Le memorie di Ivan Karamazov. Un istrionico Umberto Orsini incanta Genova

Data:

In scena dal 25 al 29 ottobre 2023, Teatro Nazionale di Genova -Teatro Eleonora Duse

“Le memorie di Ivan Karamazov” è una  Produzione “Compagnia Umberto Orsini”. La drammaturgia è nata dalla potenza creativa di Umberto Orsini e del regista Luca Micheletti. La forza scenica del testo è  il ritorno dentro l’anima del più grande romanzo di Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov” che un maestro di recitazione come Umberto Orsini affronta per la terza volta nella sua carriera trasformando la drammaturgia in un vero e proprio  suo “cavallo da battaglia”. Dopo il grande successo televisivo dello sceneggiato di Bolchi, il  nuovo Karamazov è per Orsini l’occasione di confrontarsi con il controverso e tormentato personaggio del famoso romanzo. Ivan Karamazov è il libero pensatore della famiglia che teorizza l’amoralità del mondo ed accompagna con le sue parole ed azioni all’omicidio di suo padre.  Ivan  è un interprete ambiguo e tormentato che nello stesso tempo è colpevole ed innocente. Ivan in scena è un uomo maturo che torna a parlare, perché sente di aver ancora molto da dire riguardo alla complessità della sua filosofia . Ivan Karamazov al cospetto del pubblico si mette a nudo raccontando la sua storia. Le sue memorie sono accompagnate da una musica che esalta l’emotività del momento. Karamazov con fervida persuasione  da luce alla propria emotività svelando i principi che sviluppano la sua psicologia oscura ed amletica.

Il regista Luca Micheletti dice:

“Il cuore drammaturgico e registico di queste nostre Memorie di Ivan Karamazov è quello d’una sofferta e sibillina riflessione sull’identità. Assumendo il romanzo come nucleo mitologico “a monte”, ci siamo chiesti chi sia Ivan. Un personaggio, d’accordo. Ma anche l’incarnazione romanzesca di un nodo ideologico cruciale e, quindi, un alter ego dell’autore… Ivan è una creatura narrativa che, nonostante le diffuse connotazioni che lo descrivono e le molte pagine che Dostoevskij gli dedica, sfuma nell’imprendibile: è la maschera e il pretesto di logiche segrete, negate. È un protagonista che si sottrae alla centralità, individuo che si rifrange in una pluralità di riflessi cangianti, è un’invenzione sospesa, quasi incompiuta. Identità plurime e osmotiche, cui nel nostro caso se ne affiancano anche altre, di natura metateatrale. Sì, perché il nostro Ivan è anche un personaggio-ossessione, che accompagna cinquant’anni di carriera di un mirabile “capitan Achab” della nostra scena, un attore che insegue la sua balena enorme e veloce, la arpiona e si lascia trascinare… dapprima in uno sceneggiato-feticcio che la RAI manda in onda nel 1969, poi in diverse incursioni sottotraccia che sfociano in uno spettacolo sul solo “Grande Inquisitore” di un decennio fa, e ora in questo confronto a tu per tu con l’intera parabola romanzesca di Ivan, che è anche una personale ricapitolazione di luoghi e memorie. Ivan e Umberto, il personaggio e l’attore che lo incarna, osservano la loro storia, esplorano i loro ricordi, riascoltano le loro testimonianze a più voci (che sono poi sempre una sola, quella di Orsini, che risponde oggi alla sua voce di cinquant’anni fa… incredibile occasione!), celebrando un accorato e solitario processo di sincronizzazione interiore. Dostoevskij abbandona Ivan al suo destino dopo il processo per il parricidio: è sembrato interessante ripartire da lì, dal processo. Prigioniero di quell’aula, di un finale mai scritto, di una sentenza sbagliata, il nostro Ivan continua ad aggirarsi tra i frammenti della sua esistenza, osservati come prove materiali di fatti e memorie che riemergono a strappi, negli spazi di lucidità che gli concedono le febbri cerebrali, nel circolare affastellarsi di teorie e ricordi, in un girotondo giudiziario kafkiano e grottesco, sempre meno reale, che inesorabilmente scivola nell’ultraterreno.”

Umberto Orsini dice dello spettacolo:

“Sembra incredibile ma è quasi mezzo secolo che conosco il signor Ivan Karamazov. L’ho incontrato in uno studio televisivo di Via Teulada, a Roma, e da allora ci siamo guardati nello specchio e ci siamo confusi uno nell’altro al punto di identificarci o de-identificarci. L’ho costruito giorno dopo giorno quell’Ivan, gli ho dato un aspetto severo, l’ho fatto diventare biondissimo, quasi albino, gli ho messo un paio di occhialini tondi e dei colletti inamidati di fresco. L’ho difeso da una sceneggiatura che lo penalizzava, battendomi per dare lo spazio adeguato all’importanza del suo “Grande Inquisitore”, inizialmente dato per troppo cerebrale e dunque probabilmente indigesto al grande pubblico. Con lui, specchiandomi in lui, ho trascinato il pubblico ad un ascolto record in una puntata dei “I Fratelli Karamazov” che lo vedeva impegnato in una discussione sull’esistenza di Dio. È lì che ci siamo incontrati, negli anni Settanta, e da allora è stato difficile, per chi in quegli anni ha seguito quella trasmissione, separare la sua immagine dalla mia. E, a poco a poco, anch’io mi sono illuso di essere il depositario di quell’immagine, di essere diventato il suo doppio, il suo sosia, per dirla col suo autore, il signor Dostoevskij. E, negli anni successivi a quel primo incontro in cui gli avevo prestato le mie sembianze, ho sempre cercato di seguirlo anche fuori dal contesto del romanzo, immaginando per lui una longevità e un finale che il suo autore gli aveva negato. Mi sono dunque preso la libertà di rappresentarlo come un personaggio che resiste nel tempo, e mi sono chiesto, e gli ho fatto chiedere, perché mai l’autore, il suo creatore, lo abbia abbandonato non-finito. E questo non-finito me lo sono trovato tra le mani oggi, come in-finito e dunque meravigliosamente rappresentabile perché immortale e dunque classico. “La vera vita degli uomini e delle cose comincia soltanto dopo la loro scomparsa …” è una frase di Nathalie Sarraute che ho inserito in questo spettacolo e che, in qualche modo, ne riassume il senso. Sono grato a Luca Micheletti  di aver condiviso la mia passione per i temi che lo spettacolo sollecita accarezzando la mia persona con grande cura e protezione. Come si conviene a due vecchi signori: il signor Ivan Karamazov e il sottoscritto.”

Umberto Orsini in scena è portavoce di una coscienza che sovverte i principi umani. Il principe del palcoscenico entra dentro il cuore del personaggio trascinando il pubblico nella sua ossessiva ma lucidissima filosofia. “Le memorie di Ivan Karamazov” è uno spettacolo vorticoso ed intenso. Umberto Orsini da vero mattatore dimostra ancora di più di essere uno dei più grandi ed inossidabili maestri del teatro nazionale.

Giuliano Angeletti

 

“Le memorie di Ivan Karamazov”

Produzione

Compagnia Umberto Orsini

Drammaturgia

Umberto Orsini e Luca Micheletti

Regia

Luca Micheletti

Interprete

Umberto Orsini

Scene

Giacomo Andrico

Costumi

Daniele Gelsi

Suono

Alessandro Saviozzi

Luci

Carlo Pediani

Assistente alla regia

Francesco Martucci

 

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