THE FABELMANS, SOGNARE AD OCCHI APERTI UN ORIZZONTE MAI CENTRALE

Data:

The Fabelmans è un film di sguardi. Credo di non aver mai visto così tanti primi e primissimi piani in un film di Steven Spielberg, fin dalle prime inquadrature, quando con la macchina da presa il regista cerca il volto del piccolo Sammy Fabelman, impaurito dalla novità del cinema, ignaro di quale strano artificio sia un film, di ciò che lo attende una volta fatto il suo primo ingresso in una sala cinematografica accompagnato dai suoi genitori; e sono proprio loro ad abbassarsi al livello dei suoi occhi per tentare di tranquillizzarlo e rassicurarlo, spiegandogli quel meccanismo allo stesso tempo scientifico e magico, e invitandolo a fidarsi e a provare. Quindi, dentro la sala buia illuminata dal fascio di luce del proiettore, in mezzo a tutti quei sguardi direzionati verso il grande schermo, Spielberg cerca ancora quel volto di bambino, e lo scopre meravigliato, ad occhi e bocca spalancati, di fronte a Il più grande spettacolo del mondo, il film/battesimo: Sammy sta sognando ad occhi aperti. E per Steven Spielberg, che è il Sammy di questo film, il Cinema rimarrà per sempre questo: un sogno ad occhi aperti.

Per tutta la durata di quest’ultima, ampia, opera, Spielberg insiste con i primi e primissimi piani. Anche quando parte da un po’ più lontano, ma mai troppo, da un campo medio o da una figura intera, la macchina da presa poi si avvicina a cercare il volto dei personaggi, si accosta e si ferma lì, al limitare di una guancia, all’orlo di una palpebra, sempre più vicino, come a voler essa stessa ammirare quei volti belli che riempiono l’inquadratura e il grande schermo e di conseguenza la sala cinematografica, e non perdere alcun dettaglio. Perché è questa la dimensione di The Fabelmans: intima, più profondamente personale e familiare, come non lo è mai stata nelle opere precedenti di Spielberg. Entriamo nell’esistenza di questi personaggi attraverso i loro volti, i loro sguardi, i loro occhi che testimoniano stati d’animo di tenerezza e di amore, ma anche di conflitto e di dolore. Ed è una novità felice: non che non ci siano stati volti altrettanto belli e significativi nell’arte del regista, mi ritornano in mente occhi capaci di raccontare un mondo intero, ma qui sono volti nuovi e sguardi nuovi, perché Spielberg ci sta raccontando di sé e della sua vita, della sua infanzia e adolescenza, della sua famiglia e della sua grande, decisiva passione per il Cinema, di come è nata, di cosa è stata. Di quanto abbia significato per lui avere in mano una macchina da presa e poter con questo mezzo dare senso a se stesso e alla sua esistenza: è stata lo strumento per accedere ai suoi stati d’animo, capire cosa stesse provando, meravigliarsi, ma anche per esorcizzare le sue tante paure; soprattutto non è mai stata quel hobby che il padre più di una volta gli ha ribadito; non era nemmeno arte, almeno fino a quando non gli ha svelato questo segreto lo zio della madre un po’ strampalato che compare in un breve ma intenso momento di film: sei un artista, gli dice. Per Sammy/Spielberg riprendere e montare era solo – ma non vuol dire che fosse poco – un modo di esprimersi: la persistenza della visione, il cervello che trattiene le immagini più a lungo della loro permanenza dando l’illusione di movimento, era la finzione che per Sammy è diventata l’unica verità possibile per accettare prima e affrontare poi le verità grandi e dolorose nella sua vita, come la separazione dei suoi genitori.

A Spielberg interessa lo sguardo di chi guarda il Cinema. Spesso con la macchina da presa si muove dallo schermo al volto di chi guarda quello schermo. È lo sguardo che si trasforma mentre la pellicola scorre nel proiettore e le immagini illuminano un perimetro oscuro di mondo; sono visi che cambiano espressione, che passano dal sorriso alla lacrima, dal turbamento all’esaltazione, esseri umani che non comprendono quando messi di fronte a verità scomode o a sogni che vorrebbero vivere. The Fabelmans è un film magico, dove ogni movimento di macchina riconcilia con qualcosa di profondo e spirituale. Un film dove si ride tanto, ci si commuove, dove si entra veramente in empatia con i personaggi, ma senza una retorica facile, anzi, con quel trasporto emotivo che fa stare bene. È un film che parla della necessarietà del Cinema e allo stesso tempo ce la fa vivere. È un film che mette in gioco tante situazioni e sentimenti, è frastagliato, fluido, indeterminato, è fatto di contrasti, passione e ragione, scienza e arte, scherzo e serietà, distanza e partecipazione, moviola e vita vissuta, e lo fa con un equilibrio miracoloso che si eleva a segno e simbolo.

Steven Spielberg ci stupisce, ci colpisce, ma non ci lascia mai soli, ci accompagna sempre, accoglie il nostro sguardo. E si fida. Così fa una cosa mai fatta prima: mette la firma alla sua opera. Lo fa con un ultimo movimento di macchina, un aggiustamento di inquadratura, che ci rivela l’autore dietro l’opera e l’uomo dietro l’autore. E ci ricorda che il Cinema, come la vita, è, in fondo, una cosa semplice, un orizzonte mai centrale, o dal basso o dall’alto.
Sempre una questione di sguardo.

Simone Santi Amantini

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati