Bones and All: Una fiaba d’amore e di solitudine

“L’Amore consiste in due solitudini che si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano”; questa frase di Rilke riassume l’essenza del nuovo film di Luca Guadagnino, Bones and all, tratto dall’omonimo romanzo di Camille DeAngelis.

 La frase di Rilke non è l’unica associabile alla pellicola; lo stesso regista, alla presentazione in sala del film, al cinema Troisi di Roma, ha citato una canzone di Marcus Mumford, Cannibal, che dice: I can still taste you and I hate it/ That wasn’t a choice in the mind of a child and you knew it/ You took the first slice of me and you ate it raw/ Ripped it in with your teeth and your lips like a cannibal”. Guadagnino rifiuta di essere incasellato in un genere cinematografico, se proprio deve descrivere il suo film, lo definirebbe Romantico e Universale; ma Bones and all è molto più di questo.  

Siamo nel 1984, nell’America di Reagan, della Me Generation e dell’AIDS: nella decade dell’ascesa di una cultura del narcisismo e dell’autorealizzazione tra i giovani baby boomer. Il regista sceglie di descrivere l’America rurale nel più classico dei modi, il road trip tra Stati; lunghe strade, paesaggi desolati, cieli dipinti, che esaltano ancora di più il senso di smarrimento che caratterizza le vite dei protagonisti. La luce solare scandisce i tempi del viaggio, quindi del film, sulle perfette note degli Joy Division.

 In realtà in questa storia, il mondo esterno rimane esiliato nel fuoricampo e sfumato nei riverberi di una narrazione esemplare, dove ogni linea di confine sembra annullarsi. In questa pellicola a prendere la parola sono quelli che di solito rimangono ai margini della Storia, che vivono nell’ombra; si umanizza l’inumano, si dà un’anima al mostro. L’America vissuta da questi personaggi è completamente diversa da quella luminosa e ottimista che conosciamo: è fatta di solitudini e di dolori, dove ognuno è segnato da una “mancanza” e sa di doversi rassegnare ad un destino di emarginazione, a causa della sua diversità. Non è difficile ritrovare nella pellicola  i temi dell’accettazione e della scoperta, presenti anche in Call me by your name e We are who we are.

Bones and all è un viaggio on the road, che simbolicamente percorre il territorio dalle punte estreme della costa Est al Midwest; viaggio che corrisponde alla ricerca interiore dei personaggi: la scoperta della propria identità, così come l’accettazione delle proprie origini, accompagnata da un desiderio di indipendenza da esse.  Tutto inizia da Maren (Taylor Russell), una giovane cannibale, che intraprende questo viaggio iniziatico alla ricerca di sua madre e di sé stessa, durante il quale incontrerà Lee (Timothée Chalamet). Lee è un vagabondo dai sentimenti profondi, anche lui cannibale, apparentemente sicuro ed indipendente, ma intimamente tormentato dalla sua natura, che finge di aver accettato. Con il suo taglio di capelli anni ’80, il ragazzo affronta il mondo e la sua solitudine. Proprio i suoi capelli decolorati con visibili ciocche rosso acceso, sono l’espressione cinematografica dell’odissea emotiva del suo personaggio.  I due ragazzi si incontrano per la prima volta in un supermarket, fiutandosi, riconoscendosi nelle reciproche solitudini. Accomunati dalla ricerca di qualcosa, o qualcuno, a cui appartenere.  Dopo un primo sguardo, diventeranno uno lo specchio dell’altra. Proprio grazie al loro legame troveranno la Poesia anche nei luoghi più inaspettati. “Penso che Bones And All sia una fiaba sulla solitudine e contemporaneamente sul desiderio di spezzare questa solitudine nell’essere guardati da un altro. Tra tutti i miei lavori questo è quello che affronta maggiormente il tema di una figura che si staglia nella vastità del vuoto” afferma Guadagnino.

Sofia Bartalotta

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