LITI E RANCORI FAMILIARI NEL MOMENTO DEL DOLORE AL TEATRO MANZONI. GLI ISTINTI PRIMORDIALI DELL’ESSERE UMANO FOCALIZZATI NEL DRAMMATICO “SORELLASTRE”

Da giovedì 1 a domenica 18 dicembre 2022 al Teatro Manzoni di Roma

Uno dei frangenti più tristi in cui un gruppo parentale si ritrova insieme, magari dopo essersi perso di vista per tanto tempo, è quello dell’esequie d’un proprio congiunto in cui si riscoprono non solo trascurati vincoli  di sangue, ma perfino identici valori morali, civili ed ideologici. Allora ci si stringe intorno al suo feretro e si fa la conta di coloro che sono rimasti, parlando perfino di quelli che sono venuti come nuova progenie a rinsaldare l’albero araldico per comunicare loro il nostro credo e lasciare in eredità quello che abbiamo costruito, sperando che ne facciano buon uso e non distruggano tutto. Si tratta della “legge della consanguineità” che i tragici greci c’hanno insegnato, partendo da Eschilo con “ I 7 a Tebe” dopo l’omicidio paterno di Laio da parte di Edipo per amore della madre Giocasta ,  saga proseguita da Sofocle con l’ “Antigone” ed ” Edipo re” con l’opposizione da parte dalla figlia – sorella di Polinice al sovrano Creonte, che voleva impedirne la sepoltura in nome dello Stato. Il filone della sacralità familiare fu poi continuato da Euripide che lo riprese nell’ “Alcesti” in cui la moglie immola volontariamente la propria vita per salvare quella del marito Admeto, che sarebbe dovuto morire per decisione degli Dei. Nella postmodernità contemporanea invece tali sentimenti che ci differenziano dagli animali, in quanto abbiamo una mente che dovrebbe vigilare sull’impeto del cuore ed “in primis” degli istinti, si sono smarriti e la maggior parte degli assassinii e delle violenze avvengono appunto tra le mura domestiche, basti pensare alla giovane Saman uccisa a Novellara dai genitori e dagli zii pakistani per non aver  accettato un matrimonio concordato tra clan, ai delitti coniugali del marito o del fidanzato per gelosia o spirito di possesso con la “giornata della donna” appena passata e la pubblicità seriale che continua in televisione per chiamare in caso di maltrattamenti il 1522, ma c’è pure il padre che sopprime il figlio per rancore dalle pressanti vessazioni od il medico, che dovrebbe difendere l’esistenza, condannato a 21 anni per un errato pietismo con troppo semplicistica eliminazione eutanasica della moglie malata di alzheimer. Per non citare ancora Giandavide De Pau che ha sterminato tre “escort” in Prati ed il vigile urbano etneo seminfermo, pare, di mente che ha freddato con un solo colpo di pistola il cardiologo che gli aveva negato il certificato di sana costituzione per il rinnovo della patente. Questo per non accennare a quanto avvenuto a Desiré Mariottini a Tor San Lorenzo drogata, abusata e lasciata morire da tre extracomunitari giustamente reclusi  per una lunga detenzione ed a Sara Di Pietrantonio non solo ammazzata, ma fatta anche a pezzi e chiusa nelle valige dal nero cui giustamente è stato dato in  primo grado l’ergastolo. Codeste tematiche sono state portate alla ribalta tra i primi sceneggiatori e soggettisti dal povero regista di grande talento,  tuttavia finito nella più atroce depressione con relativo suicidio,  Mario Monicelli con il bellissimo ed educativo film “Parenti serpenti”, per poi divenire l’inizio d’un fecondo “sequel” cui parecchi si sono rifatti con le loro creazioni artistiche. A tale suggestione non è sfuggita nemmeno la giovane autrice Ottavia Bianchi con il suo copione “Sorellastre” in cui vuole denunciare proprio l’involuzione dell’essere umano, che sta facendo prevalere i suoi tratti più bestiali dando a vedere di non aver studiato o di aver dimenticato l’ammonimento di Dante nel XXVI canto dell’Inferno “ Fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e conoscenza”. Siffatta catarsi rigenerante dovrebbe scaturire dalla veglia funebre della vecchia madre, che morendo ha lasciato un messaggio con relativa cospicua eredità di ottocentomila euro, come affermavamo in apertura, alle 