Cechov secondo Serebrennikov: tutto muore e ritorna

AVIGNONE – Il Monaco Nero spaventa e attrae. Il Monaco Nero ipnotizza. Le due ore e mezza abbondanti che Kirill Serebrennikov apparecchia al pubblico per la sua versione del romanzo di Anton Cechov (Чёрный монах, in originale) sono una sfida – vinta – al tempo che passa. Sono un concentrato di teatro, letteratura e arte talmente affascinante da stravolgere il senso stesso del tempo, riducendo quei 160 minuti a un istante. Un lampo di luce che è un pugno nello stomaco e così pure un invito ad alzare lo sguardo dal particolare al generale. Nella gioia come nella tragedia.

Nella Cour d’honneur del Palais des Papes, luogo meraviglioso e simbolo del Festival di Avignone numero 76, va in scena la prima di un’opera che porta in teatro un racconto datato 1894, eppure perfettamente attuale. Una trasposizione delle paure e dei tremori di chi oggi ha a che fare con la pandemia, con la guerra, con il peso di un’incertezza ormai presenza costante nella vita quotidiana di ogni essere umano. Che sia ricco, povero, occidentale, asiatico. Che parli una lingua o un’altra. Non importa dove vivi e non importa come vivi, quello che sta passando in questi anni nel mondo prima o dopo ti coinvolgerà in qualche modo.

Come coinvolge questo Monaco Nero, così lontano da quello che ci si attenderebbe da un romanzo classico, eppure così giusto per la vena di un regista già abbastanza atipico di suo, e ancora più creativo nel momento di massimo dolore. Contrario alla guerra in Ucraina fin dal primo giorno, oppositore del regime putiniano, sostenitore delle cause omosessuali, Serebrennikov vive oggi a Berlino, senza sapere quando potrà rientrare nel suo Paese d’origine. “Non ne ho idea”, risponde a precisa domanda, con gli occhi malinconici di chi ha perso un pezzo di libertà, pur continuando a inseguirla attraverso le sue opere.

Serebrennikov riempie il palco enorme della Cour d’honneur con una cura del dettaglio maniacale. Da una parte, cerchi che sono di volta in volta specchi dei personaggi della storia, oppure buchi della serratura dai quali osservare la presenza oscura, dentro e fuori di sé. Dall’altra parte, case di legno e pellicola trasparente che si accartocciano su loro stesse cambiando pelle ad ogni scena. E il muro del Palais des Papes che offre lo sfondo per giochi di luce e di colori tutt’altro che superflui. Oltre che essere la lavagna per le traduzioni (in francese e in inglese), utili a chi non conosca il tedesco e il russo, le lingue dominanti sulla scena.

Tutto è rotondo, in questo spettacolo che mette i brividi, malgrado in piena notte si resti intorno ai 30 gradi. Tutto è rotondo perché tutto è ciclico, tutto torna. E se la follia diventa malattia e diventa morte, la morte è tutto sommato l’anticamera di una nuova vita, nella quale la sorte di ognuno può cambiare radicalmente per un dettaglio. Secondo gli schemi tipici del teatro di Cechov, nel quale il presente non è mai chiaro, non è mai definito. Ma guarda sempre al passato e a ciò che sarà. Non c’è dunque vita senza morte, non c’è gioia senza dolore. Potrebbe sembrare una constatazione pessimista, ma in un’epoca di pandemie e di guerre che ci riporta indietro di cent’anni, è quasi una consolazione. Tutto è rotondo, tutto torna, anche la bellezza.

Cristian Sonzogni

<h2>Leave a Comment</h2>