GISELLE, FASCINO ROMANTICO DAL 1841

Al Teatro alla Scala di Milano, fino al 16 luglio 2022

Un classico dei classici: torna al Teatro alla Scala di Milano il balletto Giselle nella coreografia originale di Jean Coralli, Jules Perrot, ripresa da Yvette Chauvirè.

Di Giselle, in 181 anni di storia, si è scritto tutto il possibile: ci sono ben pochi spunti originali per commentare ancora il balletto romantico per eccellenza con La Sylphide. Debutta all’Opéra di Parigi il 28 giugno 1841, con l’italiana Carlotta Grisi nel ruolo del titolo. L’autore del libretto, Théopile Gautier, costruisce la trama dopo aver letto L’Allemagne di Heinrich Heine, che descriveva appunto la leggenda delle Willi, gli spiriti delle fanciulle morte alla vigilia del matrimonio per tradimento o abbandono del fidanzato, presenti nella zona montana dell’Harz, in Austria.

Due atti molto diversi: nel primo si sviluppa la vicenda della contadina Giselle, corteggiata dal guardiacaccia Hilarion (o Hans, in alcune versioni), ma innamorata, ricambiata, di Albrecht, un principe che si finge popolano: allo scoprire la verità, la giovane impazzisce e muore. Quindi un primo atto narrativo e molto dinamico, ambientato in pieno giorno, che richiede mimica e drammaticità. Il secondo atto è all’opposto: è notte, l’atmosfera è molto tetra, la tomba di Giselle in primo piano non fa che aumentare il senso di terrore e morte, ed è tutto tecnica e impalpabilità. Entrambi gli uomini della sua vita vengono a portare dei fiori sulla tomba di Giselle, che appare evocata dal Myrta, la regina delle Willi, accompagnata da venti compagne. Hilarion fa la fine destinata a chi le incontra: viene costretto a danzare fino alla morte. Ad Albrecht aspetta una fine simile, ma viene difeso e salvato da Giselle, che lo sostiene, finchè il sorgere del sole non fa sparire gli spiriti. L’idea di Heine era quello delle Willi come anime tormentate ed incapaci di trovare pace, perse in una sorta di limbo dantesco; un’altra fonte, il Kauversationslexicon di Meyer, le descrive più drammaticamente come vampiri e le colloca nei paesi slavi: vila in slavo significa appunto vampiro.

Rimane un cult della danza, tutti i grandi interpreti si sono confrontati con quest’opera che, ancora oggi, è un banco di prova per molti danzatori. Dopo Carlotta Grisi, la sua rivale Fanny Essler, e ancora Anna Pavlova, Galina Ulanova, Alicia Markova, Alicia Alonso, Margot Fonteyn con Rudolf Nureyev, Natalia Makarova con Mikhail Baryshnikov, Ekterina Maximova con Vladimir Vassiliev, Carla Fracci ed Alessandra Ferri.

Il Corpo di Ballo della Scala, diretto attualmente dall’ex étoile dell’Opéra di Parigi Manuel Legris, ripropone una versione come se ne sono viste molte: Nicoletta Manni, una delle prime ballerine scaligere, è una Giselle tecnicamente all’altezza, e molto migliorata a livello interpretativo, ma i suoi ruoli sono altri. Per un raro caso non la vediamo in coppia con il suo partner abituale, e nella vita, Timofej Andrijashenko, ma con il divo del momento: il figliol prodigo Jacopo Tissi, un lombardo in forze fino a poco tempo fa al Bolshoij di Mosca, profugo dalla corte dello Zar a causa, sembrerebbe, dell’invasione ai danni dell’Ucraina. Molto impostato il suo Albrecht, perfetto tecnicamente, ma con poca anima, molto manierista nei dettagli gestuali: stile sovietico, senza dubbio, misto all’eredità di Roberto Bolle, di cui ha persino il taglio di capelli. In breve, tecnicamente nulla da dire, bello come un principe delle fiabe… E stop. Christian Fagetti convince come Hilarion. Il Corpo di Ballo sbanda nel Primo Atto ma si riprende nel Secondo: d’altronde il colpo d’occhio delle Willi, così tante, tutte in bianco, colpisce sempre. Nei ruoli solisti, Agnese Di Clemente ed un bravo Mattia Semperboni nel complicato Passo a Due dei Contadini; Alessandra Vassallo e Vittoria Valerio le due Willi soliste; non male la Myrta di Maria Celeste Losa, autorevole ed imponente. Per chi non lo conoscesse, rimane un grande classico da vedere.

Chiara Pedretti

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