4 figlie che andando via di casa non  si sono più cercate, contattate ed anzi nutrono risentimenti tra di loroi. Dovrebbero riunite ritrovare l’unione di sangue, riconciliarsi, chiedersi perdono e dividersi equamente la somma, facendo essere in pace la loro mamma nella bara e poi al cimitero. Codesto dovrebbe essere un retto e razionale, morale e cristiano, comportamento adeguato alla circostanza ed invece assistiamo a furiose liti e dissertazioni in cui ognuna rivela il peggio di sé,  anche perché sono tutte fallite nei loro progetti vitali o godono di scarsa salute, come colei che soffre di problemi gastrointestinali e vomita, essendo pure caratterialmente la più fragile e debole. Una s’è ridotta soltanto a fare la docente portandosi dietro, con scarso senso di responsabilità, compiti letterari, i classici temi, da correggere ,l’altra frustrata dall’aver intestato finanziariamente tutto al suo fidanzato avendo invece lui una seconda reale amante più giovane, dato scontato nel bel mondo sportivo e manageriale, però qui siamo nella media borghesia, infine l’ultima risentendo di  una perdurante crisi d’astinenza sessuale. Nonostante sappiano che devono dire la verità per entrare in possesso della loro frazione di lascito testamentario, Emma, Elvira, Emilia ed Ughetta non fanno altro che battibeccare con esplosioni nevrotiche e schizofreniche, per cui l’avita magione con la stanza del lutto e del pianto, come anticamente a Roma facevano le “prefiche” pagate per le “lamentationes “ funeree, diventa un ring con colpi bassi e proibiti sul quadrante , con il gioco e divertimento paranoico a chi sferra metaforicamente il pugno del K.O. Se le suonano verbalmente in un serrato dialogo assai frizzante e vivace, sorprendente ad ogni accusa, di santa ragione con un velenoso “coming out” fatto d’insospettabili accuse, falsità, ipocrisie, rancori ed asti mai sopiti,  per cui s’erano con piacere allontanate dalla madre e non più cercate, ignorate come se non fossero parenti, in preda altresì alla loro quotidianità. Alla fine si scoprirà che tutta la loro esistenza fino ad allora non è stata altro che un tremendo sbaglio basato sulla menzogna e la  maschera pirandelliana, i doppi giochi, i tradimenti e gli inganni, per cui alla fine si lasceranno senza il necessario ravvedimento ed anzi con  un odio accresciuto tra loro, che non meritano affatto il generoso intento finale della defunta, che nemmeno allettandole con il denaro, è riuscita a redimerle e ricollegarle con spirito rinnovato. La scrittrice ed attrice confessa che il testo è derivato da una serie d’interviste fatte a campione alle sue compagne di palcoscenico ed a individui di genere ed età più disparata che hanno confermato come la famiglia sia sovente un luogo di battaglie, specie quando si sta molto insieme come durante la pandemia rivelandosi il peggio di ciascuno, certamente non il modo più adatto per perfezionarsi ed affrontare la società. Proprio per ciò è nato lo spettacolo , per tentare d’esorcizzare il cattivo tempo che stiamo attraversando, in cui l’uomo nella sua versione maschile e femminile sembra  non avanzare nella sua evoluzione, a differenza di ciò che sta compiendo la tecnologia e tecnocrazia con i “mass .- media”, gli smarthfone e l’intelligenza artificiale. Stiamo girando su noi stessi per rientrare nell’uomo di Neandrthal o peggio delle caverne! Spigliate e sarcastiche al vetriolo insieme all’autrice sulla scena vi sono Patrizia Ciabatta, Beatrice Gattai e Giulia Santilli, mentre l’interno dell’appartamento in tinte rossoscure è stato disegnato da Mario Amodio. La regia di scavo psicologico a tutto tondo dei singoli prototipi umani, percepibile nell’analisi  dei personaggi e nell’espressioni profferite dalle contendenti come nell’implicito vilmente taciuto, quali appaiono questi esseri inetti, è di Giorgio Latini e lo spettacolo sarà replicato al Manzoni di via Montezebio, dopo Piazza Mazzini e vicino alla RAI, fino al 18 dicembre.

Giancarlo Lungarini  

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