “CAMPIONI DEL MONDO” esclamato dal telecronista Nando Martellini dopo il fischio finale, il quarantenne capitano Zoff che solleva la Coppa, la partita a carte con Pertini sull’aereo del ritorno, un intero popolo in delirio che festeggia con cortei, caroselli e bagni nelle fontane.

A distanza di quarant’anni, il Mundial rappresenta ancora un ricordo di valore inestimabile nella memoria collettiva degli italiani, un ricordo talmente forte e vivo da suscitare nostalgia anche in chi – come il sottoscritto – non l’ha nemmeno vissuto…

Francesco Vignaroli

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