“Anna Bolena” infiamma il Municipale di Piacenza

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Al Teatro Municipale di Piacenza, recita del 18 febbraio 2024

Dopo trentasette anni di attesa è andata in scena al Teatro Municipale di Piacenza Anna Bolena di Gaetano Donizetti, nell’edizione critica curata da Paolo Fabbri in collaborazione con la casa musicale Ricordi e la Fondazione Donizetti.  Un’edizione che riapriva i tagli che la prassi corrente aveva imposto a una partitura giudicata troppo lunga. Lo stesso Gianandrea Gavazzeni, parlando della storica edizione scaligera di Anna Bolena che di colpo la portò a notorietà internazionale, giustificò i tagli operati con la necessità di far conoscere questo melodramma senza impegnare gli spettatori oltre misura. Divenuto oggi titolo operistico (quasi) di repertorio, è tempo di riscoprirlo nella veste che Donizetti aveva creato per la prima al Teatro Carcano di Milano. Nel 1830, un gruppo di nobili e della ricca borghesia milanese si era consociato per presentare al Teatro Carcano una stagione di eccezionale ricchezza e interesse; fino allora quella sala teatrale aveva ospitato rappresentazioni di prosa o di spettacoli lirici di minore importanza. Non badarono a spese ingaggiando i divi del momento, ossia il soprano Giuditta Pasta e il re dei tenori ottocenteschi, Giambattista Rubini, senza passare sotto silenzio il basso Filippo Galli. L’esito fu un crescendo di entusiasmo, sfociando in un vero trionfo. A Piacenza l’attesa per questo spettacolo era alta (a seguito anche delle positive accoglienze ricevute nei teatri dove era già andato in scena), tanto che una febbrile eccitazione ha accompagnato lo svolgersi dell’intera rappresentazione, durata quasi quattro ore, senza che questo influisse sull’attenzione del pubblico. Il cast, di particolare interesse, vedeva Anna Bolena impersonata da Carmela Remigio, che debuttò in questo ruolo a Bergamo, nel Festival Donizettiano del 2015. Voce di soprano lirico di non grande volume, che pur mostrando oggi povertà di smalto, velati i centri e carente nel registro basso è utilizzata con padronanza, offrendo un’interpretazione carica di pathos. Tra i ruoli donizettiani delle tre “regine” quello di Anna è forse il più indicato per le caratteristiche interpretative della cantante abruzzese, a far valere le doti liriche. Così avviene in Come innocente/Non v’ha sguardo in cui trova accenti convincenti, piegando la voce a fini espressivi, pur con acuti slanciati a dar corpo e risonanza alla voce. In Dio che mi vedi fa risaltare il canto piegandolo a “preghiera”. S’impegna allo spasimo nel coinvolgente il finale “Piangete voi?” e nella conclusiva aria “Al dolce guidami” offrendo il momento migliore della serata, in cui fonde interpretazione a rendere, con padronanza tecnica, la scena di pazzia. Più vittima che regina regale, piagata e dimessa, riesce nell’intento di disegnare la donna straziata da sentimenti i più diversi. Credibile nei momenti in cui deve esprimere la “sobria regalità” della regina ripudiata, è interprete meno convincente nei passi spiccatamente drammatici (“Giudici! Ad Anna!”) caratterizzati da un’enfasi eccessiva (e quasi sguaiata) a sottolineare accenti e le feroci invettive scagliate su Enrico VIII. Arianna Vendittelli era Giovanna di Seymour, mezzosoprano sulla carta, ma dall’ottava superiore più chiara della protagonista. Voce squillante, tersa e rifinita, ben proiettata, con un velluto che si riverbera in sensualità di canto. Ineccepibile vocalmente trova accenti autentici e partecipi; penetrante il suo dire e passionale, vibrando la voce in palpiti e tremori, ci consegna una caratterizzazione rifinita e in straziata lotta tra lealtà per la regina e i sentimenti per il Re. La voce squilla sempre e si piega a belle dinamiche coloristiche e vocali. Vincente la scelta di affidare Lord Riccardo Percy a Ruzil Gatin voce di tenore contraltino, sì da richiamarci i fasti della voce di GianBattista Rubini. Lo strumento vocale è chiaro, esteso, ben proiettato, vibrante negli accenti di travolgente squillo, capace di sfumare e ricco di sottigliezze e mezze voci espressive. Supplichevole amante si fa struggente in Fin dall’età più tenera, resa in modo commovente per farsi poi dolentissimo in Vivi tu caratterizzato da splendidi pianissimi, senza tema dell’acutissima tessitura. Coinvolgente interprete, rende l’ambiguità e la tragicità del personaggio, piagato e dolente per amore, che segue nel suo amaro destino la protagonista. E sagace attore in scena.  Impersonato da Simone Alberghini, il ruolo di Enrico VIII è stato, sia vocalmente sia scenicamente, quello meno delineato, non riuscendo a infondendovi una precisa caratterizzazione, lasciando nella genericità un personaggio che avrebbe richiesto un tagliente fraseggio a disegnare una sinistra cupezza e l’efferata nefandezza. Il timbro, non particolarmente allettante nel colore, si mostra spesso grezzo e non trascendentale è la vocalizzazione. Godibile Smeton del mezzosoprano Paola Gardina, timbro apprezzabile nei centri (ma tende a scurire i bassi), è pur piacevole nel distillare note e canto in lunare caratterizzazione, sottolineata da quel costume bianco lacca. Bravo Luigi De Donato nel delineare le aspettative di Lord Rochefort, e la seguente statura di fronte alla morte, con una voce dal sicuro registro grave. Marcello Nardis, un discreto Sir Harvey, completava il cast. Al maestro Diego Fasolis, attento a legare palcoscenico e orchestra, il grande merito di aver impresso al melodramma donizettiano una carica e una tensione serpeggiate in orchestra per tutta la durata, in una resa espressiva al calor bianco, a segnare il dramma esistenziale della regina su un tessuto orchestrale dal drammatico raccontare. Capace di elettrizzare, con una carica d’ispirata energia, la compagine orchestrale de I Classicisti (già I Barocchisti). Il Coro Claudio Merulo era diretto da Martino Faggiani. Pregnante regia di Carmelo Rifici che opera sui singoli personaggi in maniera dettagliata e profonda, così come nei movimenti corali, creando intensi tableaux vivants, e l’ausilio di significanti e intensi mimi. Efficacissimo l’impianto scenico di Guido Buganza a mettere in risalto la cupa atmosfera della corte di Enrico VIII, permettendo con una struttura semovente il dipanarsi dell’azione senza spezzare la tensione della narrazione. Sbalzanti i raffinati costumi di Margherita Baldoni e preziose le luci “rembrandtiane” di Alessandro Verazzi. Successo calorosissimo per tutta la compagnia di canto, con particolare risalto per Remigio, Gatin e Vendittelli e, ovviamente al direttore Fasolis. Un bel regalo alla memoria di Gaetano Donizetti.

gF. Previtali Rosti

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