FESTIVAL DI BERLINO – PRESENTAZIONE FESTIVAL

BERLIN, 23 Gennaio

17 film provenienti da ogni angolo del pianeta, da quest’anno la Berlinale ha deciso di avventurarsi in territori inesplorati con un’abbondanza di giovani cineasti.

Tra quelli più noti del campus c’è il francese Philippe Garrel, che con “Le grad chariot”, riprende una vecchia sceneggiatura del compianto collaboratore degli ultimi film di Luis Buñuel, Jean Claude Carrière, per raccontare le avventure di tre fratelli, un padre e una nonna, che girano per la Francia con un teatro di marionette. Il cast include i figli del regista, Louis, Esther e Léna, più la veterana Francine Bergé.

Continuando con i registi più noti abbiamo due tedeschi, la berlinese Margarethe von Trotta, pluripremiata in questo festival (Die bleierne Zeit, ecc.) con “Ingeborg Bachmann – viaggio nel deserto”, dedicato alla famosa scrittrice austriaca morta bruciata nella sua casa romana all’età di 47 anni dopo una frenetica vita sentimentale e letteraria, e Christian Petzold, habitué della Berlinale, con “Crimson Sky” su un gruppo di amici che sono minacciati da un incendio in una foresta al bordo del Mar Baltico. Il francese Nicolas Philibert, nella sua lunga carriera iniziata a 27 anni nel 1978, ha alternato cortometraggi, video, documentari, telefilm, serie e film, ma dopo il prestigioso premio Louis Delluc per il migliore esordiente nel 2002 per “Etre et avoir” (distintosi anche a Valladolid), si è perso un po’ nei meandri del settore fino al suo debutto nel Berlinale con “Sur l’Adamant”.

Torna al cinema dopo sei anni di assenza, l’olandese Rolf de Heer con “The Survival of Gentleness” su una donna abbandonata nel deserto.

Da qui si passa ai cineasti giovani ma già affermati come Il sudafricano John Trengove, acclamato al Sundance e a Berlino nel 2018 per “Inxeba” considerato il miglior film a tema LGBT dell’anno, che porta “Manodrome”, la sua seconda opera coprodotta dalla Gran Bretagna e Stati Uniti e che promette di essere il “film scandalo” del festival raccontando il conflitto di un autista Uber (Jesse Eisenberg) che perde i contatti con la realtà quando vede risvegliarsi i suoi desideri più repressi.

Un altro è il giapponese Makoto Shinkai, uomo dai molti talenti, autore di manga, con “Suzume” che mescola azione e cartoni animati, seguito da il portoghese Joao Canijo con “Mal vivir” su cinque donne che provano a salvare un albergo in rovina, la tedesca Angela Schanelec e il suo racconto di incesto in “Musik”, l’australiano Ivan Sen con il suo “Limbo” poliziesco, la tedesca Emily Atef con “Algún día nos lo diremos todo” una storia d’amore tra un’adolescente e un contadino che all’epoca aveva il doppio dei suoi anni, durante l’unione delle due Germanie (1990), il suo connazionale Christoph Hochhäusler e il suo “Hasta el fin de la noche”, e il canadese Matt Johnson e il suo “BlackBerry” sull’immediato successo e successivo fallimento del primo smartphone della storia.

E poi ci sono gli esordienti che, oltre a Urresola Solaren, spagnola di Bilbao con il film “20.000 especies de abejas”ci sono i nordamericani di origine sudcoreana Celine Song con il semi-autobiografico “Past Lives”, sull’amicizia tra due ragazze quando la famiglia di una delle due emigra negli Stati Uniti. Per l’Italia gareggia Giacomo Abbruzzese con “Disco Boy” su un emigrante dell’Europa dell’Est che diventa legionario in Africa e per il Messico Lila Ayles con “Totem”. Infine conclude la carrellata di esordienti la cinese Zhang Lun con “La torre en sombras”.

Antonio Maria Castaldo

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