Tamerlano, “pastiche” di Vivaldi

20 e 22 gennaio 2022 al Teatro Municipale di Piacenza

Tamerlano fu composto per L’Accademia Filarmonica di Verona per la stagione di carnevale 1735, con il titolo originale di Bajazet, su libretto di Agostino Piovene. Un libretto (e un soggetto) che riscosse molte fortune nel ‘700, messo in musica da diversi compositori tra cui, vent’anni prima Francesco Gasparini, e Georg Friedrich Handel a Londra nel 1724. Quello di Vivaldi, che lui stesso nella pagina del titolo riporta come “composizione di diversi autori”, è propriamente un pasticcio, un genere musicale che se a noi fa storcere il naso era altresì prassi corrente ai tempi, in cui non esistevano i diritti d’autore…Il pastiche altro non era che l’assemblaggio di arie diverse, composte in precedenza dal compositore in questione o, senza tante remore, prendendo da altri compositori quelle arie che erano state particolarmente gradite al pubblico. Si tenga presente che per la sua stessa natura, l’opera barocca si prestava a questo tipo di collage poiché le arie di paragone, onomatopeiche o simulanti gli svariati affetti, si prestavano benissimo a essere sostituite, in un’operazione di taglia-e-cuci operata dallo stesso compositore. Vivaldi, per questo Tamerlano, scrisse solo pochi nuovi pezzi, ricorrendo all’auto-imprestito di numeri scritti in precedenza, inseriti accanto a tre pezzi di Hasse, due del fratello del castrato Farinelli, Riccardo Broschi e infine altri tre di Geminiano Giacomelli, tra cui il bellissimo Sposa son disprezzata. Eclettico il risultato, e non poteva essere diversamente, cui però va aggiunto che Vivaldi, per i personaggi principali di Bajazet e Asteria, usò solo materiale da lui composto. Asteria fu Anna Girò (Giraud) protégée e prima donna  favorita dal compositore e affida il personaggio di Bajazet al timbro di un tenore, Marc’Antonio Mareschi, mentre Tamerlano sarà Maria Maddalena Pieri, contralto specializzato in ruoli en travesti. Sceglie il timbro di sopranista castrato del celeberrimo Giovanni Manzuoli per Idaspe e di un altro castrato per la parte di Andronico, Pietro Morigi ingaggiato da Vivaldi con un trattamento economico vantaggioso per sostenere una parte non protagonistica ma impegnativa dal punto di vista vocale, per le famose arie tratte dal repertorio di Carlo Broschi di cui si è detto. Il sultano Bajazert, fatto prigioniero dal conquistatore Tamerlano, sbalza al suo ingresso per la statura eroica che domina gli altri personaggi. È uno dei rari casi di protagonista tenorile che spicca nel panorama barocco (anche in Handel!): non una sostituzione di ruolo scritto per un castrato, giacché le convenzioni belcantistiche assegnavano la figura di padre a una voce di basso lirico. Nuovo l’allestimento di questo TAMERLANO, una coproduzione tra il Teatro Alighieri di Ravenna, Municipale di Piacenza, Valli di Reggio Emilia, Comunale Pavarotti-Freni di Modena e Teatro del Giglio di Lucca. Regia, scene e costumi di Stefano Monti. Al controtenore Filippo Mineccia, voce penetrante nell’ottava alta, è affidata la parte protagonistica di Tamerlano. Il timbro resta pieno ma sembra aver perso morbidezza e brillio; la voce, ben proiettata, “corre” per la sala, e s’innesta omogeneamente su quella naturale di tenore del cantante, dai bruniti centri, ottenendo una gustosa diversificazione del timbro.  Nell’aria iniziale In si torbida, l’eccesso di energia messa negli acuti lo porta leggermente a stimbrarli, punteggiando il suo canto di sgradevoli note fisse, sconosciute alla scuola del belcanto italiano. Godibile nell’agilità di grazia, mostra sicurezza in quelle di forza. Bruno Taddia, baritono, dando nobiltà al personaggio di Bajazet, lavora più sull’incisività del fraseggio che sul canto. La voce non possiede sempre la leggerezza per affrontare i passi di coloratura: inizialmente abbastanza agile nel rifinire (ma non immaschera bene il suono) e tende a calcare in maniera esagitata sull’accento, risultando alla lunga monocorde.  Federico Fiorio, Andronico, controtenore caratterizzato da morbidezza di timbro, stilisticamente in parte, stenta inizialmente a trovare risonanza, recuperando poi là dove la voce può far uso dei più sonori centri, dando espressività alla frase. Acquista nel prosieguo maggior intensità di canto, trovandosi a suo agio nell’agilità di forza, anche se gli acuti non possiedono mai, in queste voci uno squillo svettante.  Delphine Galou Asteria, ha preso parte alla rappresentazione pur in condizioni di percepibile sofferenza, coraggiosa nel portare a termine la sua prestazione tentando, sia nella coloratura delle arie patetiche sia di bravura, di far intuire quello che sarebbe stata la vera prestazione. Irene frizzane e fluente nelle parti acrobatiche quella di Shakèd Bar, ma nella bellissima aria Sposa son disprezzata, non tocca vette di pathos e struggimento, pur mostrando belle arcate di suono. Interessante Idaspee di Giuseppina Bridelli, timbro pieno, si esibisce in godibili “messe di voce”, buona nella vocalizzazione della temibile aria Anche il mar (a tratti troppo “aspirata” a effetto jodel) non rinunciando a spingere, non avendone necessità, con la risonanza dell’ottava alta che possiede. Direzione elettrizzante e scintillante, di una partitura amata e ben conosciuta, che il Maestro Dantone (anche al cembalo) alla guida dell’Orchestra dell’Accademia Bizantina, tiene sempre saldamente in Pugno. Compagine orchestrale raffinata, con un perfetto passo nei recitativi (soprattutto quelli drammatici), ottenuto con un autentico basso continuo: clavicembalo e violoncello alla maniera dell’Opera barocca e non dell’Oratorio. Variati con gusto e leggerezza i “da capo” delle arie, firmati dallo stesso Dantone, innegabile protagonista della serata. Regia, (ma anche scene e costumi) di Stefano Monti la cui idea fondante è giocare interamente opera con un raddoppio dei personaggi, nell’estenuata esaltazione dell’azione e degli affetti.  Il risultato è straniante e fastidioso, esasperando la parte visiva a scapito delle emozioni che la musica sa sola far scaturire, privandoci del godimento e della magia suscitata da ogni diversa aria. Fatto salvo il gran lavorio della Dacru Dance Company, non sempre di gusto la coreografia di Marisa Ragazzo e Omid Ighani, che sembrava una caricatura del linguaggio dei non udenti, inserita in movimenti a scatto di esagitati robottini. Per tacere dell’inane aggiunta di video/3D. Belle le luci di Eva Bruno. Calorosa accoglienza del pubblico accorso a riempire il Municipale di Piacenza, ovazioni per Dantone.

gF. Previtali Rosti

 

Foto Zani Casadio

<h2>Leave a Comment</h2>